18/11/13
Corsaro e luterano. Il poeta che oppose l’arte al degrado
“La morte non è nel non poter comunicare ma nel non poter più essere compresi”. Lo affermò Pier Paolo Pasolini. Lui che incompreso risultò ai molti, frainteso da diversi, e, quando compreso, a maggior ragione ignorato. Poiché il suo pensiero rifiutava le semplificazioni, il suo modo di confrontarsi (e scontrarsi) era diretto, frontale. Fu troppo comunista per essere poeta e troppo poeta per essere comunista. Mistico blasfemo, asceta lussurioso, veggente snobbato. Un reazionario di sinistra (così lo definì Enzo Siciliano), angosciato dall’omologazione, dal “genocidio” culturale in atto nella società e perpetrato da un potere che andava espropriando i comportamenti e le esistenze di tutti. Il poeta venuto dalla friulana Casarsa della Delizia (un vecchio borgo “intronato dal suono senza tempo della campana”), provò, così, a contrapporre l’arte al degrado, a conficcare il punteruolo della poesia nella scorza della realtà. Invano, ovviamente. Il degrado sarebbe stato trasfigurato (ottimizzato) in modello sociale. Il popolo – termine, già allora, un po’ fané per significato e significante – sarebbe diventato “la gente” o, per meglio dire, “il pubblico”, quello della televisione naturalmente. La mutazione antropologica avrebbe ammorbato ogni espressione della vita individuale e sociale: famiglie, scuola, politica.
Ora che quel degrado è a sua volta degradato in qualcosa di più sfuggente, si torna ancora a farci la domanda retorica: cosa direbbe Pasolini se fosse sempre vivo. Ma forse avrebbe maggiore senso interrogarsi per quali ragioni lo scrittore “corsaro” potrebbe avere da ri-dire. A fronte delle nuove volgarità, ipocrisie, corruzioni, ingiustizie, povertà. Dinanzi a tutti gli Alì dagli occhi azzurri che approdano (quando approdano) a Lampedusa dalle “barche varate nei Regni della Fame” (pure in questo fu profeta). E chissà come concepirebbe, oggi, l’episodio de La ricotta, a quale tipo di “poraccio” assegnerebbe il ruolo del ladrone buono, morto in croce, vittima sacrificale del mondo all’epoca detto borghese, che paga il prezzo della vita perché “morire era l’unico modo che aveva per fare la rivoluzione”. Giudicherebbe, dunque, questo nostro tempo al vaglio della sua speranza, disperazione, ironia. O forse si limiterebbe a guardare con lo stesso sguardo tragico, sconvolto e beffardo che Anna Magnani, sul finale di Mamma Roma, rivolge ai palazzi in costruzione della nuova città in cui aveva sognato di abitare. Un sogno ormai riposto e negato. Alberto Moravia disse che di artisti come Pasolini ne nascono uno ogni cento anni. Non mancherebbe molto. Speriamo.
11/11/13
Scritti… a macchina. Con il rombo delle parole
In questi appuntamenti domenicali è capitato di ricordarlo altre volte: è sempre il racconto (e la sua reiterazione) a creare il mito. Ancorché si tratti di miti sorti in àmbiti che sembrerebbero oltremodo distanti dalla supponenza della letteratura. Pensiamo, ad esempio, ad una officina dove si riparano automobili. Luogo apparentemente agli antipodi della letterarietà. E invece risulterà meno innaturale di quanto si creda assimilare quelle chiazze di morchia al nero degli inchiostri che, guarda caso, di macchine e dei loro piloti hanno scritto leggende.
Nella vasta aneddotica riferita a Gabriele D’Annunzio – a cui, notoriamente, piaceva il rombo dei motori – si dà pure notizia di un incontro tra il Vate e Tazio Nuvolari, avvenuto nel 1932 a Gardone Riviera. Sette ore di conversazione, un pranzo insieme, una tartarughina d’oro che D’Annunzio regalò a Tazio accompagnandola con queste parole: “All’uomo più veloce del mondo, l’animale più lento”. Perché Nuvolari – “il mantovano volante”, colui al quale Enzo Ferrari attribuì l’invenzione della “sbandata controllata”, l’uomo provato dalle vicende della vita e, in ragione di ciò, pronto a sfidare la vita stessa – aveva affascinato tutti. Orio Vergani, che ne fu amico, tracciò di lui un vero affresco poetico, ricordando una scarrozzata notturna che parve come “salire verso la luna”, a testimonianza che Tazio avesse con gli astri un intimo legame.
La letteratura non ha dimenticato nemmeno un altro mito dell’automobilismo: Juan Manuel Fangio. Bello ed essenziale il ritratto che ne fa Osvaldo Soriano nel libro Pirati, fantasmi e dinosauri. Parla di un “idolo tranquillo”, consapevole della propria grandezza, ma che non andava in giro a proclamarla. Insomma – dice Soriano – non certo paragonabile a un esaltato come Maradona. Fangio “era un uomo di campagna, un meccanico di Balcarce che avrebbe voluto diventar giocatore di pallone ed era stato il campione di tutti i circuiti”.
Incredibile. Il fascino delle Mille miglia coinvolge persino un poeta appartato come Vittorio Sereni, che in un testo datato Brescia 1955, così comincia: “Per fare il bacio che oggi era nell’aria / quelli non bastano di tutta una vita. / Voci del dopocorsa, di furore / sul danno e sulla sorte”.
Inoltre, agli amanti dei sentimenti che corrono su quattro ruote, rammentiamo almeno altri tre titoli. Il racconto di Giuseppe Berto dall’inequivocabile titolo di Pistone (due ragazzi si imbucano avventurosamente nella corsa delle Mille miglia), il romanzo Il cielo non ha preferenze (drammatica storia di macchine e d’amore) di Erich Maria Remarque e Dopo corsa, che si trova in Gente di Dublino di Joyce (“Le automobili filavano veloci verso Dublino, parevano proiettili nel solco della Naas Road”). Tutto ciò per dire come l’automobilismo raccontato abbia decisamente… una marcia in più.
04/11/13
In tema di Shoah - Meditate che questo è stato
Nel romanzo di Giorgio Bassani, Il giardino dei Finzi-Contini, c’è una pagina indimenticabile. Siamo nel 1938, l’anno dell’emanazione delle leggi razziali. Tutta la famiglia è festosamente riunita a tavola per la celebrazione della pasqua ebraica. Si sta cantando uno di quei canti che il rito, scandito da una sorta di pedagogia dottrinale, dedica ai bambini; e che in cuore agli adulti risuona come lo struggimento di una nostalgia atavica. Improvvisamente squilla il telefono, qualcuno va a rispondere, ma nessuna voce è all’altro capo. Una, due volte. Non c’è interlocutore. Solo un mutismo minaccioso, vigliacco. Da quel subdolo avvertimento che oltraggia la festa, i sentimenti, l’intimità della casa si giungerà fino all’orribile epilogo: cinque anni dopo i Finzi-Contini saranno deportati nei campi di concentramento nazisti, a morire dentro il più inenarrabile paradosso della storia.
La scena descritta da Bassani colpisce per come l’enormità (ma anche l’astrattezza) di un numero (6 milioni saranno gli ebrei sterminati) vada a rimpicciolirsi – e di nuovo a ingigantirsi – nei giorni, nelle stanze, negli affetti di una famiglia. Proprio questa rappresentazione ‘minima’ risulta sconvolgente, poiché induce il pensiero verso ciascuna di quelle persone che andarono a costituire l’atroce somma. Immaginiamo, così, storie famigliari che, al pari delle nostre, intrecciavano amore, vincoli, memorie, progetti. E che – non per fatalità, ma per malvagio disegno – vennero infranti.
Tale è la riflessione e il turbamento che ogni volta attanaglia passando dinanzi alla Sinagoga di Siena, sulla cui facciata è posta una pietra. Lo scalpello, temprato a sdegno e pietà, vi ha scalfito queste parole: “Furono pur veri i campi di spietato annientamento, incredibili strumenti di disumana prepotenza. Con sei milioni di ebrei vi scomparvero i deportati da Siena, figli di una dottrina di giustizia e di amore. Con carità e benedizione siano i loro nomi ricordati”. Seguono 14 nomi e la loro età. Inevitabile non notare che Marcella Nissim aveva 20 anni, Gabriella Nissim 14, Morosina Valech 24, suo fratello Ferruccio 13. Di Ferruccio esiste una foto che lo mostra serio, con due occhioni tristi. Lo sguardo che sembra penetrare la cortina del presagio. Il 14 novembre 1943, giorno del suo tredicesimo compleanno, fu fatto entrare nella camera a gas di Auschwitz. Lo tenevano per mano il babbo e lo zio. La sua giovane vita fu spintonata nell’abisso dove tutt’oggi gorgoglia una domanda: “Ma perché?”.
A scemenze, malafede, ignoranza, provocazioni che supportano il cosiddetto negazionismo, non si replica con una legge (che, per assurdo, potrebbe addirittura alimentarlo) ma con un impegno civile e culturale. Anche in tal caso valga il binomio di conoscenza e coscienza. Da qui la perentoria ammonizione di Primo Levi in apertura al libro Se questo è un uomo: “Meditate che questo è stato: / vi comando queste parole. / Scolpitele nel vostro cuore / stando in casa andando per via, / coricandovi alzandovi; / ripetetele ai vostri figli”.
28/10/13
Attracchi e naufragi. Se tutti siamo spaesati migranti
Ogni giorno le cronache del mondo ci chiedono una sintesi tra ragione, sentimenti, giudizio politico. Una tormentata operazione intellettuale (verrebbe da dire persino ‘spirituale’, se questo termine non si prestasse a equivoci) rispetto ad una realtà in continua trasformazione e troppo più avanti alle nostre capacità di adattamento e comprensione. Geografie, culture, persone si muovono su scala globale: si compenetrano, si ‘mescolano’, si incontrano e scontrano. E’ l’epoca del meticciato che mette in crisi identità etniche credute fino a ieri immutabili. E c’è, poi, il movimento veloce della comunicazione, della conoscenza in tempo reale di quanto ad altri e ovunque accada. Connessi sempre con l’universo mondo, ne percepiamo la simultaneità alla nostra esistenza. Il ‘qui’ (almeno virtualmente) è ormai il ‘dappertutto’, così che viviamo l’ambigua condizione (forse il privilegio) di essere cittadini ‘glocali’.
Folgorante era stata l’intuizione di Paul Valéry, che già nel 1928, sull’imminenza di uno sconquasso epocale, metteva in discussione certe nozioni di Europa, civiltà, storia, tecnica, politica, libertà, progresso. Nei suoi Regards sur le monde actuel (l’edizione italiana, “Sguardi sul mondo attuale”, a cura di Felice Cirto Papparo, è pubblicata nella Biblioteca Adelphi) lo scrittore francese avvertiva su come “i fenomeni politici della nostra epoca [quella di allora] sono accompagnati e resi più complessi da un mutamento di scala senza precedenti, o piuttosto da un mutamento nell’ordine delle cose”. A suo giudizio, infatti, “il mondo al quale cominciamo ad appartenere [si noti la finezza linguistica e concettuale di questo “cominciamo ad appartenere”] è soltanto una controfigura del mondo che ci era familiare”. Secondo Paul Valery (spesso i poeti sono profeti) “il sistema delle cause che governa il destino di ciascuno di noi, estendendosi ormai alla totalità del globo, lo fa a ogni scossa riecheggiare tutto quanto: non esistono più questioni delimitate, anche se possono esserlo in un singolo punto”.
Mi sono tornati in mente questi pensieri del poeta francese nei recenti giorni della tragedia di Lampedusa, non potendo, peraltro, dimenticare che allo stesso autore appartengono i versi di Cimetière marin (“Le vent se lève … il faut tenter de vivre”). Eh già… “si alza il vento, dobbiamo cercare di vivere”.
Noi sappiamo che in quel mare Mediterraneo dove zattere di speranza trasportano esseri umani, fluttua pure un nuovo mondo a cui “cominciamo ad appartenere”. E in ragione del quale – ecco tornare quanto mai attuale la lezione gandhiana – ogni cultura non può bastarsi, ha bisogno di incontrarne altre. Ne va della loro vitalità, che necessita, nel tempo, il confronto con quanto sia altro-da-sé. Poiché non esistono culture che non abbiano limiti, zavorre di pregiudizi, carenze e omissioni di verità; ciò che Maurice Merleau-Ponty chiamava “regioni selvagge”. Regioni sulle cui coste, oggi, sciaborda un mare di attracchi e naufragi che ci fa tutti, proprio tutti, clandestini. Spaesati migranti.
17/06/13
La levatrice degli scrittori - Come ti creo o abortisco un autore
Ci sono almeno tre attività che non avrei mai potuto esercitare: il chirurgo, il restauratore d’arte, l’editor. Tre mestieri che implicano di dover mettere le mani su cose altrui e di fare danni irreparabili. Persino nel lavoro di curatore editoriale, che potrebbe risultare più consono alle mie inclinazioni, vedrei rischi pazzeschi e insostenibili cause per responsabilità civili (forse penali) verso terzi. Troppo arbitrario dover intervenire sul manoscritto di un autore, per suggerire (talvolta imporre) tagli, smontaggi e rimontaggi della trama, scelte lessicali, cadenze narrative. Mi viene sempre da pensare – se all’epoca fosse esistita questa figura professionale – come si sarebbe comportato un editor dinanzi a un testo di Federigo Tozzi. Magari alle prese con la (non)struttura narrativa di Con gli occhi chiusi, con quella scrittura ruvida, nervosa, icastica (eh no, Federigo, qui va cambiato, non funziona…”). Quanti rifacimenti sarebbero stati richiesti, fino, probabilmente, a privarci di un libro che, per molti versi, anticipò il romanzo psicologico novecentesco, oltre che rivelare una originalissima cifra stilistica.
Ciò non nega il fatto che esistano bravissimi editor (accorte levatrici) nell’aiutare uno scrittore a sapersi rivelare al meglio. Pero, però…, quanti abbagli clamorosi si contano nella storia letteraria, allorché altre blasonate figure professionali, i cosiddetti ‘lettori’ delle case editrici, bocciavano manoscritti ritenuti non degni di pubblicazione. In tal caso non era un problema di editing, perché il libro non piaceva tout-court. Come quando Gli indifferenti di Moravia fu giudicato “una nebbia di parole” o Se questo è un uomo di Primo Levi venne respinto da Einaudi per ben due volte: nel ´47 il giudizio positivo di Natalia Ginzburg non è condiviso da Pavese, nel ´52 Pavese è morto ma il rifiuto si ripete. Einaudi pubblicherà il capolavoro di Levi solo nel ´58.
Chi volesse documentarsi in questa controstoria della letteratura può farlo leggendo il libro Siamo spiacenti di Gian Carlo Ferretti (Bruno Mondadori, 2012), dalle cui pagine si apprende che Italo Calvino (consulente di Einaudi) si oppose alla pubblicazione de I racconti della Ghisolfa di Testori e anche della Scoperta dell’alfabeto di Luigi Malerba (una raccolta di racconti “grezzi e con poca sostanza, … neorealismo paesano stile 1946 ma senza lirismo”). Ripetuti rifiuti e diffidenze ebbe anche Il gattopardo di Tomasi di Lampedusa e, ancora, autori quali Morselli, Pasolini, Volponi Camilleri. Talora la questione fu di opportunità editoriali e commerciali, altre volte, di scarsa lungimiranza.
Oggi, fatta salva una editoria di nicchia che guarda alla qualità e a un pluralismo di proposte, la linea è dettata soprattutto dal marketing; che pompa autori gracilini ma di sicuro impatto pop o più strutturati scrittori invitati a replicare se stessi finché ci sia un riscontro di vendite. Così il successo di un libro è spesso una sorta di disco dell’estate, costruito sul ritmo di un ballabile, retorico quanto un volo di gabbiani.
10/06/13
Tra storia e utopia - Non esiste una pace astratta
Il secolare conflitto arabo-israeliano (le ragioni degli uni e degli altri e, magari, anche le disuguali ragioni che gli uni accampano sugli altri) è purtroppo divenuto il paradigma dell’impossibilità della pace, ovunque essa resti solo un desiderio. Un’aspirazione, appunto, ma impraticabile. Pare quasi esserci, nell’esperienza umana, la ‘naturalezza’ all’odio, al sopruso, a fare dell’altro il nemico, che nulla può anche dinanzi all’orrore del sangue, alla distruzione, all’urlo delle madri, al terrore. Quasi a voler sottoscrivere l’amaro verso della canzone di De Gregori (Generale): “perché la guerra è bella, anche se fa male”.
E’ doloroso ammetterlo. Ma troppo distante è l’utopia dalla pratica di una pace costruita nella concretezza (nella fatica) di rapporti interpersonali, tra popoli, etnie, fedi religiose. E d’altra parte non può esistere una pace astratta, così come è difficile raggiungerla quando sia già guerra. La convivenza pacifica dovrebbe essere, infatti, una premessa della condizione umana, legata ai valori della persona, soggetto di diritti e di doveri. Non disgiunta dall’idea del bene comune, della solidarietà tra popoli, del lavoro per un progresso condiviso.
Un vecchio amico di ritorno dall’ultima Marcia della Pace Perugia-Assisi, mi confidò un senso di arrendevolezza, di stanchezza – e non alludeva certo a quei 25 chilometri fatti a piedi – che lui avvertiva dinanzi a un mondo distratto, quasi annoiato da discorsi (perché tali restano) che chiedono pace. Quelle tante persone in cammino – un tempo segno vivido di denuncia, di giudizio verso la storia – gli erano improvvisamente apparse come una diaspora di ideali. Un piccolo resto di popolo che, a sera, ripiegando le bandiere arcobaleno, chinava anche la testa all’impotenza e allo sconforto.
Eppure, anche ora mentre scrivo, sento la radio riferire di teatri di guerra, di vicende che non sono ‘fatti loro’ e indipendenti dal resto del mondo, di situazioni le cui responsabilità sono planetarie. Sarebbe, perciò, ovvio pensare ad un impegno universale affinché alla competizione potesse subentrare la solidarietà, la giustizia dell’uomo per l’uomo. Misurandosi in questo tipo di sforzo, toglieremmo alla pace la melassa di un generico e inconcludente volersi bene, per comprendere che essa si compie, piuttosto, attraverso ‘necessarie’ conflittualità. Ovvero con il confronto – oggi, una necessità storica – che è cosa diversa dall’inimicizia. Confronto come fatto costruttivo, punto di partenza e di tappe per intraprendere cammini nuovi. Per giungere a conclusioni e sintesi sempre diverse. Per realizzare veri progetti di comunicazione umana.
Il filosofo Ivan Illich definiva “società conviviale”, quella in cui si fosse capaci di vivere i rapporti umani all’insegna della comunione, nel rispetto delle diversità, nel non-possesso dell’altro. Quando accadesse tutto questo, significherebbe sottoscrivere davvero un trattato di pace. Non una volta per tutte – sia inteso – perché ogni giorno pone conflitti da risolvere prima che degenerino in guerra.
03/06/13
Post-it finale - Proprio come una terza pagina
Letto, approvato e sottoscritto. Con questa formula notarile con cui si consegnano alla polvere degli archivi chissà quali resoconti, potrei suggellare anche queste pagine. Ma, forse, una noticina dell’autore è richiesta. Non tanto per ‘spiegare’ alcunché, semmai per ‘giustificare’.
Innanzitutto. Era poi così necessario affidare a un libro la serie di editorialini che hanno – come primo limite – la corrività e la breve misura imposti da un foglio di giornale? Altri per me (bontà e fatica loro) hanno deciso che poteva valerne la pena. Tantomeno – mi è stato detto – per testimoniare il ‘filo di un discorso’ che da cinque anni, di domenica in domenica e grazie alla redazione di sienalibri, si va sviluppando sul Corriere di Siena in uno spazio che parla di libri o di ciò che ai libri è comunque legato, cioè dell’esistenza umana. Da qui la seconda giustificazione. Ovvero il perché, in tali scritti, si faccia continuamente richiamo alla letteratura, fino a certi eccessi (?) di citazionismo che, credetemi, non sono sfoggio dell’editorialista, ma sua ammirazione (in alcuni casi, vero e proprio culto) verso gli autori menzionati alla bisogna. C’è insomma un insistito ricorso ai libri, perché di questi sono invaghito e perché credo che lì siano racchiusi conoscenza, pensieri, emozioni, memoria e parole dell’universo mondo. Le chiavi di lettura per comprendere la vita.
Attorno alla pagina di sienalibri si è così creato anche un pubblico di lettori con i quali esiste uno scambio – sovente esplicito, talvolta indiretto – di idee, di emozioni, di interessi condivisi. È la piccola community del ‘giornale della domenica’ (ecco la ragione del titolo dato al libro). Un’esperienza, dunque, simpatica e quasi riconducibile a una dimensione amicale, che spero riscatti pure la modestia di questi svelti articoli il cui scopo è quello di offrire (condividere) qualche spunto, suggerire, ricordare. Alla maniera di un post-it lasciato su uno specchio di casa in cui riflettono cose, persone, affetti della nostra quotidianità.
Esauriti gli argomenti della ‘discolpa’, non ho che da formulare un auspicio: che persino la pochezza di questo libricino trovi sponda nella ragione e nel sentimento di chi, per ventura, l’abbia sfogliato. Magari, costei/costui, saprebbe riscriverlo in maniera assai migliore.
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