10/06/13

Tra storia e utopia - Non esiste una pace astratta

Il secolare conflitto arabo-israeliano (le ragioni degli uni e degli altri e, magari, anche le disuguali ragioni che gli uni accampano sugli altri) è purtroppo divenuto il paradigma dell’impossibilità della pace, ovunque essa resti solo un desiderio. Un’aspirazione, appunto, ma impraticabile. Pare quasi esserci, nell’esperienza umana, la ‘naturalezza’ all’odio, al sopruso, a fare dell’altro il nemico, che nulla può anche dinanzi all’orrore del sangue, alla distruzione, all’urlo delle madri, al terrore. Quasi a voler sottoscrivere l’amaro verso della canzone di De Gregori (Generale): “perché la guerra è bella, anche se fa male”. E’ doloroso ammetterlo. Ma troppo distante è l’utopia dalla pratica di una pace costruita nella concretezza (nella fatica) di rapporti interpersonali, tra popoli, etnie, fedi religiose. E d’altra parte non può esistere una pace astratta, così come è difficile raggiungerla quando sia già guerra. La convivenza pacifica dovrebbe essere, infatti, una premessa della condizione umana, legata ai valori della persona, soggetto di diritti e di doveri. Non disgiunta dall’idea del bene comune, della solidarietà tra popoli, del lavoro per un progresso condiviso. Un vecchio amico di ritorno dall’ultima Marcia della Pace Perugia-Assisi, mi confidò un senso di arrendevolezza, di stanchezza – e non alludeva certo a quei 25 chilometri fatti a piedi – che lui avvertiva dinanzi a un mondo distratto, quasi annoiato da discorsi (perché tali restano) che chiedono pace. Quelle tante persone in cammino – un tempo segno vivido di denuncia, di giudizio verso la storia – gli erano improvvisamente apparse come una diaspora di ideali. Un piccolo resto di popolo che, a sera, ripiegando le bandiere arcobaleno, chinava anche la testa all’impotenza e allo sconforto. Eppure, anche ora mentre scrivo, sento la radio riferire di teatri di guerra, di vicende che non sono ‘fatti loro’ e indipendenti dal resto del mondo, di situazioni le cui responsabilità sono planetarie. Sarebbe, perciò, ovvio pensare ad un impegno universale affinché alla competizione potesse subentrare la solidarietà, la giustizia dell’uomo per l’uomo. Misurandosi in questo tipo di sforzo, toglieremmo alla pace la melassa di un generico e inconcludente volersi bene, per comprendere che essa si compie, piuttosto, attraverso ‘necessarie’ conflittualità. Ovvero con il confronto – oggi, una necessità storica – che è cosa diversa dall’inimicizia. Confronto come fatto costruttivo, punto di partenza e di tappe per intraprendere cammini nuovi. Per giungere a conclusioni e sintesi sempre diverse. Per realizzare veri progetti di comunicazione umana. Il filosofo Ivan Illich definiva “società conviviale”, quella in cui si fosse capaci di vivere i rapporti umani all’insegna della comunione, nel rispetto delle diversità, nel non-possesso dell’altro. Quando accadesse tutto questo, significherebbe sottoscrivere davvero un trattato di pace. Non una volta per tutte – sia inteso – perché ogni giorno pone conflitti da risolvere prima che degenerino in guerra.

03/06/13

Post-it finale - Proprio come una terza pagina

Letto, approvato e sottoscritto. Con questa formula notarile con cui si consegnano alla polvere degli archivi chissà quali resoconti, potrei suggellare anche queste pagine. Ma, forse, una noticina dell’autore è richiesta. Non tanto per ‘spiegare’ alcunché, semmai per ‘giustificare’. Innanzitutto. Era poi così necessario affidare a un libro la serie di editorialini che hanno – come primo limite – la corrività e la breve misura imposti da un foglio di giornale? Altri per me (bontà e fatica loro) hanno deciso che poteva valerne la pena. Tantomeno – mi è stato detto – per testimoniare il ‘filo di un discorso’ che da cinque anni, di domenica in domenica e grazie alla redazione di sienalibri, si va sviluppando sul Corriere di Siena in uno spazio che parla di libri o di ciò che ai libri è comunque legato, cioè dell’esistenza umana. Da qui la seconda giustificazione. Ovvero il perché, in tali scritti, si faccia continuamente richiamo alla letteratura, fino a certi eccessi (?) di citazionismo che, credetemi, non sono sfoggio dell’editorialista, ma sua ammirazione (in alcuni casi, vero e proprio culto) verso gli autori menzionati alla bisogna. C’è insomma un insistito ricorso ai libri, perché di questi sono invaghito e perché credo che lì siano racchiusi conoscenza, pensieri, emozioni, memoria e parole dell’universo mondo. Le chiavi di lettura per comprendere la vita. Attorno alla pagina di sienalibri si è così creato anche un pubblico di lettori con i quali esiste uno scambio – sovente esplicito, talvolta indiretto – di idee, di emozioni, di interessi condivisi. È la piccola community del ‘giornale della domenica’ (ecco la ragione del titolo dato al libro). Un’esperienza, dunque, simpatica e quasi riconducibile a una dimensione amicale, che spero riscatti pure la modestia di questi svelti articoli il cui scopo è quello di offrire (condividere) qualche spunto, suggerire, ricordare. Alla maniera di un post-it lasciato su uno specchio di casa in cui riflettono cose, persone, affetti della nostra quotidianità. Esauriti gli argomenti della ‘discolpa’, non ho che da formulare un auspicio: che persino la pochezza di questo libricino trovi sponda nella ragione e nel sentimento di chi, per ventura, l’abbia sfogliato. Magari, costei/costui, saprebbe riscriverlo in maniera assai migliore.

27/05/13

Qualcosa di innato - A proposito di toscanità

E’ morto Carlo Monni, l’indimenticabile Bozzone nel film di Benigni Berlinguer ti voglio bene (“bravo Bozzone, tu mi pari Kennedy”), il poeta in bicicletta che recitava versi sulla “strana razza”. La scomparsa dell’attore toscano – capace, anche nella vita, di esprimersi da grezzo e da poeta sublime – ha fatto dire come in lui si riassumessero i caratteri di una toscanità ormai in via di estinzione. Argomento, questo, da maneggiare sempre con cura, poiché sappiamo bene a quali degenerazioni possa condurre un malinteso senso di appartenenza. Ma è pur vero che esistono certi tratti distintivi di un popolo, frutto di storia, civiltà, cultura, ambiente. Nel caso dei toscani è opinione diffusa come non abbia mai fatto loro difetto la consapevolezza di sé. Un discusso scrittore quale fu Curzio Malaparte – ondivago nelle idee politiche, compiaciuto in una prosa che ostenta risentimento e ruvidezza – racchiuse la sua apologia della toscanità nel libro Maledetti toscani, concludendo che costoro non sono né migliori né peggiori degli altri italiani, ma semplicemente diversi, ed è di questa diversità ed unicità che vanno fieri. A detta di Malaparte, tutti dicono male, e a ragione, dei toscani per la loro schiettezza, “perché non si pentono delle loro cattive azioni per non doversi pentire anche di quelle buone”, e perché – sostiene ancora il caustico Curzio – “rappresentano la cattiva coscienza d’Italia”. Un giudizio molto lucido sulle tesi malapartiane (e sui motivi per cui esse possano ancora oggi affascinare) lo troviamo in uno scritto di Emilio Cecchi, che definì Maledetti toscani “… un carosello nel quale molte indiscutibili verità si alternano a spericolati paradossi; e da motivi di schietto sentimento poetico si passa, quasi senza transizione, a chiassate rumorose e un po’ grevi, come episodi d’un giovedì grasso”. D’altra parte perdura un’idea di toscanità (e un suo sincero sentimento popolare) che si è alimentata, nel tempo, con le pagine manierate e bozzettistiche di Renato Fucini, lo ‘strapaese’ di Mino Maccari, il populismo di Vasco Pratolini, il minimalismo ‘subliminale’ di Carlo Cassola. Proprio su questi temi ricordo una conversazione con Mario Luzi. Passeggiavamo sul lungarno fiorentino di Bellariva e il Poeta, con la pacatezza d’eloquio e la profondità di pensiero che lo contraddistinguevano, badava a dire come la toscanità (alludeva a quella di Soffici, Papini, Cecchi, Campana) fosse “un dato ovvio e innato”, “un concetto e una elettiva assunzione di valori”; lungi, però, da ogni forma di boria e ostentazione. Anzi, nella visione luziana, dire Toscana significava sobrietà, elementarità, concretezza, “qualcosa di spoglio e di arioso”. Guai quando tale ‘categoria’ fosse stata adoperata per escludere, circoscrivere un mondo di memorie, difendere “ceneri ormai fredde” o “delizie vernacolari”. Nulla, dunque, da celebrare. Ma valori cui attingere per continui ricominciamenti. Suggeriva Luzi che si è tanto più toscani quanto meno si toscaneggia. Altrimenti si è toscanucci e non è una bella razza.

20/05/13

Volare alto - Dove osano le idee

Il Salone del Libro di Torino 2013 si è dato il motto “Dove osano le idee”. L’allusione è al celebre film (1969) di Brian G. Hutton “Dove osano le aquile”, tratto dall’omonimo romanzo dello scozzese Alistair MacLean. Sullo schermo Richard Burton e Clint Eastwood sono protagonisti di una avventurosa storia di guerra tra le cime delle Alpi bavaresi, lassù dove, appunto, volano alte aquile e temerari aviatori. A voler sottilizzare, il nesso tra guerra e idee potrebbe essere anche discutibile, poiché ogni genere di guerra risulta essere, in verità, l’espressione più evidente (e più drammatica) della mancanza di idee. Ma ai promotori del Salone del Libro premeva evocare quali sommità ed imprese siano raggiungibili con la fantasia, la creatività, il pensiero. Da ciò quello slogan che annuncia il Salone, accompagnato dal disegno di un aeroplanino di carta che punta dritto verso lune, stelle e pianeti. Cioè verso l’inesplorato, l’ignoto, l’infinito, che solo la forza della fantasia e il miracolo delle idee possono raggiungere. A Torino, infatti, il tema portante è la “Creatività e cultura del progetto”, per le quali occorrono – è vero – motivazioni e audacia al pari di chi sfidi i cieli. L’appuntamento torinese, dunque, invita a volare alto. Offre momenti di riflessione in una fase della vita sociale purtroppo priva di qualsiasi progettualità e in cui una pseudo-creatività viene coniugata nelle sue più infime sottospecie: furbizia, arte dell’arrangiarsi, filosofia spicciola del minimo-sforzo-massimo-rendimento. Oggi nessuno sembrerebbe possedere delle idee. La politica vi ha rinunciato da tempo (costituiscono addirittura un impiccio all’esercizio del potere), l’imprenditoria non ha mezzi per sostenerle e concretizzarle in cose, la cultura continua a produrle ma con lo stesso triste destino delle arance di Sicilia, lasciate marcire ai piedi degli alberi. Nel desolante Paese dei senzaidee, allo stadio si alzano i buuu verso un connazionale di pelle nera; Pompei crolla, tanto quella è roba riservata a pochi appassionati di colonne; il governo della nazione è, nei fatti, tenuto sotto scatto da una giovane prostituta e dal suo “utilizzatore finale”. Ciò nonostante, e in questo stesso Paese, ricercatori mal pagati impegnano giornate a studiare e sperimentare per far sì che non si debba più vedere un bambino martoriato dalla chemio, stilisti e designer proseguono ad elevati livelli la tradizione del made in Italy, accademie d’arte e conservatorî musicali pullulano di talenti, giovani laureati vorrebbero mettere a disposizione della comunità i loro saperi. Manca, però, una “cultura del progetto” che trasformi la creatività in risorsa, progresso, utilità. Il matematico Henri Poincaré ebbe a dire che “Creatività è unire elementi esistenti con connessioni nuove, che siano utili”. Ottima sintesi. Ai creativi è chiesto questo: congiungere il disordine all’ordine, il paradosso al metodo, l’estetica all’etica, il già noto all’inconosciuto, il disutile all’utilità. Perciò le idee debbono osare.

13/05/13

Cercasi Umanisti per il futuro

Cultura è ciò che resta quando si è dimenticato tutto. Così parlò il saggio che, con aforistica sottigliezza, voleva dirci come la cultura sia qualcosa di più della nozione. Ovvero capacità di ragionare le conoscenze fino al punto di potersele anche scordare. Un’idea del conoscere che già nel XVIII secolo ispirò l’Encyclopédie di Diderot-D’Alembert. Monumentale opera che non fu soltanto repertorio di informazioni, ma soprattutto ‘ragionamento’, ‘connessione’ delle diverse notizie in materia di scienze, di arti e di mestieri. Un compendio del sapere divenuto, così, visione e interpretazione del mondo. Tale è, infatti, la cultura. Formarsi delle idee, dare una ragione (o una non-ragione) alle cose, imparare il più possibile per rendersi consapevoli della propria ignoranza, dei limiti (della relatività) che ciascun universo culturale esprime e, quindi, della necessità di rendere plurale ogni cultura. Concetti, questi, che dovrebbero sottostare ai programmi scolastici di ogni ordine e grado. Anche in quei corsi di studio che si è soliti definire ‘tecnici’ o ‘scientifici’. Un informatico, un ingegnere, un chimico, un esperto di finanza, persino uno chef, non hanno bisogno soltanto di informazioni settoriali. Occorre dar loro un approccio mentale, una visione, una capacità di saper ‘navigare’ attraverso saperi e culture (altra cosa, ovviamente, dallo scomposto pagaiare nel mare magnum del web). Potrebbe sembrare un paradosso, ma, a ben riflettere, la formazione umanistica risulta essere, oggi, quella più attuale rispetto alle sfide e ai cambiamenti in atto. Soprattutto per capire le ragioni profonde di una crisi. Poiché studiare filosofia, fare traduzioni dal latino e greco, leggere i classici, concordare il nostro presente con l’antico, dota di una intellettualità ed emotività che pongono nella migliore condizione per comprendere il mondo. Esiste una conoscenza psichica, etica, sociale dell’uomo che potremmo definire a priori e di cui la ‘classicità’ rende edotti, fino a educare ad una compassione verso l’esperienza umana. Una mentalità siffatta ci fa recettori e trasmettitori di messaggi – pur critici – ma costruttivi. Mette insieme ragione e sentimenti. Insegna a discernere il giusto dall’ingiusto, il morale dall’immorale, il bello dal brutto, la libertà dalla schiavitù. Fornisce un bagaglio di conoscenze utili a ricordare che ciascun oggi ha avuto un prima e un dopo. Di quali fatiche, passioni, drammi, aspirazioni sia cosparsa la storia. E quali interrogativi, riflessioni abbiano accompagnato il formarsi del pensiero dell’uomo. Si racconta di un luminare della medicina che sul tavolo del suo studio tenesse solo cinque libri Iliade e Odissea (in greco, senza traduzione a fronte) e le Tre critiche di Immanuel Kant (colui che congiunse Illuminismo e Romanticismo). L’insigne medico era noto per le brillanti diagnosi, per la capacità ad elaborare dati scientifici che altri andavano raccogliendo, per la sua umanità. Forse quei cinque libri avevano qualcosa a che fare con tutto ciò.

06/05/13

Racconti bonsai - Manrico e la bionda

Gli abitanti più anziani di Casegrandi ancora lo ricordano quel ragazzo di quartiere che degli anni Cinquanta era stato emblema e mito. Già il nome gliene dava investitura: Manrico. Con il personaggio verdiano del Trovatore condivideva una misconosciuta progenie (in tal caso da parte di padre) e poco più. Perché il suo impeto di ventenne non manifestava nulla di guerresco, ma solo la simpatia di un carattere che sarebbe stato limitante definire estroverso. Contribuiva al bilancio di famiglia con commerci ovviamente illeciti. Sigarette, accendini americani, cravatte, calze da donna e merce varia, a seconda di quel che gli fornivano i suoi ‘grossisti’ di fiducia. Ma a fare di lui un idolo era la Vespa, che gli era necessaria non tanto per gli spostamenti, quanto per potersi muovere nel traffico di una vita che dopo la guerra aveva ripreso rapidamente a sperare. E allora avanti brum brum porca miseria (perché la miseria era davvero porca), verso qualcosa che già lasciava intuire benessere. Se non altro per permettersi il lusso che anche ai poveri è concesso: quello di sognare. La Vespa di Manrico rappresentava un po’ questo, per tutti coloro che la sbirciavano parcheggiata dentro l’androne dove al consueto afrore d’umido e cavolo si era aggiunto ora l’effluvio gomma e benzina della modernità. Vespa 125 del 1951, proprio quella su cui Gregory Peck, in “Vacanze romane”, aveva scorazzato per le strade di Roma la principessa Anna. Ragazzi – disse Manrico, quando la portò tornando da una delle sue misteriose trasferte – guardate che roba, due fili flessibili al cambio, l’ammortizzatore idraulico aggiunto alla sospensione anteriore…, chi vuole venire a farci un giro? Quasi tutti, a turno, intesero provare che effetto facesse attraversare la noia veloci veloci. E tornavano che parevano stati all’esposizione universale di Parigi. Le sorprese per la compagine dei perdigiorno non finirono comunque lì. Giunse infatti una sera in cui il motore della 125 già in lontananza sembrò più garrulo del solito. Quando la Vespa apparve in fondo alla strada, dietro ai riccioli neri del centauro si scorse svolazzare qualcosa di biondo (biondo platino). Avvinghiata a lui c’era una donna, amazzone un po’ sovrappeso e d’età. Anch’essa comparsa dal nulla come la merce che Manrico riusciva a procacciarsi. La tardona fu onorata di timidi saluti e, a seguire, di circostanziati commenti. Originaria del Nord Italia, nient’altro trapelò mai del suo curriculum vitae, così che la gente dovette inventarselo. Da allora le partenze in Vespa furono quasi sempre a due. Ulteriore motivo d’invidia per gli stanziali spettatori che della coppia aspettavano il ritorno fantasticando amplessi al riparo di pagliai e indagando sui loro volti il sorriso delle appagate libidini. Manrico e la bionda salirono in Vespa anche il giorno in cui decisero di andare a far fortuna altrove. Pionieri, a loro modo, della nuova frontiera, girarono il cavallo di lamiera verso Ovest. Il vento tra i capelli, lo sguardo dritto in direzione del possibile.

29/04/13

Ricordi digitali Vite a misura di gigabyte

C’erano una volta le scatole dei ricordi. Già cofanetti di biscotti e chicche, ex alcove a vini di pregio o più spartani cartoni da scarpe, così riconvertiti a custodie di memorie. In nessuna casa mancavano questi scrigni cui erano state consegnate sparse citazioni di vita: fotografie, lettere, la medaglia similoro conquistata alle mini-olimpiadi, immaginette di prime comunioni, biondi boccoli recisi. Il reliquario, salvo rare ostensioni per giubilei famigliari, stava riposto nel cantuccio di armadi o cassetti, laddove una bolla di naftalina e spigo garantiva la dovuta privacy. Conservare un siffatto archivio rientrava nella manutenzione ordinaria degli affetti. Magari poteva sorgere qualche dubbio di catalogazione in caso di traslochi (solitamente finiva nello scatolone delle ‘varie’). Mentre di maggiore impegno era decidere la destinazione dei reperti, quando il suo conservatore si fosse irrevocabilmente dimesso per raggiunti limiti d’età. Tali tangibili depositi, oggi sono stati pressoché sostituiti da imprendibili contenitori le cui misure vengono calcolate in gigabyte. E’ a queste memorie esatte (e a prova d’amnesia) che affidiamo le proprie biografie e tutto ciò che ne fa corredo. Immagini, parole, suoni. I nostri ricordi e quanto di noi può lasciare ricordo. Al punto che è sorto il problema dell’eredità digitale. Se, cioè, dopo il nostro trapasso, vogliamo che i molteplici dati online, accumulati in vita, restino ‘per sempre’; ed eventualmente a disposizione di chi. Guadagnandoci, in tal modo, un’eternità nella cosiddetta ‘nuvola’ informatica (evocazione anch’essa di celestiali aldilà). Ma in tema di memorie digitali le questioni aperte vanno ben oltre le vite dei singoli. Preoccupa soprattutto quanto in esse si intenda conservare del patrimonio mnemonico dell’umanità. Poiché i supporti su cui si va archiviando di tutto, hanno al momento vita troppo precaria rispetto alle ambizioni di durevolezza. Basti pensare che negli Stati Uniti sono andati perduti tutti i dati del censimento 1960/1980. Anche i più ferventi discepoli dell’informatica sono consapevoli di certi rischi. E quasi irrisi nel sapere che, in Mesopotamia, le tavolette d’argilla che riportano il poema epico Gilgamesh hanno tremila anni o che il volume di carta più antico rinvenuto in una caverna della Cina risale all’868 dopo Cristo. E comunque. Fatta pur salva la conservazione digitale della memoria, resterebbe il dilemma sulla ‘qualità intellettuale’ della sua fruizione e trasmissione. Nel senso che l’apprendimento delle conoscenze attraverso la Rete, a giudizio di alcuni risulterebbe superficiale proprio in ragione del mezzo adoperato. Ecco, allora, riaprirsi anche la querelle tra la futile ‘divagazione’ cui indurrebbe la pagina elettronica e la fruttuosa ‘concentrazione’ assicurata, invece, dalla carta stampata. Insomma, a seconda del mezzo utilizzato, sembrerebbe come esistere un problema di ‘vestibilità’ (e valore) dei saperi, lo stesso che c’è tra il prêt-à-porter e l’abito di sartoria. A noi trovare la giusta misura.