11/03/13

Democrazia comunque. Dall’antica agorà alla banda larga

Quanti, in occasione delle recenti elezioni politiche, abbiano eroicamente varcato la porta di un seggio (il 25 per cento degli italiani non ha trovato né cuore né ragione di farlo), si saranno resi conto come in quelle stanze, più di ogni altra volta, incombesse la desolazione. Giustamente ostinati a esercitare un diritto/dovere, i cittadini elettori non avevano mani sufficienti a turarsi naso, occhi, orecchie, altri orifizi. Bieca (per alcuni, ‘sinistra’) era anche la luce che, nella cabina, male illuminava l’angusto spazio di democrazia rappresentativa. Un tempo là dentro potevi portare persino Dio (lui di croci se ne intendeva); oggi, invece, te lo fanno depositare insieme al telefonino, e tu sei nello stabbiolo, solo con le tue incacchiature. Pensi, magari, ai figli, ai nipoti, al domani inesorabilmente ingurgitato dall’oggi, il quale oggi sopravvive solo grazie al fiato risparmiato ieri. Se hai le idee chiare, sai a chi non vuoi dare il voto, ma non certo su chi marcare la tua fiducia. Alla fine tracci un segno, con la stessa sufficienza con cui un’infermiera, prima della notte, potrebbe deporti sul comodino la pasticchina-placebo. Dinanzi a un siffatto sconforto viene in mente un romanzo ormai vecchio di cinquant’anni: La giornata di uno scrutatore di Italo Calvino, sofferta riflessione sull’impegno politico, sulla complessità dei cambiamenti di un’epoca, sulla vita e i sentimenti delle persone. E’ambientato durante le elezioni del 1953 (anche allora era in vigore un “porcellum” chiamato più esplicitamente “legge truffa”). Il protagonista è Amerigo Ormea, scrutatore presso un seggio un po’ particolare, quello allestito al Cottolengo di Torino. Per non lasciarsi prendere dallo squallore dell’ambiente, Amerigo si concentra sullo squallore degli arnesi elettorali (matite, cartelli, le schede piegate come telegrammi), convincendosi che “la democrazia si presentava ai cittadini sotto queste spoglie dimesse, grigie, disadorne”, per essere, al di là di orpelli e fasti esteriori, “lezione d’una morale onesta e austera”. Ma lo scrutatore di Calvino rifletteva pure su una democrazia che, per quanto giovanissima, già era minacciata da “l’ombra grigia dello Stato burocratico”, dalla “vecchia separazione tra amministratori e amministrati”. Mutatis mutandis, c’è un qualcosa del presente che ci accumuna alle consapevolezze e ai tormenti del calviniano Amerigo. Democrazia è, infatti, divenuta parola vuota, rosicata dal tarlo del potere. Non manca, tuttavia, chi ci rassicura ricordando lo sbuffo di sigaro entro cui Winston Churchill racchiuse la sua definizione di democrazia: peggiore forma di governo ad eccezione di tutte le altre forme sperimentate di volta in volta. E, soprattutto, sono in diversi a confidare nella grande ‘adattabilità’ della democrazia, che, dall’agorà dell’antica Grecia, giunge oggi a recriminare i propri diritti sulla concitata piazza della banda larga. Quest’ultima è la novità del momento. Un grumo di istanze, rabbia, utopia. La cosa è indubbiamente seria…, quando non fa sorridere.

04/03/13

L’inverno della Repubblica. Ecco il populismo senza il popolo

La Seconda Repubblica è stata tumulata sotto il gelo dell’inverno, inconsueta stagione per celebrare riti elettorali. Come accade in simili circostanze, il commiato ha risuonato di luoghi comuni. E’ il modo con cui i sopravvissuti si danno conferma di essere tali. Parole, appunto: a tentare di definire ciò che per molti risulta ancora incomprensibile. Del resto, nella storia, capita sempre così. La consapevolezza dei cambiamenti avviene quando essi sono, da tempo, reali e se ne stanno già preparando altri. Figuriamoci, poi, quando a prendere coscienza delle trasformazioni dovrebbe essere una politica totalmente incarognita nell’autoreferenzialità e, quindi, alienata rispetto a quanto succede nella vita vera delle persone. Pertanto abbiamo appreso che gli sconfitti delle recenti elezioni risultano quanti non hanno saputo parlare “alla pancia della gente”, perché è quello il ricettacolo (antropologia e fisiologia divengono interdisciplinari) in cui convivono viscere, risentimenti, egoismi. Si sappia, dunque, che la maggioranza degli italiani soffre di irritazione al colon. Patologia che qualcuno aveva preteso di curare con tristi diete (il professor Monti era un luminare in materia). Ma quanti soffrono di siffatti disturbi hanno imparato a conviverci, salvo, periodicamente, consultare il medico-clown di fiducia. Ecco, allora, che a voler continuare questo gioco che procede per contiguità di luoghi comuni, giungiamo alla parola più adoperata negli ultimi giorni: “populismo”. Qui le discipline chiamate in causa sarebbero, per ovvie ragioni, quelle delle scienze politiche e letterarie. Sono esse, infatti, che fino adesso ci hanno spiegato tale fenomeno storico, che nasce da una idealizzazione del popolo, portatore di valori positivi e integri, in contrapposizione alla classe egemone che, invece, si distingue per negatività e corruzione. E’ il popolo che assurge a ‘modello’ di giustizia universale, come avvenne in Russia tra il 1850 e il 1880 (là nacque il “populismo”). Persino Mussolini, in uno dei suoi farneticanti discorsi, disse che era giunto il momento di “andare verso il popolo”. E vale la pena ricordare quanto, in Italia, un’idea mitizzata e romantica di popolo avesse infervorato prima il Risorgimento, dopo la Resistenza e i primi anni della ripristinata democrazia. Il populismo, quindi, è stato declinato in vario modo: reazionario, nazionalista, borghese, liberale, progressista. Sarebbe interessante andare a rileggersi i romanzi di Elio Vittorini, laddove è il popolo che maggiormente soffre nel mondo e che quindi va liberato. E, ancora, Pavese, Moravia, Pasolini. Proprio Pavese, nel saggio Il comunismo e gli intellettuali, asseriva che “Verso il popolo ci vanno i fascisti. O i signori. […] Non si va ‘verso il popolo’. Si è popolo”. Piacerebbe porre quelle pagine (indubbiamente anacronistiche) in sinossi con il nostro tempo post-ideologico. Riaprirle sugli scenari squinternati dell’oggi dove un populismo senza popolo cresce tra disperazione e l’ultima chiamata per la speranza.

25/02/13

Correttezza in campo. Che non vinca il peggiore

In attesa che Stefano Benni aggiorni il suo Bar Sport al nuovo secolo (sono trascorsi quasi 40 anni dall’uscita del libro divenuto un classico dell’umorismo) a tutti è dato vedere come quel luogo, un po’ reale un po’ metaforico (finanche metafisico) resista ancora. L’arrendevole squallore delle luci a neon di un tempo, luccica oggi di lampade a led, ma il Bar Sport è vivo e lotta insieme a noi. Interagisce con la piazza virtuale e con le strade (quasi sempre senza sfondo) sulle quali le parole degli uomini fanno jogging: tenace, inconcludente, necessario. Forse la sintesi del binomio sport/società sta proprio lì, persa tra i vapori della macchina da caffè che quotidianamente irrora i prati incommensurabili dell’ovvietà. Ecco, allora, le chiacchiere assurgere esse stesse a pratica sportiva. Hanno le loro olimpiadi, i primatisti, gli sponsor, le sostanze dopanti, i bilanci in rosso, gli allenatori, i gironi di andata e ritorno, gli immancabili ultras. Lo sport della vita – quello sì di massa – trova allora il verso di svolgere il proprio campionato. E anche in tal caso a vincerlo sono sempre i soliti. Per ridare all’universo sportivo una sua ‘ragionevolezza’ converrebbe davvero indire convegni nei bar. Aiuterebbe, se non altro, a liberarlo da quella schizofrenia che lo sdoppia tra retorica, intenti pedagogici, finalità sociali, e una prassi che, ai diversi livelli organizzativi e agonistici, va puntualmente a smentire certi conclamati valori. I problemi in materia sono complessi e talvolta contradditorî. Non è infatti facile gestire, insieme, business, strutture tecniche, risultati agonistici, propositi educativi, coltivazione di talenti, e tutte le dinamiche umane che vi sono connesse. Ciò che avvilisce è, però, assistere a un esercizio dello sport che potremmo definire ‘disperante’: nelle nevrosi, nelle frequenti slealtà e disonestà di chi lo pratica (o lo promuove), nella dissennata (alienante) baraonda di alcuni supporters, nei costi (e non nei benefici) sociali che ne derivano. Scrisse Jean Cocteau che lo sport era da considerarsi uno specchio della vita psicologica del Novecento. A suo modo continua ad esserlo, per come intersechi diversi aspetti dell’esistenza delle persone. Una testimonianza in tal senso ce la offre anche la letteratura che, in forme diverse, ha saputo narrare quell’universo. Già in questa pagina domenicale abbiamo avuto occasione di parlarne, ma merita, appunto, ricordare che proprio l’esperienza letteraria ha spesso descritto i caratteri, i risvolti psicologici, l’epica, i sentimenti derivanti dallo sport. Sarebbe dunque auspicabile che questa rappresentazione artistica potesse continuare a prodursi, quale riprova che il mondo cui essa si ispira è sempre in grado di suscitare pathos, emozioni, gesta eroiche di vittorie e di sconfitte. A detta di Muhammad Ali i campioni non si fanno in palestra, ma con qualcosa che essi hanno nel loro profondo: un desiderio, un sogno, una visione. Ecco di quale sport vorremmo ascoltare tuttora il racconto. Che, dunque, non vinca il peggiore.

18/02/13

Se Pietro abdica. Crisi della Chiesa ma non solo

Nella scultorea bellezza della lingua latina, quella frase ha indubbiamente scalfito le pietre che a fatica vanno fondando il nuovo millennio. “Conscientia mea iterum explorata … ad cognitionem certam perveni vires meas ingravescente aetate non iam aptas esse ad munus Petrinum aeque administrandum”. A pronunciarla era il papa che, dinanzi alla sua coscienza e a Dio, stava giustappunto rassegnando le dimissioni perché la vecchiaia non gli avrebbe consentito l’energia richiesta dal gravoso ministero. E’ così che il tradizionalista Benedetto XVI ha compiuto il gesto più rivoluzionario che un papa potesse compiere e che ciascuno di noi, sulla scorta delle proprie sensibilità, cultura, credenze, ha provato a spiegarsi. Sorprendente, innanzitutto, come all’ineccepibile curriculum ecclesiastico di Joseph Ratzinger debba ora ascriversi una scelta tanto ‘anti-istituzionale’ e che risulta addirittura profetica. Contiene, infatti, il messaggio che il servizio petrino non è un primato di onore e di giurisdizione, ma un primato pastorale. Se ciò viene meno, decade anche la ragion d’essere della chiesa. Da questo punto di vista papa Ratzinger ha dato una lezione che vale un’enciclica, soprattutto in un momento nel quale la chiesa gerarchica è persa in faide curiali, intrallazzi finanziari, terribili scandali. Il cuore di Benedetto XVI (per quanto aiutato da un peacemaker) non regge più lo scempio. Ma si ha anche l’impressione che in quel sofferto scandaglio di una “conscientia iterum explorata”, il papa (la sua intelligenza, capacità intellettuale, fede) abbia rilevato, non di meno, l’abissale distanza che separa il mondo dal cristianesimo e, quindi, l’inadeguatezza della stessa chiesa dinanzi a un siffatto problema. Esiste ormai un’umanità che non può dirsi nemmeno anti-religiosa, ma – culturalmente – post-religiosa. E’ da qualche decennio che l’annuncio del Vangelo non può contare sulla coesione ideologica, politica, culturale e spirituale di un mondo che, comunque, era solo una parte di mondo, quello occidentale. Dinanzi alla crisi della modernità, la chiesa non riesce a trovare le modalità del suo annuncio. Si è inesorabilmente consumata la dissociazione tra cristianesimo e una antropologia che sul cristianesimo era stata plasmata. La vecchiaia e la fragilità di Joseph Ratzinger porta con sé questa consapevolezza e il patimento che ne deriva. E’ la crisi della chiesa, ma, per certi aspetti, pure dell’intero Occidente; di un’epoca, anch’essa invecchiata, che oggi va a rifugiarsi nel cuore affaticato di un ottantaseienne uomo di Dio: fermo nella fede, affranto nel vederla negata dai suoi stessi ministri. Quando egli deporrà le vesti pontificali, quel gesto starà a significare che il “primato di Pietro” non è a servizio della religione, ma della fede. La chiesa non vive in funzione di se stessa e della propria potenza. E’ provvisoria, fragile, persino attraversata dal dubbio. Non è un’istituzione, ma un ‘evento’ che continuamente accade tra la storia e una dimensione ‘altra’.

11/02/13

Onda su onda. Il medium che educa alla lontananza

Tra gli strumenti che hanno contribuito alla mia educazione sentimentale devo senz’altro ascrivere la radio. E’ stato il mezzo che mi ha formato al senso della ‘lontananza’. Cioè alla percezione di quello spazio della mente, dell’immaginazione, dell’intimo sentire, che rende prossime le cose remote, colmandone la distanza con pensieri, fantasie, emozioni. Mi rivedo ragazzino girare la manopola delle sintonie, finché, come da una gorgoglio di mari, da una Babele di sintagmi e di gente, sarebbero emersi chiaramente suoni, voci, racconti. Anche la notizia più rassicurante acquistava pathos, allertava il cuore. Fu in queste fascinose escursioni che ascoltai per la prima volta l’allegretto della Pastorale eseguita dai filarmonici di Berlino: la banalità di un arpeggio trasformarsi in sublime invenzione. Di quello stesso genio, “diventato sordo e scontroso” – mi aveva raccontato la mamma – era anche la sigla con cui, in tempo di guerra, si aprivano le trasmissioni di Radio Londra, ascoltata clandestinamente nella penombra dei coprifuoco e delle tende tirate. Notiziari la cui voce aveva la ferma pacatezza della speranza, contrapposta all’enfasi della propaganda fascista. I bollettini del mitico colonnello Harold Stevens venivano giustappunto annunciati (tam-tam-tam-tam) con l’inizio della Quinta di Beethoven. Perché quelle prime note così scandite, se decodificate con l’alfabeto Morse, trascrivevano la “V” di “Victory”. Per me che, fortunatamente, la guerra l’avrei vista, dopo, soltanto al cinema, ancora più avvincente fu sapere dei messaggi criptati che per mezzo di Radio Londra gli alleati trasmettevano alle unità della resistenza italiana. Non nego che tali suggestioni – l’idea di clandestinità, la trasgressione, l’andare-contro per una causa giusta – mi sarebbero tornate in mente negli anni Sessanta-Settanta con il proliferare di quelle che furono chiamate “radio pirata”, poi divenute “radio libere”, ora “private”. Era il tempo in cui Eugenio Finardi cantava: “Amo la radio perché arriva dalla gente / entra nelle case e ci parla direttamente / se una radio è libera, ma libera veramente / piace ancor di più perché libera la mente”. Erano gli anni in cui un ragazzo siciliano, Peppino Impastato, attraverso gli artigianali microfoni di Radio Aut, intendeva combattere la mafia. Perciò fu assassinato. Qualche decennio fa si disse anche che la radiofonia sarebbe stata fagocitata da televisione, web e da come questi due strumenti andassero interagendo. Ma la radio ha resistito ricollocandosi nel contesto massmediale, ed oggi vanta grandi ascolti. Probabilmente in virtù di quanto ebbe a evidenziare un signore che di queste cose se ne intendeva, Marshall McLuhan, il quale sosteneva che: “La radio … è una subliminale stanza degli echi che ha il potere magico di toccare corde remote e dimenticate”. Ma non solo. A differenza della televisione, che illuminando il reale allo stesso tempo ce lo sottrae, la radio restituisce la lontananza necessaria alla nostra immaginazione, la notte che fa ingrandire i pensieri.

04/02/13

Cecità. Avere insieme i libri e la notte

Sono belle a vedersi le parole che sulla pagina bianca compongono architetture di discorsi; e i discorsi che formano conoscenze, e le conoscenze pensieri, e i pensieri sentimenti, che, così scritti, parlano tutte le lingue del mondo. A negare questa esperienza della lettura può essere solo il buio o il pianto, due condizioni in cui le parole ci sono, ma risultano negate all’evidenza. Come se, inibito lo sguardo, anche la parola decadesse. Qualcosa di analogo a quanto Diderot confidava alla sua amata nella Lettera sui ciechi per quelli che ci vedono: “Scrivo senza vedere. E’ la prima volta che scrivo nelle tenebre … senza sapere se formo dei caratteri. Dove nulla ci sarà, leggi che ti amo”. Purtroppo, chi – fuori ogni metafora – si trovi nella condizione di cecità, ha accessi molto limitati alla parola scritta. Qualcosa gli è possibile utilizzando sistemi tattili o, più recentemente, grazie all’informatica. Quando osserviamo una persona che legge attraverso il Braille si ha davvero la sensazione di quanto quelle parole trovino quasi una nuova e fabbrile creazione, uno svelamento: lo scrittore ha faticato (sovente sofferto) a sceglierle, costruirle, saggiarne il suono; ed ora chi le decodifica a fior di pelle, sembra esercitare un impegno pari a quello dell’autore. Il cieco conquista in tal modo la parola scritta; altre volte semplicemente ascoltandola. Ma qualunque sia il mezzo dell’appropriazione, egli subito la interiorizza senza disperderla in confusioni di sguardi, come invece può accadere ai vedenti. Forse proprio per queste ragioni mito e letteratura hanno trovato nella cecità il corrispettivo alla visione interiore, alla divinazione, alla veggenza. Basti pensare a quel san Tommaso i cui occhi di lince non avevano, però, svelato alcunché a cuore ed anima. Non manca, certo, letteratura sull’argomento. Dal D’Annunzio di Notturno al Saramago di Cecità, passando per Wells (Il paese dei ciechi), Dürrenmat (Il cieco), Pinter (La stanza), Hull (Il dono oscuro). Così come, a suo modo, è in tema il Joyce dell’Ulisse e di Gente di Dublino. Ma forse lo scrittore che maggiormente ha illuminato con le parole il buio della cecità è Borges. Il testo più toccante del poeta argentino coincide con la sua nomina (era il 1955) a direttore della Biblioteca Nazionale di Buenos Aires, 900.000 volumi che lui, pressoché cieco, non avrebbe mai potuto vedere. Scrisse allora: “Nessuno riduca a lacrima o rimprovero / questa dichiarazione della maestria di / Dio, che con magnifica ironia / mi diede insieme i libri e la notte”. Indubbiamente uno strano destino quello che aveva consegnato una città di libri a “occhi privi di luce, che soltanto / possono leggere nelle biblioteche dei sogni / gli insensati paragrafi che cedono / le albe al loro affanno”. E pensare – dice ancora Borges – che “mi figuravo il Paradiso / sotto la specie d’una biblioteca”. Ebbene, piacerebbe pensare che un simile aldilà potesse davvero esistere, in modo che tutti, proprio tutti, avessero da leggere l’intera biblioteca del visibile e dell’invisibile.

28/01/13

Sulla punta della lingua. Mi si è glocalizzato l’italiano

Allarme rientrato. Secondo i dati Istat più recenti non è vero che in Italia i dialetti siano in estinzione. Magari subiscono processi di italianizzazione, ma, a loro modo, perdurano – eccome – nella quotidianità delle famiglie e della vita sociale. E così vanno pure affrancandosi da quello status che li relegava a lingua ‘altra’ e di basso ceto. Poiché alternare dialetto a italiano è ormai un vezzo interclassista, ironico, cine-televisivo, persino scic; non di meno un esibito richiamo ad origini e affetti. Ecco, allora, il consolidarsi di una lingua italiana grosso modo ‘regionalizzata’, che di anno in anno, come testimoniano gli aggiornamenti dei dizionari, fornisce parole alla lingua ‘ufficiale’. Del resto – fanno notare gli studiosi – l’italiano altro non che un dialetto (il fiorentino) che si è potuto permettere di andare all’università grazie alle risorse del babbo (in tal caso i padri sono stati tre, e si chiamavano Dante, Petrarca, Boccaccio). In ragione di ciò, i toscani hanno potuto alimentare, nel tempo, una sorta di boria linguistica, ma non la gelosa ‘alterità’ racchiusa dentro un dialetto. Al punto da dover ripiegare – per guadagnarsi una lingua propria – in un vernacolo fatto di parole tronche, elisioni, insistiti pronomi, ghiotti bocconi di consonanti. Per cui, anche quando il popolo abbia inteso esprimersi con una ‘sua’ letteratura (stiamo parlando di poesia e canzone popolare) altro non ha potuto fare che ‘il verso’ a forme e linguaggi colti. Una contaminazione, però che ha visto anche l’inverso indirizzo, allorché alla cultura alta è piaciuto assai attingere ad espressioni e modi popolari. Basti pensare agli esuberi di lingua garfagnina nei Poemetti di Giovanni Pascoli o alla compiaciute raccolte di canti popolari toscani redatte da Niccolò Tommaseo, Giuseppe Tigri, Giovanni Giannini, che trascrivevano – magari con qualche abbellimento di troppo – quanto andavano ascoltando per bocca di popolo. A voler dimostrare come tra la gente tosca anche gli ignoranti non potessero essere ignoranti. Ma per tornare a considerazioni generali sulla letteratura dialettale, resta indiscutibile il fatto che poche grandi culture, al pari di quella italiana, hanno una lingua visceralmente legata ai dialetti. Tanto che risulta impossibile, in una storia della letteratura italiana, prescindere da autori quali Ruzante, Porta, Belli, Pascarella, Di Giacomo, Marin, Loi; i versi in friulano di Pasolini e quelli in trevigiano di Zanzotto. Fino alla lingua ‘inventata’ da Andrea Camilleri, frutto di una miscidazione, giocosa ma coltissima, tra italiano e siculo, che è, poi, il processo di contaminazione di cui parlavamo all’inizio e che caratterizza la sopravvivenza dei dialetti attraverso una glocalizzazione della lingua patria. Ecco, perché i dialetti, sono parte vitale della cultura letteraria italiana, inteso che – come scriveva Carlo Porta – le parole di una lingua sono “ hin ona tavolozza de color, / che ponn fà el quader brutt, e el ponn fà bell / segond la maestria del pittor”.