11/11/13

Scritti… a macchina. Con il rombo delle parole

In questi appuntamenti domenicali è capitato di ricordarlo altre volte: è sempre il racconto (e la sua reiterazione) a creare il mito. Ancorché si tratti di miti sorti in àmbiti che sembrerebbero oltremodo distanti dalla supponenza della letteratura. Pensiamo, ad esempio, ad una officina dove si riparano automobili. Luogo apparentemente agli antipodi della letterarietà. E invece risulterà meno innaturale di quanto si creda assimilare quelle chiazze di morchia al nero degli inchiostri che, guarda caso, di macchine e dei loro piloti hanno scritto leggende. Nella vasta aneddotica riferita a Gabriele D’Annunzio – a cui, notoriamente, piaceva il rombo dei motori – si dà pure notizia di un incontro tra il Vate e Tazio Nuvolari, avvenuto nel 1932 a Gardone Riviera. Sette ore di conversazione, un pranzo insieme, una tartarughina d’oro che D’Annunzio regalò a Tazio accompagnandola con queste parole: “All’uomo più veloce del mondo, l’animale più lento”. Perché Nuvolari – “il mantovano volante”, colui al quale Enzo Ferrari attribuì l’invenzione della “sbandata controllata”, l’uomo provato dalle vicende della vita e, in ragione di ciò, pronto a sfidare la vita stessa – aveva affascinato tutti. Orio Vergani, che ne fu amico, tracciò di lui un vero affresco poetico, ricordando una scarrozzata notturna che parve come “salire verso la luna”, a testimonianza che Tazio avesse con gli astri un intimo legame. La letteratura non ha dimenticato nemmeno un altro mito dell’automobilismo: Juan Manuel Fangio. Bello ed essenziale il ritratto che ne fa Osvaldo Soriano nel libro Pirati, fantasmi e dinosauri. Parla di un “idolo tranquillo”, consapevole della propria grandezza, ma che non andava in giro a proclamarla. Insomma – dice Soriano – non certo paragonabile a un esaltato come Maradona. Fangio “era un uomo di campagna, un meccanico di Balcarce che avrebbe voluto diventar giocatore di pallone ed era stato il campione di tutti i circuiti”. Incredibile. Il fascino delle Mille miglia coinvolge persino un poeta appartato come Vittorio Sereni, che in un testo datato Brescia 1955, così comincia: “Per fare il bacio che oggi era nell’aria / quelli non bastano di tutta una vita. / Voci del dopocorsa, di furore / sul danno e sulla sorte”. Inoltre, agli amanti dei sentimenti che corrono su quattro ruote, rammentiamo almeno altri tre titoli. Il racconto di Giuseppe Berto dall’inequivocabile titolo di Pistone (due ragazzi si imbucano avventurosamente nella corsa delle Mille miglia), il romanzo Il cielo non ha preferenze (drammatica storia di macchine e d’amore) di Erich Maria Remarque e Dopo corsa, che si trova in Gente di Dublino di Joyce (“Le automobili filavano veloci verso Dublino, parevano proiettili nel solco della Naas Road”). Tutto ciò per dire come l’automobilismo raccontato abbia decisamente… una marcia in più.

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