13/09/10

Sui tetti di Siena volò via il barone rampante guardando dall’alto una città invisibile


Venticinque anni fa, nella memoria di dolore dell’antico spedale senese di Santa Maria della Scala si iscrisse anche la fine della vicenda umana di Italo Calvino, scrittore che tutt’oggi non ha eguali per la particolarità del suo stile, per la padronanza degli artifici narrativi uniti ad una scrittura tra le più nitide ed eleganti della prosa del Novecento.
Chissà per quali “destini incrociati”, Calvino (nato a Santiago de Las Vegas, Cuba, nel 1923) doveva morire a Siena tra la notte del 18 e 19 settembre 1985. Forse perché Siena poteva somigliare a qualcuna delle sue immaginarie Città invisibili. Opera che oscilla tra il racconto filosofico e quello fantastico-allegorico e che, non a caso, Pietro Citati ebbe a definire “parabola morale e allegoria metafisica”. Città ‘invisibili’ e di ‘sogno’ in cui la complessità del mondo e dei suoi accadimenti si trasfigura in rarefatti luoghi mentali, svincolati da tempo e da spazio.
Non neghiamo che quando proprio in quel libro si va a leggere il capitolo dedicato alla città di Zaira, a tratti sorge spontanea l'immagine di Siena: “Inutilmente magnanimo Kublai, tenterò di descriverti la città di Zaira dagli alti bastioni. Potrei dirti di quanti gradini sono le vie fatte a scale, di che sesto gli archi dei porticati…; ma so già che sarebbe come non dirti nulla. Non di questo è fatta la città, ma di relazioni tra le misure del suo spazio e gli avvenimenti del suo passato... Di quest'onda che rifluisce dai ricordi la città s'imbeve come una spugna e si dilata. Una descrizione di Zaira quale è oggi dovrebbe contenere tutto il passato di Zaira. Ma la città non dice il suo passato, lo contiene come le linee d'una mano, scritto negli spigoli delle vie, nelle griglie delle finestre, negli scorrimano delle scale, nelle antenne dei parafulmini, nelle aste delle bandiere, ogni segmento rigato a sua volta di graffi, seghettature, intagli, virgole”.
Suscita emozione rileggere questa pagina e immaginare Calvino, dietro gli “alti bastioni” del Santa Maria della Scala, perso in un sonno che non conobbe risveglio. Le suggestioni letterarie vanno a soprammettersi al ricordo di quando si diffuse la notizia che l’autore del Barone rampante era deceduto in un letto del Santa Maria della Scala. Sui tetti di Siena volava una coloratissima mongolfiera. E fu davvero inevitabile non pensare a quel Cosimo di Rondò che per sfuggire a una punizione si rifugia su un albero e si costruisce, per conto suo, un mondo aereo. Sceglie una modalità ostinata e bizzarra per osservare dall'alto quanto accadesse sulla terra. Così trascorrerà tutta la sua vita, finché in punto di morte, si aggrappa alla fune di una mongolfiera e scompare attraversando il mare: “L'agonizzante Cosimo, nel momento in cui la fune dell'ancora gli passò vicino, spiccò un balzo di quelli che gli erano consueti nella sua gioventù, s'aggrappò alla corda, coi piedi sull'ancora e il corpo raggomitolato, e così lo vedemmo volar via, trascinato nel vento, frenando appena la corsa del pallone, e sparire verso il mare...”. Qualcosa di molto simile accadde a Siena il 19 settembre del 1985.

06/09/10

Mondo e dintorni. Perduta la festa gabbato il tempo


In un mondo tutto schiacciato sul presente (dove il passato è uno stipato retrobottega di robivecchi; il futuro un’ipotesi per la quale non vale la pena investire risorse nemmeno mentali) anche l’idea di “festa” (e di ciò che essa sottendeva) va ormai scomparendo. Così che la festa, persino da un punto di vista lessicale, è detta più sbrigativamente “vacanza”. Ed il rito collettivo di maggior impatto è la lunga processione di incarognite individualità che, a date fisse, si incolonnano lungo le autostrade. Ciò, del resto, risulta meglio funzionale alla produttività, al consumismo, alla “necessaria” fuga (non a caso occorre partire) dai problemi reali.
Perduto il senso del tempo e della storia, del feriale e dello straordinario, dell’utile e del disutile, dell’ordine e della trasgressione, la festa, dunque, non trova motivo di esistere. Perché essa rappresentava, appunto, una sospensione del tempo (una momentanea fuoriuscita) per ricollocarsi nel tempo stesso, per rinnovarlo e rigenerarlo. Era in questo modo che le comunità – attraverso riti e rappresentazioni – rifondavano la loro ragion d’essere, riproponevano le proprie origini, trasmettevano una memoria e un sentimento condiviso.
Laddove, oggi, tali usanze perdurano (o si reinventano) ci si dibatte tra l’ottusità di chi rivendica in termini discriminatori (se non addirittura razzisti) le proprie tradizioni e la sufficienza di coloro che quelle manifestazioni ritengono anacronistiche rispetto alla dimensione universale del nostro vivere. Eppure esisterebbe il giusto approccio per essere “glocal”, cioè per vivere (e condividere) intelligentemente il proprio specifico all’interno di una contemporaneità che fornisce “d’ufficio” una doppia cittadinanza: quella registrata all’anagrafe delle nostre origini e quella del mondo. La seconda non costituisce minaccia per la prima, ma, anzi, le offre una sua compiutezza.
Valga al proposito l’acuta considerazione di Andrea Camilleri, il quale a chi gli chiedeva se potesse aver senso oggi un evento come il Palio di Siena che spezzetta una già piccola città in tante piccole contrade, lui rispose: “Non è anacronistico, perché in fondo io sono felice che sia un sarto europeo a confezionarmi il vestito che indosserò. Però se la mia biancheria intima è del mio paese, io mi ci trovo più a mio agio dentro quel vestito, e quel vestito mi cade sicuramente meglio”. Ben venga dunque la sartoria internazionale e quanto di intimo-intimo possa starle sotto. Ridicoli, però, saremmo se volessimo girare il mondo con indosso solo quelle mutande.

09/08/10

Approdi: nel miraggio di Itaca


C’è quella di Odisseo, del tesoro, di Robinson Crusoe, di Arturo, del giorno prima, c’è quella che… non c’è. Tutto ciò in ragione di un mito alimentatosi attorno all’idea di isola che la tradizione letteraria occidentale ha, di volta in volta, eletto a “luogo” in cui risiede il sacro, l’utopia, il sogno; esperienza di prigionia o di liberante avventura; salvezza di naufraghi o studiato approdo per chi fosse in sdegnosa fuga dalla terraferma.
Qualche anno fa venne scoperto (?) quale potesse essere stata l’isola dove nel 1704 avrebbe riparato il marinaio scozzese Alexander Selkirk, alla cui vicenda si ispirò De Foe per il suo Robinson, inaugurando, a detta di alcuni critici, il romanzo d’avventura, se non, addirittura, il romanzo moderno in generale. Il naufrago Selkirk sarebbe dunque approdato su un atollo compreso nell’arcipelago Juan Fernandez che porta il nome di Agua Buena. Là furono rinvenuti oggetti (tra cui una coppia di compassi nautici) e resti di un fortunoso accampamento allestito da un europeo. La notizia non ci entusiasmò. L’isola descritta da De Foe è talmente “esatta” che ogni sua evidenza geografica risulterebbe… inverosimile. Si sappia, infatti, che le isole debbono essere necessariamente “cosa altra” da ciò che appaiono. Ma non solo. Come svela Umberto Eco con l’arguto gioco narrativo de L’isola del giorno prima – tra le isole e il nostro “stare” intercorre comunque un meridiano, e quindi una sfasatura temporale che ci rende diacronici rispetto ad esse. Al di qua o al di là dell’invisibile linea c’è, appunto, il giorno prima (la memoria) o il giorno dopo (l’utopia, la speranza). E ci siamo noi alle prese con tale difficile attracco.
Bello è, però, vivere proiettati verso un’isola. Del resto, ammoniva il poeta Kostantin Kavafis, “se per Itaca volgi il tuo viaggio / fa voti che ti sia lunga la via”; nel senso che il raggiungimento di quelle coste non può essere frettoloso, bensì preparato da vicende e conoscenze, da scali intermedi, fin quando non si diventi davvero “navigati”. Importante – suggerisce ancora il poeta greco – è che Itaca sia sempre nelle nostra mente (“La tua sorte ti segna a quell’approdo”). Vi giungeremo, così, ricchi di quanto abbiamo guadagnato in vita, senza aspettarsi che sia lei a darci ricchezze. Poiché “Itaca t’ha donato il bel viaggio. / Senza di lei non ti mettevi in via. / Nulla ha da darti più”. Sarà, allora, un approdo la cui sola beatitudine consisterà nel renderci consapevoli che abbiamo vissuto. E a quel momento risulterà chiaro cosa voglia dire “avere un’Itaca”.

02/08/10

Periferie: essere al mondo fuori dal mondo


Strana epoca la nostra, che ci fa vivere in un mondo fatto megalopoli, con il web a simulacro di illusoria democrazia, con/fusi in spazi fisici e mentali dove crescono smisurate periferie (in senso urbanistico e sociale) obbligandoci a ricercare di continuo un ipotetico “centro”. Perché come dice Marc Augé – antropologo e studioso di tutti i non-luoghi – parliamo di “periferie urbane” poiché “in questo modo si designa tutto il tessuto urbano, come se la circonferenza fosse ovunque e il centro da nessuna parte”.
Eh già…, la periferia. Che certamente non corrisponde più alle descrizioni che ne faceva Pasolini, ma che delle analisi di quelle pagine esprime ancora oggi una riaggiornata verità: “i nuovi valori sono quelli del superfluo, cosa che rende superflue, e dunque disperate, le vite”.
Mezzo secolo dopo sembra fare eco all’autore di Ragazzi di vita, un giovane ed emergente scrittore giapponese, Shimada Masahiko, il quale sostiene che la periferia è “un posto dove la storia cessa e il tempo e lo spazio perdono il loro significato”. Per uscirne, a detta di Masahico, esistono solo due strade: o il suicidio o la scrittura.
Conviene senz’altro la seconda ipotesi. Tant’è che le diverse periferie (le marginalità) del mondo, quel gran formicolio di gente che c’è ma non “esiste”, hanno ispirato anche una notevole letteratura. Come dimenticare, ad esempio, lo struggente romanzo di Anna Maria Ortese, Il mare non bagna Napoli, in cui centro e periferia, i luoghi interni ed esterni ad un universo di anti-protagonisti vanno a lambirsi. Non si fatica più di tanto a immaginare Eugenia, la bambina cieca della Ortese, camminare attraverso chissà quale periferia odierna fino a raggiungere un ottico del Centro, comperarsi gli agognati occhiali e “scoprire così la bellezza del mondo” che, invece, non le si rivelerà affatto come tale. Ma, anzi, desolante nei suoi rifiuti, orribile nelle rassegnate miserie degli uomini. Meglio, dunque, la miopia che genera immaginazione, desiderio, sogno, anziché vedere l’evidenza della disperazione.
Il problema della piccola Eugenia sussiste tutt’oggi, deborda in quell’enorme spazio in cui è ormai difficile definire il dentro e il fuori, i margini e il centro, la distanza e la prossimità, l’esclusione e l’appartenenza, l’identità e l’anonimato. A parafrasi di ciò che scriveva Pasolini verrebbe da domandarsi se esista e come, nelle periferie del mondo, “un’ansia di riscatto”, una “silenziosa volontà di rivoluzione”. Perché non si potrà, troppo a lungo, pensare che milioni di esseri umani siano al mondo restando fuori dal mondo.

26/07/10

Oltre la porta un universo


Si diceva che vi fosse transitato anche Ernest Hemingway tra quei banchi assiepati di libri su cui, fingendo di non guardare, vigilava come un’inflessibile istitutrice la signora Pia. Stiamo parlando della vecchia Libreria Bassi, che a Siena – prima in Banchi di Sopra (negli eleganti fondachi di palazzo Spannocchi), poi alla Croce del Travaglio – fu ritrovo di voraci lettori e intellettuali. La bonaria prosopopea di una intellighentia di provincia trovava là dentro i necessari argomenti per legittimarsi. E mentre sul Corso lo struscio fagocitava le sere in sorrisini e sbadigli, oltre quella porta su cui un cartello avvisava con malcelato orgoglio quali lingue straniere vi si parlassero, c’era chi discettava di Leopardi, Pavese, Moravia, Céline, Tozzi. Capitava, talvolta, che qualcuno dei frequentatori (poeta, saggista, storiografo) conquistasse come autore gli onori della vetrina, e allora tale fatua ostensione quasi obbligava l’autore di turno ad essere ancor più presente nei consueti ritrovi: per assumere, se non altro, il benefico farmaco del consenso (effetto placebo, verrebbe da arguire) che tanto aiuta il “male di vivere”, quand’anche si tratti di un semplice malesserino, pressoché inevitabile per quanti respirino trecentosessantacinque giorni all’anno aria di provincia.
Ma a dare alla Libreria Bassi il respiro dell’internazionalità erano i libri e i giornali stranieri, oltre all’offerta turistica di un raffinato “tour de la ville” che il marito della signora Pia (un tipo come guizzato fuori da un romanzo vittoriano) effettuava (in veste di autista e cicerone) su una macchina d’epoca che, per altezzosità e lucentezza di borchie, pareva uscita direttamente da un cancello di Buckingham Palace.
Immerse in quell’odore di carta e polvere, di supponente provincialismo speak english, prendevano corpo certe figure alla Circolo Pickwick o che si erano appena tirate dietro la porta di chissà quale Camera con vista; o, per tornare all’assiduo pubblico degli indigeni, personaggi in perenne antitesi con se stessi, sorta di ossimori viventi: per sciatta eleganza, per come fossero originali copie di qualcos’altro. Si aggirava tra costoro persino un benestante cleptomane. Rubava libri (i cappotti invernali consentivano i migliori bottini) che poi, per comprensivo accordo tra la signora Pia e la moglie del ladro-gentiluomo, venivano pagati il giorno dopo da quest’ultima: l’operazione era signorilmente gestita dalle due parti come un saldo assai più che venale (morale).
Un piccolo mondo di cultura e di varia umanità era la Libreria Bassi. Era, appunto.

19/07/10

Bocca di Magra. Poesia con vista mare


Agli amanti della letteratura che cercassero un luogo di vacanza dove non solo poter leggere libri, ma “abitare” un paesaggio che sia ormai divenuto anche uno spazio testuale, consiglieremmo di trasferirsi per qualche giorno a Bocca di Magra. Striscia di confine tra Toscana e Liguria. Molto più che una terra di transizione tra due regioni. Un vero e proprio “punto di vista” sulla vita dove gli elementi naturali (fiume, mare, montagna; ovvero liquido movimento e magma) sembrano alludere e rifrangere gli umani destini, il loro compiersi o pietrificarsi dentro l’enigma.
Bocca di Magra fu appartato luogo di poeti cui si devono splendide pagine che rivelano quel paesaggio senza mai “descriverlo”, ma semplicemente evocandolo. Esemplare, a questo proposito, è il poemetto di Vittorio Sereni intitolato Un posto di vacanza (versi che richiesero il laborioso limio di quindici anni). Nel Posto di vacanza (che era, appunto, Bocca di Magra) ben pochi sono i dettagli che vanno a connotare il luogo, eppure il poeta in una insistita osmosi con le cose e le persone, ce lo svela (molteplice) più “vero” del suo reale, allorché “vinto il naturale spavento / ecco anche me dalla parte del mare / fare con lui tutt’uno / senza zavorra o schermo di parole, / fendere il poco di oro che rimane / sulle piccole isole / postume al giorno tra le scogliere in ombra già […]”.
Un altro poeta, Eugenio Montale, aveva scritto di un Ritorno a Bocca di Magra, laddove “bruma e libeccio sulle dune sabbiose lingueggiano”, mentre (in quegli anni non esisteva il ponte ad unire le due sponde del fiume) “là celato dall’incerto lembo / o alzato dal va-e-vieni delle spume / il barcaiolo Duilio […] traversa / in lotta sui suoi remi”.
Accade così che l’io poetante diventa medium per farci “conoscere” topografie estranee o dilatarle (quando pure siano note) fino alla raffigurazione ipotetica dell’inconoscibile. E’ ciò che avviene ancora nei versi di Franco Fortini, che dalla sua casa sopra Bocca di Magra (sulle pendici boscose del Montemarcello) auspicava che “i vostri occhi potessero vedere / questo cielo sereno che si è aperto, / la calma delle tegole, la dedizione / del rivo d’acqua che si scalda”, rimandando a un dopo “quello che deve essere detto”, poiché all’istante sarebbe bastato guardare “la bella curva dell’oleandro, / i lampi della magnolia”.
Capirete, insomma, come la parvenza di un luogo abbia sempre bisogno di una sua “rappresentazione” per rivelarsi in ciò che di universale contiene. E’ per questo che merita farsi una vacanza affittando magari… una poesia vista mare.

12/07/10

Tema a… piacere. E Shakespeare copiò il compito


Il recente romanzo La chiave del tempo della danese-americana Anne Fortier prende lo spunto da una delle molte versioni ante litteram dello shakespeariano Romeo and Juliet, e più precisamente dalla novella di ambientazione senese di Masuccio Salernitano Mariotto e Ganozza, due giovani appartenenti rispettivamente alle famiglie dei Mignanelli e Saracini.
E’ noto, d’altra parte, che di “giuliette e romei”, ovvero con quello stesso impianto tematico e narrativo, è ben fornita la letteratura, che a partire dal Boccaccio, attraverso Sermini, Masuccio, da Porto, Bandello, Boaistuau, Brooke e Painter, ha condotto per varie fasi e rimaneggiamenti al dramma di Shakespeare.
Solo per rimanere in ambito senese il repertorio è piuttosto ricco e fantasioso. Dicevamo, ad esempio, del Sermini che tra le sue novelle inviate ad un amico stravaccato a passar l’acque ai Bagni di Petriolo, inserì anche la vicenda di Vannino e la Montanina.
Una versione moralizzatrice della novella serminiana, sempre di epoca quattrocentesca, è attribuita a un altro senese (nativo di Montepulciano): Bernardo Ilicino, filosofo e lettore di medicina presso lo Studio senese, che scrisse Opera dilettevole et nuova de’ gratitudine e liberalità, dove i protagonisti si chiamavano Angelica Montanini e Anselmo Salimbeni.
E’ invece di epoca cinquecentesca il racconto di Scipione Bargagli (“Schietto Intronato” era il suo nome assunto all’interno dell’omonima Accademia). L'opera letteraria a cui tuttora è legata la sua fama è la raccolta di novelle intitolata I trattenimenti di Scipion Bargagli doue da vaghe donne, e da giouani huomini rappresentati sono honesti, e diletteuoli giuochi: narrate nouelle e cantate alcune amorose canzonette (Venezia, 1587). Ed è qui che si può leggere pure la storia d’amore di Cangenova Salimbeni e Ippolito Saracini.
In tutti questi racconti, le situazioni e l’intreccio della vicenda sono simili: famiglie che si guatano in cagnesco (che erano “già tristi”, scrisse Dante a proposito dei Capuleti e Montecchi), amori dunque impossibili, frati complici e un po’ ruffiani, pozioni soporifere, cripte cimiteriali, suicidi. Insomma il dramma è… alto. A Masuccio Salernitano va riconosciuto per lo meno il merito che nella sua versione non trascura l’allegro erotismo dei due ragazzi e l’atmosfera “solare” in cui essi si muovono. Tanto, poi, ci penserà Shakespeare a dare un senso morale alle vicissitudini di quegli amanti, personaggi archetipici dell'amore tragico e letale. Tanto da arrivare a dire "E così con un bacio io muoio".