20/12/10

Santa Claus fermoposta


Almeno dal punto di vista letterario la questione è fuori discussione: Babbo Natale esiste in tutte le sue varianti onomastiche: Sanctus Nicolaus, Sinter Klass, Santa Claus. Perché la storia dell’obeso e generoso vecchietto è cominciata, giustappunto, con quel San Nicola (vissuto tra il 270 e il 343) che anche Dante ricorda nel Purgatorio (XX, 31-33): “Esso parlava ancor de la larghezza / che fece Niccolò a le pulcelle, / per condurre ad onor lor giovinezza”. Nei versi danteschi si allude alla leggenda che narra di tre giovani poverissime e al loro padre, un nobiluomo caduto in miseria, il quale, proprio a causa delle disperate condizioni economiche, soffriva per non riuscire a maritare le figlie. Finché non intervenne il buon Nicola, che, in incognito, per tre notti consecutive, attraverso una finestra del castello, fornì tre sacchi di monete, sufficienti a costituire la dote delle ragazze. La terza notte, però, trovò la finestra inspiegabilmente chiusa. Allora Nicola gettò davvero il cuore oltre l’ostacolo. Lisciò per un attimo la lunga barba bianca e decise di arrampicarsi sui tetti per infilare il sacchetto di monete dentro il camino del focolare dov'erano appese le calze ad asciugare. Immaginate, all’indomani, il gioioso stupore di babbo e figliole.
Dalle pagine letterarie alle letterine il passo è stato breve. Se infatti esiste al mondo un uomo così magnanimo, conviene tenerselo caro. Basta scrivergli una volta all’anno. Lo sanno bene i bambini che in questo genere epistolare dominano perfettamente la scrittura secondo il collaudato schema narrativo: 1) benevola autocritica: comportarsi da piccole canaglie non significa essere farabutti come i grandi; 2) imprescindibili esigenze: cioè lunga lista delle cose che, ad oggi, servono per una propria crescita serena ed appagante; 3) sottile (e nemmeno poco) ricatto: ovvero, a fronte della merce ricevuta valuteremo la possibilità di diventare più buoni.
Se poi le letterine subiscono l’editing di genitori e maestre, possono essere percepibili in filigrana moti di sentimento che vanno dal misticismo di Tolstoj (ricordate il ciabattino Martin?) all’anticonsumismo (e qui la cosa si fa dura) che Italo Calvino affidò all’ironia del suo Marcovaldo, passando dal commosso e socialmente impegnato Canto di Natale di Dickens. Gli adulti, d’altra parte, vivono il Natale in modo conflittuale. Talvolta con la scontrosità ungarettiana di chi non ha nessuna voglia di tuffarsi in “un gomitolo di strade”, magari nell’inutile attesa di una letterina che, in tal caso, Babbo Natale dovrebbe scrivere a loro.

13/12/10

Bancarellisti. Con le pagine tutte all’aria


A Parigi vengono chiamati bouquinistes. Sono i venditori ambulanti di vecchi libri e di altre rarità a stampa che, piazzati sul lungo Senna, costituiscono un monumento umano ormai consustanziale al fascino della città. Suggestive sono anche le origini di quel commercio. Nacque agli inizi del 1600, insieme al Pont Neuf – primo ponte ad essere costruito in pietra e ad attraversare la Senna per l’intera larghezza – allorché sui suoi marciapiedi cominciarono ad apparire certi venditori di libri i cui titoli erano spesso iscritti nell’Index librorum prohibitorum emanato dal Concilio di Trento. Ebbero perciò vita difficile. Dovevano continuamente sloggiare, finché riuscirono a conquistarsi delle postazioni fisse sul ponte e sulle banchine del fiume.
Non meno avvincente è la storia dei librai-bancarellisti italiani provenienti soprattutto dall’alta Lunigiana (giusto da quella tradizione è nato il Premio letterario Bancarella) che, tra ‘800 e ‘900, ad ogni primavera si ritrovavano al Passo della Cisa per concordare (a scanso di concorrenza) le località da raggiungere con le loro gerle di libri. Oriana Fallaci, in un articolo apparso su Epoca nel 1952 (“Hanno nella valigia i cavalieri antichi”), ne fece una stupenda descrizione: “Non avevano confidenza con l’alfabeto, ma ‘sentivano’ quali libri era il caso di comprare e quali no: in virtù di un sesto senso che, dicono, è stato loro donato dal demonio”. Astuta e divertente era pure la loro tecnica di vendita. Oggi diremmo che producevano dei trailer. Battevano, infatti, campagne e paesi, aprivano una pagina dell’ Orlando furioso e simulandone la lettura cominciavano a declamare i versi che mandavano a mente. Così, scriveva ancora la Fallaci, “i contadini dopo essersi fatti giurare sulla Madonna dei Sette Rosari che lì dentro c’erano scritte proprio quelle belle parole, si decidevano a prendere il libro per non meno di dieci soldi”.
In questi ultimi tempi è tutto un gran parlare della imminente fine del libro stampato. Ad evidenziare questa svolta epocale, piace porre a contrasto (tecnologico ed emotivo) la tavoletta di un e-book con l’immagine di qualche bancarella di vecchi libri. Francamente la presunta opposizione sortisce l’effetto di quella domanda scema che una volta era abitudine fare ai bambini: “vuoi più bene al babbo o alla mamma?”. A quanti la lettura è “necessaria” non mancherà certo il piacere di scorrere le imprendibili pagine di un e-book, ma nemmeno la protettiva pila di libri sul comodino. E ad unire i due attracchi ci sarà pur sempre un Pont Neuf con i suoi nobili bouquinistes.

06/12/10

Caffè letterari. Furono moda, rito e mito


Se a Venezia una notte di inverno un poeta sedesse al calduccio “d’epoca” del Caffè Florian, potrebbe anche scrivere versi del tipo: «La nebbia rosa / e l'aria dei freddi vapori / arrugginiti con la sera / il fischio del battello che sparve / nel largo delle campane. / Un triste davanzale, / Venezia che abbruna le rose / sul grande canale. // Cadute le stelle, cadute le rose / nel vento che porta il Natale». Questo fece, appunto, Alfonso Gatto componendo la poesia “Natale al Caffè Florian”. Testo di ovattata malinconia a cui – immaginiamo – il tintinnio delle tazzine non arrecò affatto disturbò; anzi, per contrasto, vi aggiunse mestizia.
Suggestione di certi luoghi chiamati Caffè, che non a caso vantarono di potersi definire “letterari”. Figuratevi che lo stesso Gatto intitolò un’altra sua lirica “Se morissi in un caffè…” (in tal caso si trattava del milanese Craja, che aveva visto nelle sue sale Quasimodo, Vigorelli, Ferrata, Sergio Solmi, Sinisgalli, Anceschi, Sereni) concludendo: «E’ morto anche il caffè, nel darne conto / il cronista dirà: “qui, sui divani / del Craja i sogni attesero il domani”».
E’ vero, quella dei Caffè letterari fu una invenzione perfetta (una moda, un rito, poi un mito) per fare incontrare personaggi eccentrici, talentuosi, esibizionisti, creativi, culturalmente curiosi e rivoluzionari. Basti pensare a cosa accadde tra i tavoli de Le Giubbe Rosse con la storica rissa che vide fronteggiarsi i futuristi milanesi di Marinetti e gli artisti fiorentini raccolti intorno alla rivista La Voce di Giuseppe Prezzolini.
Nella capitale, invece, furono i camerieri del Caffè Greco a prendere le ordinazioni, tra i molti, di D’Annunzio, Pascarella, Palazzeschi, Brancati, Flaiano, Penna. Mentre in quel crocevia multiculturale che era Trieste, laddove è naturale sentire aroma di caffè e d’Europa, ci si trovava a il Garibaldi, anche se Saba prediligeva la “serena disperazione” del più plebeo Caffè Tergeste, “Caffè di ladri, di baldracche covo, / io soffersi ai tuoi tavoli il martirio, / lo soffersi a formarmi un cuore nuovo”.
Tra i letterati contemporanei, e proprio a Trieste, un cultore del Caffè come “unico luogo in cui si può veramente scrivere” è Claudio Magris, che siede abitualmente al San Marco, perché lì “il tavolino su cui si poggia il foglio diviene la tavola di un naufrago, cui ci si aggrappa, mentre la familiare armonia che ci circonda si svuota, diviene l’incerta cavità del mondo, nel quale la scrittura si addentra, perplessa e ostinata”. Ecco detto, allora, come incanto e disincanto della vita possa tutto preconizzarsi in un fondo di… caffè.

02/12/10

Realtà e linguaggio. Se le parole sono “bugiarde”


E’ attorno ad una pipa che è stato prodotto uno dei discorsi più cervellotici che si potessero fare in tema di linguaggio, arti visive, segni, realtà e sue rappresentazioni. Stiamo parlando del celebre quadro di Magritte dove è raffigurata una bellissima pipa, talmente vera che verrebbe da prenderla e caricarla subito di tabacco se non fosse per la spiazzante didascalia posta dall’artista che ammonisce: “ceci n’est pas une pipe”. Perché secondo il pittore, grande protagonista del surrealismo, occorre distinguere tra il mondo dei segni e quello reale, nel senso che l’uno non arriverà mai ad eguagliare, in tangibilità e consistenza, l’altro. Sarà lo stesso Magritte a dire: «La famosa pipa…? Sono stato rimproverato abbastanza in merito. Tuttavia la si può riempire? No, non è vero, è solo una rappresentazione: se avessi scritto sotto il mio quadro: "Questa è una pipa", avrei mentito». Il messaggio di Magritte è apparentemente ovvio: rappresentazione non significa realtà, l’immagine di un oggetto non è l’oggetto stesso. La pipa del quadro non si può fumare, così come la frutta delle nature morte non si può addentare.
Diciamo pure che Magritte aveva la fissa degli oggetti e dei nomi. E fitto fu il carteggio con il filosofo Michel Foucault per discettare, appunto, su “Le mots et le choses”, ovvero sulle definizioni di somiglianza, similitudine, realtà, e su quel gioco di riflessi e opposti in cui si alternano l’invisibile e il pensiero visibile.
Il rebus della pipa fu un invito a nozze per Foucault, il quale vi dedicò giusto un saggio prendendo a titolo quella stessa didascalia (“ceci n’est pas une pipe”) che, a detta del filosofo francese, era doppiamente paradossale, poiché «Si propone di nominare ciò che, evidentemente, non ha bisogno di esserlo (la forma è troppo nota, il nome troppo familiare). Ed ecco che nel momento in cui dovrebbe dare un nome, lo dà negando che sia tale».
Il dibattito non era comunque nuovo. Già Ferdinand de Saussure, fondatore della linguistica moderna, aveva affrontato il tema della frattura tra segni e mondo reale; della scissione, della non- coincidenza tra linguaggio e realtà. Quindi della similitudine, della tangibilità, dell’invisibile e di come tutto ciò vada a generare in noi una sorta di dissociazione e insinui il dubbio di quanto arbitrario sia il nostro modo di percepire e “vedere” le cose.
Fermiamoci comunque qui. Accendiamo una pipa che sia una pipa e guardiamo le cose che ci stanno intorno: vere o similitudini di qualcos’altro? Caspita…, stai a vedere che si è spenta la pipa.

24/11/10

Lo specchio di Federigo. Il doloroso gioco del doppio


Con il trascorrere degli anni, più la critica letteraria approfondisce Federigo Tozzi, maggiormente si rivela la modernità di questo scrittore, davvero in anticipo sul suo tempo per come abbia saputo aprire il contesto provinciale a un respiro europeo, attraverso un singolare percorso che, come è noto, intreccia vita, scrittura, elementi di ricerca psicanalitica.
Ad ogni rilettura tozziana continua a meravigliare e quasi sconcerta quel suo raccontare “nulla” (dal punto di vista delle storie) a fronte, però, di uno scavo psicologico dei personaggi che divengono dei sorprendenti caratteri universali. Nel caso di Tozzi si è soliti parlare di autobiografia, ma forse comincia ad essere inadeguata anche tale definizione se la rapportiamo, appunto, a quella esplorazione che lambisce il subconscio e che va ben oltre la propria persona per farsi specchio di una realtà in cui l’io narrante si perde e si annulla. Dice bene Marco Marchi – uno dei critici tozziani più accreditati – quando parla della scrittura di “chi si guarda, scrivendo di sé e della propria vita, in uno specchio, diventando presto un’altra cosa: maschere, creature eventuali e inesistenti, insicure proiezioni di miti fatti persona”.
E’ giusto in questo specchio che va a proiettarsi la visionarietà di Tozzi confondendo memoria, immagini, fantasmi, complessi, ansie, frustrazioni. D’altra parte – scriveva Federigo in Due famiglie – “la realtà delle cose dipende dai nostri sentimenti”, e nello scrittore senese c’è un sentimento della realtà che dilata fino a raggiungere una dimensione universale.
Così l’io vive il dramma dello spaesamento, perde i propri tratti, cerca qualcun altro che, per quanto diverso, gli possa somigliare o, meglio ancora, lo proietti a lui identico in uno specchio. Per essere, allo stesso tempo, io ma altro da me. Poiché nel gioco del riflesso sarà possibile sopravvivere a se stessi, pacificarsi, se pur dolorosamente, con il mondo. In una acuta analisi dei personaggi di Tozzi, Romano Luperini evidenzia come: “La mancanza di una sicura identità e il predominante sentimento di inappartenenza inducono i protagonisti tozziani a proiettarsi nel ‘doppio’, quasi per un antico e sempre frustrato bisogno di affetto e riconoscimento”.
Ecco, dunque, come Tozzi abbia siglato il Novecento letterario, fissando (è sempre Marchi ad affermarlo) dei “punti di non ritorno”, sperimentando una scrittura, non a caso definita “crudele”, che potesse rappresentare – ora per simbiosi, ora prendendone le distanze – quel doloroso scandaglio d’anima.

19/11/10

Angiolo Poliziano. Il gioco raffinato della letteratura



“Il mio nome è Angiolo Ambrogini, poeta! Meglio noto come Angelo Poliziano, per essere nato a Montepulciano”. Questo poterono apprendere persino i lettori di Topolino allorché nel 1983 il settimanale disneyano pubblicato in Italia ideò una Saga di Messer Papero ambientata nel medioevo e nel rinascimento toscano, in cui Ser Paperone e Paperino, giunti a Siena, incontrano Angelo Poliziano che, in verità, sarebbe stato più probabile trovare a Firenze. E’ così che la maggiore penna poetica del Quattrocento italiano incrociò i celebri pennuti della letteratura a fumetti, per la gioia di grandi e piccini.
Si perdoni questa divagazione al limite dell’irriverenza. Ma il Poliziano, che era persona di “letizia fanciullesca”, starà al gioco. Azzardiamo pensare che egli preferisca le nostre facezie al severo giudizio del De Sanctis, il quale lo definì espressione tipica del “letterato vuoto di ogni coscienza religiosa o politica o morale, cortigiano, amante del quieto vivere, e che alterna le ore tra gli studi e i lieti ozi”.
Sarà pur vero che l’Umanesimo italiano visse nella contraddizione tra forma (splendidamente raffinata) e contenuti (pressoché assenti), ma certo è che Angiolo ha sempre suscitato in noi, fin dai tempi del liceo, ammirazione e simpatia, perché, per dirla con il Carducci, seppe restituire “dignità alla materia, alla carne, alla forma contro l’ascetismo macerante e l’idealismo estenuante del Medioevo”. Imparammo da lui come l’erudizione potesse trasformarsi in un sottile gioco. Finanche i suoi espliciti doppi sensi, che ai tempi della scuola ci facevano sghignazzare all’indirizzo delle vicine di banco, hanno la levità del virtuosismo verbale, abile e calcolato. Tant’è che lo stesso De Sanctis, quando lascerà l’ambito del giudizio morale per quello più pertinente della poesia, dovrà riconoscere al Poliziano la prerogativa di uno stile indubbiamente originale.
D’altra parte il pregio dell’opera di Angiolo Ambrogini (che nelle Stanze per la giostra raggiunge il suo apice) è proprio una bravura letteraria “fine a se stessa”. O come dice meglio Asor Rosa a proposito della Giostra, “siamo di fronte al travestimento classicheggiante della contemporaneità… con la leggerezza elegante, e scarsamente impegnativa, propria di una mentalità ben consapevole di sé e della natura fondamentalmente letteraria dell’operazione”.
E allora “Ben venga maggio / e 'l gonfalon selvaggio! / Ben venga primavera, / che vuol l'uom s'innamori”. Ben venga il Poliziano che, come avrete capito, consiglieremmo di rileggere.

08/11/10

D’antica origine - Stampatori in Siena


Era il 7 agosto del 1784. Vittorio Alfieri, partito da Siena, viaggiava alla volta dell’Alsazia per raggiungere la sua amata contessa d’Albany. Preso dalla nostalgia degli amici senesi dettò un sonetto dove nomina tutto quel crocchio di persone e di luoghi a lui cari. Tra questi una tipografia: “fama mi dà la stamperia Pazzina / le cui bindolerie già poste ho in Lete”. Si trattava, appunto, della stamperia di Carlo Pazzini, abituale punto di ritrovo di letterati e docenti universitari, per i cui tipi lo scrittore astigiano aveva pubblicato l’anno precedente le sue prime quattro Tragedie. Ancora per i torchi pazziniani avrebbero fatto seguito il secondo e terzo volume.
Ci è piaciuto ricordare l’insigne precedente editoriale per dire come, a Siena, pubblicare libri sia usanza antica, oltre che “necessaria” a dare conto di una storia e di una cultura. Risale addirittura al 1484 la prima edizione a stampa dell’opera di Paolo di Castro Lectura super sexto libro Codicis, realizzata dalla società tipografica che aveva costituito Enrico di Colonia insieme ad altri stampatori, tra i quali Lorenzo Canizzari.
Così come fu attivo stampatore in Siena Luca Bonetti, che nel 1572 pubblica il Dialogo de’ Giuochi che nelle Vegghie Sanesi si usano di fare di Girolamo Bargagli. Il Bonetti, forse non troppo soddisfatto della collaborazione autoriale, tenne a premettere: “lo stampatore avverte che l’Autore non ha ripulito lo stile e non si è punto occupato della correzione”. Ma i Giuochi, a detta di Orazio Lombardelli risulteranno “guidati con artifizio platonico”, con “favella purgata e soave”. Di Scipione Bargagli (fratello di Girolamo) sempre Bonetti stamperà nel 1589 La Pellegrina, una commedia uscita postuma e che vedrà diverse ristampe fino ad essere inserita nelle Commedie degl’Intronati di Siena, edite nel 1611 dal veneziano Franceschi.
E’ poi di epoca ottocentesca un altro grande cultore di libri, Giuseppe Porri. Aveva rilevato la libreria e tipografia paterna e divenne uno degli editori italiani più noti e raffinati. La sua libreria fu luogo di idee e di elaborazione culturale. Appassionato collezionista arrivò a raccogliere oltre ventimila autografi di personaggi celebri.
Oggi anche a Siena non gemono più i torchi, ma dentro lo sfarfallio dell’elettronica e al ritmo di macchine che nel giro di una notte stampano interi tomi, si continua a produrre un numero sorprendente di libri. In nome di una tradizione e di un elegante vezzo quale è quello della carta stampata: delizia tutta da sniffare, pardon… da leggere.

18/10/10

I matti nella letteratura: drammatici, buffi, poetici, comunque giudici della “normalità”


Il primo matto che quasi tutti noi abbiamo incontrato tra le pagine di un libro è stato quell’Orlando non a caso definito furioso. Lui impazzisce per amore quando gli appare evidente che la “sua” Angelica non era per niente sua ma di Medoro. Esce dunque di senno, vaga seminudo nel bosco pronunciando parole prive di senso, usa uomini come bastoni per colpirne altri, distrugge tutto ciò che trova sul suo cammino. Il poema ariostesco fu ritenuto per molto tempo opera d’evasione finché Hagel non fece notare che vi era contenuta, invece, una sottile critica ai valori della cavalleria e quindi la consapevole analisi che un’epoca era finita. Così il furioso (e per noi divertente) Orlando, fornisce a suo modo una lettura della realtà e introduce l’idea che il comportamento dei matti possa anche rappresentare un giudizio, interrogare su quale sia la visione “giusta” del mondo.
La drammatizzazione della follia prodotta dalla letteratura ha indubbiamente contribuito a insinuare proprio questo dubbio sul ciò che sia “normale” (nel vivere sociale e nei comportamenti degli individui che alla società debbono conformarsi); nonché a cogliere le diverse, drammatiche (talvolta buffe) contraddizioni della natura umana. Verrebbe da citare, al proposito, la tragedia shakespeariana di Re Lear, tanto ricca di risvolti psicologici e ideologici, dove il fatto centrale è la pazzia del Re che va a coincidere con il tempestoso sconvolgimento della natura. Perché è un uragano anche quello che devasta la mente e i sentimenti dei protagonisti, fino a stravolgere, oltre la sfera privata, le gerarchie sociali. Ma attraverso il disordine della pazzia, Lear ritroverà la radice della natura umana. E questo grazie alla figura del Matto che permette al sovrano di comprendere i propri errori e le incapacità di giudizio, gli apre gli occhi.
Se poi intendiamo confrontarci con la pazzia “che ride” sarà inevitabile non pensare al Don Quijote di Cervantes: talmente divertente è il susseguirsi delle circostanze che vorremmo assumere quella pazzia a normalità. Disposti, dunque, ad essere noi gli ammirati scudieri di un animo così grande e sublime. Di follia in follia (di libro in libro) arrivare magari all’Enrico IV di Pirandello, per apprendere come “tutti siano pazzi e che la pazzia sia una scelta quasi obbligata dalla necessità di avere un posto in un mondo che non è fatto per noi”. Enrico IV è talmente convinto di tale verità che svelerà ai suoi servitori di aver finto di essere ancora pazzo perché, rinsavito, aveva scoperto amaramente di essere arrivato “con una fame da lupo ad un banchetto già bell’e sparecchiato”, riferendosi a quei dodici anni mai esistiti per lui e goduti dagli altri. La decisione, dunque, di ritornare nel limbo-prigione della pazzia è dettata dalla constatazione che nel mondo non c’è più posto per lui. Ecco, allora, il dramma dell’emarginazione umana.
Infine vorremmo, in queste sparse (e per essere in tema, un po’ schizofreniche) note, ricordare un autore, Mario Tobino (quest’anno ricorre il centenario della nascita) che da psichiatra e scrittore ha dedicato agli enigmi e ai deliri della follia emozionanti pagine. La sua concezione poetica (estetica) della pazzia e dei manicomi fu motivo di forti critiche. Non era certo in discussione la sua buona fede. Basti leggere le parole che pose in premessa ad una riedizione delle Libere donne di Magliano: “Scrissi questo libro per dimostrare che i matti sono nature degne d’amore…”. Da Tobino si ricava quindi una lezione che va oltre la letteratura: nei matti, dietro il sigillo delle loro fragilità e delle dolorose angosce, c’è comunque un termine di confronto che, in quanto paradossale, misura in noi la capacità di capire (di amare) la realtà, ovvero a quale livello di pazzia sia giunta la nostra normalità.

11/10/10

Parole a sorsi. Il vino nel calamaio


Sulle tavole letterarie il vino più servito è indiscutibilmente quello di Orazio. Autore quanto mai travisato (anzi, travasato) nello stereotipo di un semplificato epicureismo; a fronte, invece, di una personalità tormentata dalla vita e soprattutto dall’idea della morte. E siccome il cuore può arrovellarsi e immalinconire negli irrisolti enigmi dell’esistenza “allora – recitava il poeta – tu laggiù consolerai il male col vino e il canto”.
Si ricorderà, peraltro, come una volta il vino venisse abitualmente usato per disinfettare le ferite, e quindi, verrebbe facile aggiungere che fosse e continui ad essere taumaturgico anche per le escoriazioni dell’anima. Charles Baudelaire si spinse a dire che Dio, preso dal rimorso, aveva creato il sonno per annegare il rancore e cullare l’indolenza di tutti i vecchi che silenziosamente muoiono, e “l’Uomo vi aggiunse il Vino, sacro figlio del Sole”. Il maledetto Charles non mancò pure di enfatizzare il potere visionario che dona quel “sacro figlio del Sole” (lui, magari, lo abbinava a una tiratina di oppio), tanto che “la più sordida stamberga si riveste di un lusso miracoloso e fa sorgere più d’un portico favoloso nell’oro del suo vapore rosso”.
Insomma qualche reiterato bicchiere costituiva una bella terapia contro la depressione. Più lo tiravi giù e più emergeva l’inconscio. Peccato che poi giunse la psicoanalisi, concorrente sleale ed incolore dello “spirito”. Così i disgraziati che si addormentavano sui tavoli delle osterie cominciarono a potersi permettere il divanetto del dottor Freud e in una stupefacente inversione siamo arrivati al punto che una bottiglia di Brunello possa costare molto più di una seduta psicanalitica (giustamente, direte voi: non è certo paragonabile la fatica di pigiare l’uva con la melliflua strizzatina di un altrui cervello).
Ci sono stati comunque scrittori che hanno saputo fare buona sintesi tra vino e scienza freudiana. Si pensi a Svevo e a quel suo Zeno Cosini, il quale, invitato alla cena che preludeva le nozze della donna un tempo amata e mai dimenticata, bevve esageratamente per far uscire da se stesso un altro io arrogante ed astioso: “Per l’effetto del vino, quella parola offensiva accompagnata da una risata generale, mi cacciò nell’animo un desiderio veramente irragionevole di vendetta”.
Oggi, nell’epoca del politically correct e della società “liquida”, il bere (quello chic della morigeratezza, l’altro più triste dell’etilismo) è diventato tema da convegni. E poiché la ragione è di natura astemia finisce sempre in una sbornia di parole.

04/10/10

Contromarcia. Etica e poesia della lentezza


Si fa un gran parlare di lentezza, perché improvvisamente ci siamo accorti che per arrivare puntuali agli appuntamenti con se stessi e con la vita è del tutto sconsigliabile correre. Ne va di mezzo la nostra incolumità, uno sconveniente afrore di sudaticcio, la dignità di chi non vuole mostrarsi schiavo del tempo ma artefice del “suo” tempo. E c’è molto di più. Siamo infatti giunti alla conclusione che la lentezza costituisca un atteggiamento etico da opporre alla rapidità che, invece, “consuma” il mondo, ne accelera la fine. Qualsiasi frenesia menoma la percezione delle cose, sottrae risorse, atrofizza sensibilità e sentimenti, rende illeggibile la realtà.
Furono, questi, temi particolarmente sentiti da un inquieto poeta, Paul Valéry, il quale spinse la sua polemica fino al punto di ritenere che progresso (ovvero velocità del cambiamento) e morte (caducità del mondo) fossero inestricabilmente connessi. Un poeta “terrorista”, si dirà, che per opporsi alla velocità, giunge – ironia dei ragionamenti e delle parole – a conclusioni forse troppo… frettolose.
E’ pur vero che i poeti – per dirla ancora con Valéry – vivono “dans un ordre insensé”, persi come sono su strade improbabili, in itinerari insinuati continuamente dal dubbio del bivio; costretti, dunque, a procedere per metafore e similitudini. La poesia, anche quando urga nel nostro intimo, non può essere impaziente, in quanto connaturale alla lentezza e di questa la gustosa primizia. Chi coltiva la lentezza come dimensione della mente e dell’esistere, è naturalmente poeta. Sa che la poesia vive prima indefinita, dispersa, circospetta dentro i giorni, finché non prenda la forma che giusto le orme dei nostri (e altrui) passi le danno. C’è comunque un movimento che la genera, anzi un viaggio. E non è un caso che sia spesso la poesia a ricongiungerci con una lontananza. Essa ha del viaggio proprio la stessa connotazione, che è poi quella della nostalgia rispetto a ciò che si lascia e verso quanto di inconosciuto desideriamo raggiungere. La distanza tra queste due nostalgie è colmata, appunto, da un lento cammino “poetico”.
Al tempo in cui ogni piccolo villaggio poteva vantare almeno uno scemo, il malcapitato era definito necessariamente “lento” e “un po’ poeta”. Oggi che il villaggio è vasto e lui stesso interamente scimunito per la rapidità con cui è cresciuto, si insigniscono di cittadinanza onoraria i lenti e i poeti. Dai manifesti apprendiamo che la cerimonia è fissata un’ora prima della fine del mondo. Non c’è dunque bisogno di correre, ma di pensare.

27/09/10

La collina dei dormienti. Dove le pietre sono parole


Ugo Foscolo lo aveva lasciato intendere chiaramente. Dei sepolcri i morti non sanno che farsene; servono, piuttosto, all’illusione dei vivi, se non altro per dare un “luogo” alla memoria e agli affetti (“amorosi sensi”) dei propri scomparsi. Ma a confutare l’asserzione foscoliana c’è un celebre caso letterario: quell’immaginario cimitero di Spoon River, dove invece i trapassati, proprio in virtù delle loro tombe – e ancor più che in vita – si ergono a mostrare pochezza, genialità, anarchia, fragilità, affetti, inadeguatezze (e quindi, se se pur da morti, ad esprimere una rivalsa) verso la vita stessa. La sintesi (im)pietosa degli epitaffi fa redivivi i corpi e tutti i sentimenti che vi si agitarono. E le domande a cui essi (quando era il loro tempo) non seppero rispondere, ora sbalzano, nette, a interpellare altri viventi.
Secondo Cesare Pavese (fu lui a far scoprire il libro di Lee Masters ad una giovanissima Fernanda Pivano, poi diventatane la traduttrice italiana) in Spoon River si trova la “consapevolezza austera e fraterna del dolore di tutti, della vanità di tutti”. E aggiungerà ancora: “Ciascuno di questi morti porta in sé una situazione, un ricordo, un paesaggio, una parola, che è cosa indicibilmente sua… Si direbbe che per Lee Masters la morte – la fine del tempo – è l’attimo decisivo che dalla selva dei simboli personali ne ha staccato uno con violenza, e l’ha saldato, inchiodato per sempre all’anima”.
Almeno fino agli anni Settanta dello scorso secolo, Spoon River fu letto anche in una chiave morale, se non addirittura politica. Emergeva infatti da quelle pagine una “piccola America”, una società chiusa e ipocrita che, secondo il già citato Pavese, viene giudicata e rappresentata da Lee Masters “in una formicolante commedia umana dove i vizi e il valore di ciascuno germogliano sul terreno assetato e corrotto di una società, la cui involuzione è soltanto il caso più clamoroso e tragico di una generale involuzione di tutto l’Occidente”. Non sappiamo quanto questo giudizio possa essere spinto fin dentro il disordinato teatro dei giorni nostri. Sta di fatto che gli spettri di Spoon River non hanno ancora finito di raccontarsi. Dimesse ma tenaci, quelle voci insinuano anche il tempo presente; non più come sperdute vicende personali, ma stavolta universali. Ogni epigrafe è dunque una sentenza rivolta all’umano vivere. Sulla collina di Spoon River dormono tutti dentro l’ossimoro di una inquieta pace. Chiedono un supplemento di vita o per lo meno di compassione, non solo per se stessi, ma per il mondo intero.

20/09/10

Amorosi sensi. Il più sublime dei cantici


Nella letteratura antica esiste un testo il cui titolo, Cantico dei cantici, già allude ad una implicita assolutezza. Non a caso in ebraico – questa la lingua originaria della sua redazione datata tra il V e il III secolo a.C. ad opera di autore ignoto – è detto shìr hasshirìm, cioè “il più sublime tra i cantici”. Tale, infatti, è ritenuta la sommità di quella poesia, che il rabbino Akiba non ebbe dubbi nell’affermare che “Il mondo intero non vale il giorno in cui il Cantico fu donato a Israele”.
Il breve poemetto è un dialogo d’amore tra un uomo e una donna. Un canto teso, appassionato, percorso da un sottile ma spasmodico erotismo. E poiché esso è entrato a far parte dei libri della Bibbia ebraica e cristiana, la sua interpretazione religiosa (non senza qualche problema) è ricondotta ad una allegoria dell’amore tra Dio e Israele, tra Cristo e la Chiesa.
Chi ha frequentazioni di letteratura teologica sa bene che la fortuna del Cantico in ambito cristiano si deve in buona misura a Origene che, intorno al 240, gli dedicò un corposo commentario e, successivamente, due omelie. Fu lui a fondarne un’esegesi spirituale dove il vino, i baci, gli slanci sensuali del testo biblico vanno intesi come moti dell’anima protesa verso il Logos. Da allora in poi tutta la letteratura mistica ha ripercorso questa rappresentazione simbolica.
Ma per le nostre esigenze di pura poesia, è più che sufficiente coglierne l’interpretazione naturalistica. Ovvero la vicenda di un’attrazione appassionata e sofferta quale è l’esperienza dell’amore umano.
Tra le molteplici citazioni del Cantico dei cantici (scrittori di ogni tempo vi hanno attinto in vari modi) vorremmo richiamarne una cinematografica. Quella che si ha nel capolavoro di Sergio Leone C’era una volta in America. In due momenti della storia, Noodles e Deborah parlano del Cantico: da adolescenti e quando, ormai in età matura, si rincontrano e lui le confida: “gli anni passavano… ma due cose non riuscivo a togliermi dalla mente: la prima era Dominic, quando prima di morire mi disse ‘Sono inciampato’… e l’altra eri tu che mi leggevi il Cantico dei Cantici. Ricordi? ‘Oh, figlia di principe quanto son belli i tuoi piedi nei sandali… Il tuo ombelico è una coppa rotonda dove non manca mai il vino, il tuo ventre è un mucchio di grano circondato da gigli, le tue mammelle sono grappoli d’uva, il tuo respiro ha il dolce sapore delle mele”.
Ecco l’umanissimo idillio del Cantico, la sua universalità nel raccontare l’ebbrezza dell’innamoramento. Il dramma dell’amore, quando resti incompiuto o disatteso.

13/09/10

Sui tetti di Siena volò via il barone rampante guardando dall’alto una città invisibile


Venticinque anni fa, nella memoria di dolore dell’antico spedale senese di Santa Maria della Scala si iscrisse anche la fine della vicenda umana di Italo Calvino, scrittore che tutt’oggi non ha eguali per la particolarità del suo stile, per la padronanza degli artifici narrativi uniti ad una scrittura tra le più nitide ed eleganti della prosa del Novecento.
Chissà per quali “destini incrociati”, Calvino (nato a Santiago de Las Vegas, Cuba, nel 1923) doveva morire a Siena tra la notte del 18 e 19 settembre 1985. Forse perché Siena poteva somigliare a qualcuna delle sue immaginarie Città invisibili. Opera che oscilla tra il racconto filosofico e quello fantastico-allegorico e che, non a caso, Pietro Citati ebbe a definire “parabola morale e allegoria metafisica”. Città ‘invisibili’ e di ‘sogno’ in cui la complessità del mondo e dei suoi accadimenti si trasfigura in rarefatti luoghi mentali, svincolati da tempo e da spazio.
Non neghiamo che quando proprio in quel libro si va a leggere il capitolo dedicato alla città di Zaira, a tratti sorge spontanea l'immagine di Siena: “Inutilmente magnanimo Kublai, tenterò di descriverti la città di Zaira dagli alti bastioni. Potrei dirti di quanti gradini sono le vie fatte a scale, di che sesto gli archi dei porticati…; ma so già che sarebbe come non dirti nulla. Non di questo è fatta la città, ma di relazioni tra le misure del suo spazio e gli avvenimenti del suo passato... Di quest'onda che rifluisce dai ricordi la città s'imbeve come una spugna e si dilata. Una descrizione di Zaira quale è oggi dovrebbe contenere tutto il passato di Zaira. Ma la città non dice il suo passato, lo contiene come le linee d'una mano, scritto negli spigoli delle vie, nelle griglie delle finestre, negli scorrimano delle scale, nelle antenne dei parafulmini, nelle aste delle bandiere, ogni segmento rigato a sua volta di graffi, seghettature, intagli, virgole”.
Suscita emozione rileggere questa pagina e immaginare Calvino, dietro gli “alti bastioni” del Santa Maria della Scala, perso in un sonno che non conobbe risveglio. Le suggestioni letterarie vanno a soprammettersi al ricordo di quando si diffuse la notizia che l’autore del Barone rampante era deceduto in un letto del Santa Maria della Scala. Sui tetti di Siena volava una coloratissima mongolfiera. E fu davvero inevitabile non pensare a quel Cosimo di Rondò che per sfuggire a una punizione si rifugia su un albero e si costruisce, per conto suo, un mondo aereo. Sceglie una modalità ostinata e bizzarra per osservare dall'alto quanto accadesse sulla terra. Così trascorrerà tutta la sua vita, finché in punto di morte, si aggrappa alla fune di una mongolfiera e scompare attraversando il mare: “L'agonizzante Cosimo, nel momento in cui la fune dell'ancora gli passò vicino, spiccò un balzo di quelli che gli erano consueti nella sua gioventù, s'aggrappò alla corda, coi piedi sull'ancora e il corpo raggomitolato, e così lo vedemmo volar via, trascinato nel vento, frenando appena la corsa del pallone, e sparire verso il mare...”. Qualcosa di molto simile accadde a Siena il 19 settembre del 1985.

06/09/10

Mondo e dintorni. Perduta la festa gabbato il tempo


In un mondo tutto schiacciato sul presente (dove il passato è uno stipato retrobottega di robivecchi; il futuro un’ipotesi per la quale non vale la pena investire risorse nemmeno mentali) anche l’idea di “festa” (e di ciò che essa sottendeva) va ormai scomparendo. Così che la festa, persino da un punto di vista lessicale, è detta più sbrigativamente “vacanza”. Ed il rito collettivo di maggior impatto è la lunga processione di incarognite individualità che, a date fisse, si incolonnano lungo le autostrade. Ciò, del resto, risulta meglio funzionale alla produttività, al consumismo, alla “necessaria” fuga (non a caso occorre partire) dai problemi reali.
Perduto il senso del tempo e della storia, del feriale e dello straordinario, dell’utile e del disutile, dell’ordine e della trasgressione, la festa, dunque, non trova motivo di esistere. Perché essa rappresentava, appunto, una sospensione del tempo (una momentanea fuoriuscita) per ricollocarsi nel tempo stesso, per rinnovarlo e rigenerarlo. Era in questo modo che le comunità – attraverso riti e rappresentazioni – rifondavano la loro ragion d’essere, riproponevano le proprie origini, trasmettevano una memoria e un sentimento condiviso.
Laddove, oggi, tali usanze perdurano (o si reinventano) ci si dibatte tra l’ottusità di chi rivendica in termini discriminatori (se non addirittura razzisti) le proprie tradizioni e la sufficienza di coloro che quelle manifestazioni ritengono anacronistiche rispetto alla dimensione universale del nostro vivere. Eppure esisterebbe il giusto approccio per essere “glocal”, cioè per vivere (e condividere) intelligentemente il proprio specifico all’interno di una contemporaneità che fornisce “d’ufficio” una doppia cittadinanza: quella registrata all’anagrafe delle nostre origini e quella del mondo. La seconda non costituisce minaccia per la prima, ma, anzi, le offre una sua compiutezza.
Valga al proposito l’acuta considerazione di Andrea Camilleri, il quale a chi gli chiedeva se potesse aver senso oggi un evento come il Palio di Siena che spezzetta una già piccola città in tante piccole contrade, lui rispose: “Non è anacronistico, perché in fondo io sono felice che sia un sarto europeo a confezionarmi il vestito che indosserò. Però se la mia biancheria intima è del mio paese, io mi ci trovo più a mio agio dentro quel vestito, e quel vestito mi cade sicuramente meglio”. Ben venga dunque la sartoria internazionale e quanto di intimo-intimo possa starle sotto. Ridicoli, però, saremmo se volessimo girare il mondo con indosso solo quelle mutande.

09/08/10

Approdi: nel miraggio di Itaca


C’è quella di Odisseo, del tesoro, di Robinson Crusoe, di Arturo, del giorno prima, c’è quella che… non c’è. Tutto ciò in ragione di un mito alimentatosi attorno all’idea di isola che la tradizione letteraria occidentale ha, di volta in volta, eletto a “luogo” in cui risiede il sacro, l’utopia, il sogno; esperienza di prigionia o di liberante avventura; salvezza di naufraghi o studiato approdo per chi fosse in sdegnosa fuga dalla terraferma.
Qualche anno fa venne scoperto (?) quale potesse essere stata l’isola dove nel 1704 avrebbe riparato il marinaio scozzese Alexander Selkirk, alla cui vicenda si ispirò De Foe per il suo Robinson, inaugurando, a detta di alcuni critici, il romanzo d’avventura, se non, addirittura, il romanzo moderno in generale. Il naufrago Selkirk sarebbe dunque approdato su un atollo compreso nell’arcipelago Juan Fernandez che porta il nome di Agua Buena. Là furono rinvenuti oggetti (tra cui una coppia di compassi nautici) e resti di un fortunoso accampamento allestito da un europeo. La notizia non ci entusiasmò. L’isola descritta da De Foe è talmente “esatta” che ogni sua evidenza geografica risulterebbe… inverosimile. Si sappia, infatti, che le isole debbono essere necessariamente “cosa altra” da ciò che appaiono. Ma non solo. Come svela Umberto Eco con l’arguto gioco narrativo de L’isola del giorno prima – tra le isole e il nostro “stare” intercorre comunque un meridiano, e quindi una sfasatura temporale che ci rende diacronici rispetto ad esse. Al di qua o al di là dell’invisibile linea c’è, appunto, il giorno prima (la memoria) o il giorno dopo (l’utopia, la speranza). E ci siamo noi alle prese con tale difficile attracco.
Bello è, però, vivere proiettati verso un’isola. Del resto, ammoniva il poeta Kostantin Kavafis, “se per Itaca volgi il tuo viaggio / fa voti che ti sia lunga la via”; nel senso che il raggiungimento di quelle coste non può essere frettoloso, bensì preparato da vicende e conoscenze, da scali intermedi, fin quando non si diventi davvero “navigati”. Importante – suggerisce ancora il poeta greco – è che Itaca sia sempre nelle nostra mente (“La tua sorte ti segna a quell’approdo”). Vi giungeremo, così, ricchi di quanto abbiamo guadagnato in vita, senza aspettarsi che sia lei a darci ricchezze. Poiché “Itaca t’ha donato il bel viaggio. / Senza di lei non ti mettevi in via. / Nulla ha da darti più”. Sarà, allora, un approdo la cui sola beatitudine consisterà nel renderci consapevoli che abbiamo vissuto. E a quel momento risulterà chiaro cosa voglia dire “avere un’Itaca”.

02/08/10

Periferie: essere al mondo fuori dal mondo


Strana epoca la nostra, che ci fa vivere in un mondo fatto megalopoli, con il web a simulacro di illusoria democrazia, con/fusi in spazi fisici e mentali dove crescono smisurate periferie (in senso urbanistico e sociale) obbligandoci a ricercare di continuo un ipotetico “centro”. Perché come dice Marc Augé – antropologo e studioso di tutti i non-luoghi – parliamo di “periferie urbane” poiché “in questo modo si designa tutto il tessuto urbano, come se la circonferenza fosse ovunque e il centro da nessuna parte”.
Eh già…, la periferia. Che certamente non corrisponde più alle descrizioni che ne faceva Pasolini, ma che delle analisi di quelle pagine esprime ancora oggi una riaggiornata verità: “i nuovi valori sono quelli del superfluo, cosa che rende superflue, e dunque disperate, le vite”.
Mezzo secolo dopo sembra fare eco all’autore di Ragazzi di vita, un giovane ed emergente scrittore giapponese, Shimada Masahiko, il quale sostiene che la periferia è “un posto dove la storia cessa e il tempo e lo spazio perdono il loro significato”. Per uscirne, a detta di Masahico, esistono solo due strade: o il suicidio o la scrittura.
Conviene senz’altro la seconda ipotesi. Tant’è che le diverse periferie (le marginalità) del mondo, quel gran formicolio di gente che c’è ma non “esiste”, hanno ispirato anche una notevole letteratura. Come dimenticare, ad esempio, lo struggente romanzo di Anna Maria Ortese, Il mare non bagna Napoli, in cui centro e periferia, i luoghi interni ed esterni ad un universo di anti-protagonisti vanno a lambirsi. Non si fatica più di tanto a immaginare Eugenia, la bambina cieca della Ortese, camminare attraverso chissà quale periferia odierna fino a raggiungere un ottico del Centro, comperarsi gli agognati occhiali e “scoprire così la bellezza del mondo” che, invece, non le si rivelerà affatto come tale. Ma, anzi, desolante nei suoi rifiuti, orribile nelle rassegnate miserie degli uomini. Meglio, dunque, la miopia che genera immaginazione, desiderio, sogno, anziché vedere l’evidenza della disperazione.
Il problema della piccola Eugenia sussiste tutt’oggi, deborda in quell’enorme spazio in cui è ormai difficile definire il dentro e il fuori, i margini e il centro, la distanza e la prossimità, l’esclusione e l’appartenenza, l’identità e l’anonimato. A parafrasi di ciò che scriveva Pasolini verrebbe da domandarsi se esista e come, nelle periferie del mondo, “un’ansia di riscatto”, una “silenziosa volontà di rivoluzione”. Perché non si potrà, troppo a lungo, pensare che milioni di esseri umani siano al mondo restando fuori dal mondo.

26/07/10

Oltre la porta un universo


Si diceva che vi fosse transitato anche Ernest Hemingway tra quei banchi assiepati di libri su cui, fingendo di non guardare, vigilava come un’inflessibile istitutrice la signora Pia. Stiamo parlando della vecchia Libreria Bassi, che a Siena – prima in Banchi di Sopra (negli eleganti fondachi di palazzo Spannocchi), poi alla Croce del Travaglio – fu ritrovo di voraci lettori e intellettuali. La bonaria prosopopea di una intellighentia di provincia trovava là dentro i necessari argomenti per legittimarsi. E mentre sul Corso lo struscio fagocitava le sere in sorrisini e sbadigli, oltre quella porta su cui un cartello avvisava con malcelato orgoglio quali lingue straniere vi si parlassero, c’era chi discettava di Leopardi, Pavese, Moravia, Céline, Tozzi. Capitava, talvolta, che qualcuno dei frequentatori (poeta, saggista, storiografo) conquistasse come autore gli onori della vetrina, e allora tale fatua ostensione quasi obbligava l’autore di turno ad essere ancor più presente nei consueti ritrovi: per assumere, se non altro, il benefico farmaco del consenso (effetto placebo, verrebbe da arguire) che tanto aiuta il “male di vivere”, quand’anche si tratti di un semplice malesserino, pressoché inevitabile per quanti respirino trecentosessantacinque giorni all’anno aria di provincia.
Ma a dare alla Libreria Bassi il respiro dell’internazionalità erano i libri e i giornali stranieri, oltre all’offerta turistica di un raffinato “tour de la ville” che il marito della signora Pia (un tipo come guizzato fuori da un romanzo vittoriano) effettuava (in veste di autista e cicerone) su una macchina d’epoca che, per altezzosità e lucentezza di borchie, pareva uscita direttamente da un cancello di Buckingham Palace.
Immerse in quell’odore di carta e polvere, di supponente provincialismo speak english, prendevano corpo certe figure alla Circolo Pickwick o che si erano appena tirate dietro la porta di chissà quale Camera con vista; o, per tornare all’assiduo pubblico degli indigeni, personaggi in perenne antitesi con se stessi, sorta di ossimori viventi: per sciatta eleganza, per come fossero originali copie di qualcos’altro. Si aggirava tra costoro persino un benestante cleptomane. Rubava libri (i cappotti invernali consentivano i migliori bottini) che poi, per comprensivo accordo tra la signora Pia e la moglie del ladro-gentiluomo, venivano pagati il giorno dopo da quest’ultima: l’operazione era signorilmente gestita dalle due parti come un saldo assai più che venale (morale).
Un piccolo mondo di cultura e di varia umanità era la Libreria Bassi. Era, appunto.

19/07/10

Bocca di Magra. Poesia con vista mare


Agli amanti della letteratura che cercassero un luogo di vacanza dove non solo poter leggere libri, ma “abitare” un paesaggio che sia ormai divenuto anche uno spazio testuale, consiglieremmo di trasferirsi per qualche giorno a Bocca di Magra. Striscia di confine tra Toscana e Liguria. Molto più che una terra di transizione tra due regioni. Un vero e proprio “punto di vista” sulla vita dove gli elementi naturali (fiume, mare, montagna; ovvero liquido movimento e magma) sembrano alludere e rifrangere gli umani destini, il loro compiersi o pietrificarsi dentro l’enigma.
Bocca di Magra fu appartato luogo di poeti cui si devono splendide pagine che rivelano quel paesaggio senza mai “descriverlo”, ma semplicemente evocandolo. Esemplare, a questo proposito, è il poemetto di Vittorio Sereni intitolato Un posto di vacanza (versi che richiesero il laborioso limio di quindici anni). Nel Posto di vacanza (che era, appunto, Bocca di Magra) ben pochi sono i dettagli che vanno a connotare il luogo, eppure il poeta in una insistita osmosi con le cose e le persone, ce lo svela (molteplice) più “vero” del suo reale, allorché “vinto il naturale spavento / ecco anche me dalla parte del mare / fare con lui tutt’uno / senza zavorra o schermo di parole, / fendere il poco di oro che rimane / sulle piccole isole / postume al giorno tra le scogliere in ombra già […]”.
Un altro poeta, Eugenio Montale, aveva scritto di un Ritorno a Bocca di Magra, laddove “bruma e libeccio sulle dune sabbiose lingueggiano”, mentre (in quegli anni non esisteva il ponte ad unire le due sponde del fiume) “là celato dall’incerto lembo / o alzato dal va-e-vieni delle spume / il barcaiolo Duilio […] traversa / in lotta sui suoi remi”.
Accade così che l’io poetante diventa medium per farci “conoscere” topografie estranee o dilatarle (quando pure siano note) fino alla raffigurazione ipotetica dell’inconoscibile. E’ ciò che avviene ancora nei versi di Franco Fortini, che dalla sua casa sopra Bocca di Magra (sulle pendici boscose del Montemarcello) auspicava che “i vostri occhi potessero vedere / questo cielo sereno che si è aperto, / la calma delle tegole, la dedizione / del rivo d’acqua che si scalda”, rimandando a un dopo “quello che deve essere detto”, poiché all’istante sarebbe bastato guardare “la bella curva dell’oleandro, / i lampi della magnolia”.
Capirete, insomma, come la parvenza di un luogo abbia sempre bisogno di una sua “rappresentazione” per rivelarsi in ciò che di universale contiene. E’ per questo che merita farsi una vacanza affittando magari… una poesia vista mare.

12/07/10

Tema a… piacere. E Shakespeare copiò il compito


Il recente romanzo La chiave del tempo della danese-americana Anne Fortier prende lo spunto da una delle molte versioni ante litteram dello shakespeariano Romeo and Juliet, e più precisamente dalla novella di ambientazione senese di Masuccio Salernitano Mariotto e Ganozza, due giovani appartenenti rispettivamente alle famiglie dei Mignanelli e Saracini.
E’ noto, d’altra parte, che di “giuliette e romei”, ovvero con quello stesso impianto tematico e narrativo, è ben fornita la letteratura, che a partire dal Boccaccio, attraverso Sermini, Masuccio, da Porto, Bandello, Boaistuau, Brooke e Painter, ha condotto per varie fasi e rimaneggiamenti al dramma di Shakespeare.
Solo per rimanere in ambito senese il repertorio è piuttosto ricco e fantasioso. Dicevamo, ad esempio, del Sermini che tra le sue novelle inviate ad un amico stravaccato a passar l’acque ai Bagni di Petriolo, inserì anche la vicenda di Vannino e la Montanina.
Una versione moralizzatrice della novella serminiana, sempre di epoca quattrocentesca, è attribuita a un altro senese (nativo di Montepulciano): Bernardo Ilicino, filosofo e lettore di medicina presso lo Studio senese, che scrisse Opera dilettevole et nuova de’ gratitudine e liberalità, dove i protagonisti si chiamavano Angelica Montanini e Anselmo Salimbeni.
E’ invece di epoca cinquecentesca il racconto di Scipione Bargagli (“Schietto Intronato” era il suo nome assunto all’interno dell’omonima Accademia). L'opera letteraria a cui tuttora è legata la sua fama è la raccolta di novelle intitolata I trattenimenti di Scipion Bargagli doue da vaghe donne, e da giouani huomini rappresentati sono honesti, e diletteuoli giuochi: narrate nouelle e cantate alcune amorose canzonette (Venezia, 1587). Ed è qui che si può leggere pure la storia d’amore di Cangenova Salimbeni e Ippolito Saracini.
In tutti questi racconti, le situazioni e l’intreccio della vicenda sono simili: famiglie che si guatano in cagnesco (che erano “già tristi”, scrisse Dante a proposito dei Capuleti e Montecchi), amori dunque impossibili, frati complici e un po’ ruffiani, pozioni soporifere, cripte cimiteriali, suicidi. Insomma il dramma è… alto. A Masuccio Salernitano va riconosciuto per lo meno il merito che nella sua versione non trascura l’allegro erotismo dei due ragazzi e l’atmosfera “solare” in cui essi si muovono. Tanto, poi, ci penserà Shakespeare a dare un senso morale alle vicissitudini di quegli amanti, personaggi archetipici dell'amore tragico e letale. Tanto da arrivare a dire "E così con un bacio io muoio".

14/06/10

Nuova frontiera. Quando il sogno era americano


Ammettiamolo. Chi di noi non ha fantasticato di trovarsi, a sera, sulla sedia a dondolo in una di quelle verande del vecchio West affacciate sulla prateria. E da lì immaginare la frontiera, o, meglio, il suo mito romantico che nel segnare (e spostare di continuo) un “oltre” e un “al-di-qua”, stabiliva, così, confini identitari, di progresso e persino di felicità. Dunque, dondolarsi nel sogno (“sogno americano”, giustappunto) e, come accade negli sprofondi onirici, trovarsi, sincroni e affannati, in mezzo a mandrie, sceriffi, pellirossa, predicatori completamente bevuti che mentre tu sei alle prese, lacciolo dietro lacciolo, a conquistarti le nudità di una bella fanciulla, loro maledicono ogni forma di goduria con i versetti più tremendi dell’Apocalisse. E poi il treno, a spingere la pianura e il nuovo mondo; i fili del telegrafo a ronzare sull’imminenza di chissà quale notizia; i giornali che trasformano la vita in fatti.
Insomma, può essere capitato a chiunque (se non altro per contrappasso alla propria indole tranquilla e timorosa) di sentirsi un po’ cowboy, magari come Il Virginiano (1902) di Owen Wister. Personaggio di un romanzo (poi film) considerato l’iniziatore di un genere. Lui che sogna un’esistenza serena nella sua terra, insieme alla dolce e tenace Molly. Ma che dovrà fare i conti con persone prepotenti e senza scrupoli. Eh già, la lezione di vita del Virginiano ci piacque assai. Bella prova quella del mandriano che non si lascia incantare dalle mollezze della civilizzazione e resta caparbiamente attaccato alle proprie radici, ad un West che è una sorta di modello morale: rude ma puro. In otto mesi, il romanzo di Wister ebbe quattordici ristampe, a testimonianza che quel filone letterario rispondeva indubbiamente ai gusti del pubblico. Tant’è che sullo stesso modello wisteriano (e westerniano) nasceranno diversi autori. Tra questi un tale Pearl Zane Gray, destinato a diventare il più popolare narratore del genere. I suoi racconti alimentarono l’immaginazione di noi ragazzi fino a farci credere che il Far West fosse in assoluto “l’altrove” in cui rifugiare le nostre fantasie. E prendevamo sonno girati verso Ovest, quasi a propiziarne il suo notturno miraggio. Dalle pagine di Zane Gray (ricorderete Il cavallo selvaggio) imparammo tutta una geografia di terre e di sentimenti compresi in quella valle che tra le montagne e “il verde ondeggiante dell’altipiano immenso pareva pendere da un lato all’altro dell’orizzonte”. Prosa banale, direte. Ma tale è la lingua dei sogni: figuriamoci, poi, se sono americani.

07/06/10

Nel mito di Medea. La paura dell’estraneo


Sere fa, nelle soporifere e inconcludenti ore che condannano alla tele-visione, fui graziato (potremmo dire, doppiamente) dalla Medea cinematografica di Pier Paolo Pasolini (1970). E, dinanzi al magnetismo di Maria Callas, interprete di una Medea pienamente cosciente della sua tragedia, il telecomando non osò altre divagazioni.
Il racconto di Pasolini procede in modo didascalico, ma coglie bene il tema che va a riassumersi nella cupa, feroce, fragile, straziante figura di quella donna. Ovvero l’inconciliabile coesistenza di identità diverse, ma che sarebbero complementari ad un loro reciproco compimento. Dramma di oggi, dunque, quello di Medea: straniera in terra straniera, emblema della alterità/diversità, del confronto/scontro di civiltà. Lei, donna sapiente, disposta a tutto per amore verso il greco Giasone (vanesio e opportunista come tutti i maschi), diverrà vittima della "paura dell'estraneo" e, per vendetta, si trasformerà in accecata carnefice fino all’uccisione dei propri figli.
Il mito di Medea ha visto, nel tempo, svariate versioni letterarie. In epoca moderna è da ricordare quella di Franz Grillparzer (1821), che grazie ad una splendida traduzione in italiano di Claudio Magris (Marsilio, 1994) si mostra a noi in tutta la sua impressionante attualità. Basti citare il passo in cui Medea, infelice e discriminata esule, prevede anche per i figli, un futuro di emarginazione: “Avranno dei fratellastri che li copriranno di scherno, che si faranno beffe di loro e della loro madre, quella selvaggia della Colchide. Si adatteranno a fare i servi, a essere schiavi, oppure la rabbia e il livore roderanno loro il cuore e li renderanno malvagi, facendoli provare orrore di se stessi”.
Tanto è il male perpetrato nei confronti della “straniera”, da ridurla ad “estranea” anche verso se stessa. Sarà sconfitta e umiliata dall’astuta malvagità degli uomini, annientata nei suoi affetti, nella sua natura di madre; e, quindi, trasfigurata in furente omicida. Ma come avrà modo di dire lo stesso Magris, “nessuno è così vittima come chi viene straziato al punto di perdere la sua umanità”. E’ un po’ la tesi che perseguì pure Corrado Alvaro nel sua dramma Lunga notte di Medea (1949) dove la colpevolezza tende a spostarsi sull’estremismo discriminatorio dei Corinzi.
Incredibile è, comunque, come riecheggi dentro i secoli e ancora nei nostri giorni una tragedia tutta declinata al femminile. Un dramma (un atroce sogno) che vorremmo relegato agli àmbiti speculativi della psicoanalisi e dell’antropologia, ma – gli dèi ce ne guardino – non a quelli della storia.

31/05/10

La scuola raccontata. Insegnanti di carta maestri di vita


Questa volta non vorremmo parlare delle modalità con cui la letteratura accede alle aule scolastiche, ma di come la scuola sia entrata nella letteratura. Va subito detto che su di noi cresciuti a Pinocchio, Gian Burrasca e libro Cuore, la narrativa d’ambientazione scolastica esercitò la sua prima pedagogica lezione facendoci sì divertire, ma iniettando anche un sottile ricatto morale. Nel senso che pure a noi sarebbe piaciuto mettere la pece sotto le chiappe del vicino di banco, emulare le infrazioni del burattino collodiano o solidarizzare con il mitico casinista Franti. Però, fatta la risatina, a prevalere dovevano essere sentimenti e coscienza tali da formarci come cittadini rispettosi delle autorità (genitoriali e pubbliche), pronti al sacrificio (se non addirittura all’eroismo), forti nelle sventure, compassionevoli verso il prossimo. Così che fosse chiara la funzione educativa della scuola e il tipo di cittadini che essa andava a crescere. Inutile negare che il modello pedagogico del maestro Perboni segnò generazioni intere di italiani. Peraltro – merita ricordarlo nell’imminenza del centocinquantesimo dell’unità d’Italia – De Amicis, dopo 25 anni da quella sofferta unificazione, intese produrre un’opera letteraria che attraverso certi ideali, sentimenti, messaggi e linguaggi, contribuisse ad una reale unificazione del Paese. E indubbiamente vi riuscì, mirando dritto al… cuore.
Altri (cattivi?) maestri ci avrebbero poi accompagnato nella vita. Dal cechoviano Platonov che annega nell’alcol la sua inadeguatezza nel saper corrispondere amore, a quel triste Maestro di Vigevano (efficace quadretto al tempo del boom economico) che, nato educatore “per missione”, diviene un furfante quanto incapace padroncino, per tornare nel ruolo (modesto ma a lui più congeniale) di maestro. L’insegnante più terribile in cui ci siamo imbattuti resta comunque il professore che nella Leçon di Eugène Ionesco anziché trasmettere conoscenze (e certezze) si fa, al contrario, soggetto disorientante. Usa le sue nozioni in modo assurdo, ambiguo, mostruoso, fino ad annientare (uccidere) l’allieva. Una sagace metafora per denunciare un sistema sociale e i ruoli che esso assegna: credibili nella forma, ma snaturati nella sostanza. Davvero una lezione: ad ammonire che il sapere può anche deviare in aggressivo esercizio di potere compiuto attraverso la mistificazione del linguaggio. Se tale è il rischio che corriamo, a-ridateci subito il maestro Perboni (nomen omen) con il suo buonismo odoroso di stantio come i salottini di una piccola e grama borghesia.

24/05/10

Le chiavi del tesoro. Sotto la lingua dei poeti



Giunsi alla lettura del Corano per interposta poesia, allorché a un mercatino dell’usato incappai nell’edizione italiana (Laterza, 1949) de Il collare della colomba di Ibn Hazm, poeta arabo andaluso vissuto tra il 994 e il 1064. Un capolavoro della letteratura araba medievale in cui dolori e piaceri dell’amore trovano una tensione lirica carica di sensualità, e anche qualcosa di più. Da quelle pagine mi avventurai nella poesia dei Sufi, in un universo letterario che si dice non fine a se stesso, ma vòlto alla ricerca del Vero. Poesia dell’indicibile, dell’ebbrezza (jadhb, attrazione nel Divino) e che conduce laddove “il sale, lo zucchero o il miele disciolti nell'acqua diventano l'acqua”. E approdai così anche al Corano, a certi folgoranti versetti attraversati dal fremito della Rivelazione, alla parola di Allah trasmessa a Maometto in “chiara lingua araba”. Parole – come si sa – non destinate alla lettura, ma affidate a una salmodiata recitazione che da pause, respiri e modulazioni sapientemente dosati, faccia scaturire le molteplici suggestioni del testo.
A noi “infedeli” (ma fedeli alla parola poetica) affascinano sopratutto le cosiddette sure “meccane” (nate al tempo della prima impetuosa predicazione del Profeta) così ricche di ritmo, di slanci mistici, immaginose, criptiche. Decisamente meno ci avvincono le pedanti sure “medinesi” in cui la poesia cede il passo alla retorica predicatoria, alle sciatte liste dei precetti. Ma del resto i musulmani sono chiari: il Corano non è né poesia né prosa: è parola intraducibile. E quanto ai poeti, si sappia che “sono i traviati che li seguono”. Anche se poi il Profeta Muhammad dirà che: “Allah ha dei tesori sotto il Suo trono, le cui chiavi si trovano sotto la lingua dei poeti”.
Certo è che la lingua del Corano ha rappresentato per il mondo arabo un vero e proprio prototipo letterario. Un modello che anche sugli occidentali ha esercitato forti attrattive. Verrebbe in mente, al proposito, Johann Wolfang Goethe con la sua (e di Marianne Willemer) opera in versi West-östlicher Divan ("Il divano occidentale orientale"). Pagine attraversate da una brezza levantina che incrocia, appunto, l’Occidente. Ed è – per dirla con Goethe – “incondizionato abbandono all'insondabile volontà di Dio…, inclinazione che ondeggia tra due mondi, tutto il reale spiegato e risolto nel simbolo”. Visto il frangente storico non sarebbe male che su quel divano potesse sostare il mondo. Giusto il tempo per reinventarsi un Dio liberato da religioni che paradossalmente lo negano ogni qualvolta (malamente) lo proclamano.

10/05/10

Non solo virtuale. Per un avvenire della memoria


“La memoria, svelata”. Questo il motivo conduttore del Salone internazionale del Libro 2010 che si svolgerà nei prossimi giorni a Torino. Un tema su cui si è ritenuto di dover riflettere poiché, mentre da un lato disponiamo di smisurate banche dati, per altri versi il nostro rapporto con il passato è divenuto problematico, cosparso di continue amnesie. Oppure inutilmente nostalgico, a volte indossato con il vezzo di un abitino vintage.
Fin troppo facile è collegare il tema della memoria ai libri, che di qualsiasi genere essi siano fissano e riorganizzano proprio un comune patrimonio mnemonico. Solo per limitarsi a quelli di narrativa, basti pensare (Proust docet) a come essi, giustappunto nella memoria, trovino il loro primo motore.
Già altre volte abbiamo avuto modo di dire in che modo la lettura costituisca lo strumento per “comprendere” la nostra esperienza esistenziale, attribuirle un significato e, non di meno, raccordarla a una storia (individuale e collettiva) che prescinda dalla cronologia, dalla scansione lineare di passato, presente e futuro, per diventare, invece, “simultanea”. Scriveva Virginia Woolf in Orlando: "La memoria è la cucitrice ed è anche capricciosa. La memoria fa correre il suo ago dentro e fuori, su e giù, qua e là. Non sappiamo cosa verrà dopo o cosa seguirà”.
Il fascino (e l’utilità) dei libri è che, lungo il filo della memoria, raccontano di noi anche quando parlino d’altro. Nascite, morti, fatti ci attraversano, svelano la nostra “singolarità” e, al contempo, la “molteplicità” che è in noi. Una cosa, infatti, è il tempo della storia, altro è quello della memoria.
Al di là di ogni fraintendimento, è la memoria (non il semplice ricordo) a liberare veramente dai rimpianti e a renderci contemporanei nella nostra completezza di passato e di futuro. Merita, allora, ribadire come la lettura costituisca un ambito privilegiato in cui sia possibile rielaborare un universo interiore, una identità, una costruzione del proprio essere nel tempo presente, che, però, di questo tempo sappia evitare le nevrosi, la superficialità, la frammentazione, tipici di chi ha difficoltà a rapportarsi con il passato e di progettare futuro. Tutto ciò costituisce, peraltro, un atto di generosità nei confronti delle nuove generazioni, verso cui è tantomeno doveroso consegnare un patrimonio di conoscenze e di sentimenti. Non sarà sufficiente lasciare loro delle sterminate banche-dati che rischiano di essere inservibili perché prive di quella chiave di accesso racchiusa nella parola “consapevolezza”: di se stessi e del mondo. Si sappia, insomma, che dovrà pur esistere un avvenire della memoria.

26/04/10

Resistenza narrata. Quei fatti tra storia e mito


C’è un libro, denso di mestizia, intitolato Messaggi di pietra. Immagini della Resistenza senese (ISRS – Nuova Immagine Editrice, 1992) che documenta tutti i cippi, le lapidi, i monumenti e le tombe, sparsi in terra di Siena a ricordo dei caduti nella guerra di Liberazione. Dinanzi alla perentorietà di quelle immagini, poco spazio trovano i discorsi e persino la storiografia. Di drammatiche uccisioni si tratta. Oggi messaggi di pietra, appunto, su cui in ragione di una memoria e di un monito da tramandare, pietà e coscienza civile depongono fiori. Così come altri morti vengono alla mente, se pensiamo a chi, in quello stesso frangente storico, ebbe a trovarsi sull’opposto versante, ovvero dalla parte decisamente sbagliata.
Il fitto martirologio della Resistenza resta una testimonianza indelebile e commovente, e non meraviglia che su di esso si sia costruito anche il “mito” resistenziale. La questione è stata riproposta da Sergio Luzzatto sul Domenicale del “24 Ore” di domenica scorsa a commento della ristampa del libro in cui Alcide Cervi racconta la drammatica vicenda de I miei sette figli trucidati dai fascisti. Una storia vera, “eroica e complicata” – scrive Luzzatto – che ha assunto indubbiamente una valenza “leggendaria”. Ma del resto – gli ha fatto eco il giorno dopo su Repubblica Simonetta Fiori – “esiste il mito ed esiste la storia; decostruire il mito significa restituire alla storia la sua complessità, non necessariamente rovesciare o negare i fatti storici da cui è scaturito il racconto epico”.
Da questo punto di vista sarebbe interessante una lettura della Resistenza attraverso le pagine letterarie, perché se da una parte esse hanno contribuito alla creazione di un epos, per altri versi lo hanno pure interpretato nelle sue diverse sfaccettature. Pensiamo all’approccio antiretorico di Calvino nel Sentiero dei nidi di ragno, a quello controverso di Vittorini in Uomini e no. Oppure all’immagine di un paese dilaniato quale emerge dalla Casa in collina di Pavese; all’atteggiamento “a-politico” delle pagine di Fenoglio; al rapporto tra politica e morale nella vicenda cassoliana de La ragazza di Bube; fino alla narrazione corrosiva di Luigi Meneghello nei Piccoli maestri.
Pagine scritte – ebbe a dire Calvino – “già in polemica con una memoria”, perché mancanti “di tutto ciò che lì non c’è”. Tale, infatti, è stato il racconto della Resistenza. Talvolta eccessivamente soggettivo per divenire Storia, o retorico oltremodo per essere considerato letteratura, o troppo letterario per risultare del tutto verosimile. Ma non per questo irreale.

19/04/10

Il fantasticatore. Storie e parole libere tutte


Quando tra gli anni ’50 e ’60 del secolo scorso apparvero i primi libri di Gianni Rodari, pochi colsero la novità di una letteratura per l’infanzia che abbandonava il “bamboleggiamento” delle storie troppo caramellose o truci per condurre i piccoli lettori nella dimensione fantastica del mondo reale. Nasce così una poetica giocosa e ironica attraverso cui poter parlare ai bambini di tematiche impegnative come la pace, la guerra, l’emigrazione, il lavoro, le ingiustizie, la libertà. Perché la fiaba è anche utopia, potere dell’immaginazione e del paradosso. “Le fiabe – scriverà Rodari in Grammatica della fantasia – servono alla poesia, alla musica, all’utopia, all’impegno politico: insomma, all’uomo intero, e non solo al fantasticatore. Servono proprio perché, in apparenza, non servono a niente”.
Ecco, allora, un nuovo manifesto della letteratura per l’infanzia (e non solo). Ma oltre i propositi apparirà subito sorprendente la scrittura rodariana che lascia intendere la lezione dei surrealisti francesi (si pensi agli Esercizi di stile di Raymond Queneau), così come di certa letteratura novecentesca italiana che in autori quali Aldo Palazzeschi e Cesare Zavattini vide raffinate espressioni di ironia ed umorismo.
La realtà si può dunque guardare da prospettive diverse e raccontarla con un linguaggio altrettanto inconsueto, che sappia giocare con le parole, capovolgere i significati, legittimare persino gli errori di ortografia. Da qui fuoriescono inventori di macchine per creare arcobaleni, trapanare l’acqua, fare il solletico alle pere. Oppure filastrocche che risultano dei veri “giocattoli poetici”, recuperano rime e ritmi della tradizione orale, smontano e restituiscono parole in tutte le loro possibili combinazioni. Rodari è un intelligente funambulo della parola messa a servizio della fantasia e di un’azione pedagogica che insegni a saper guardare il mondo. Poiché – egli diceva – “vedere i bambini felici non ci può bastare. Dobbiamo vederli appassionati a ciò che fanno, a ciò che dicono, a ciò che vedono”. Un messaggio che vale ancor di più per gli adulti, i quali, per citare ancora un divertente apologo rodariano, dovrebbero fare in modo di maturare lasciando “bambino” per lo meno un orecchio. Un orecchio “acerbo” che serva per capire “le cose che i grandi non stanno mai a sentire: / ascolto quel che dicono gli alberi, gli uccelli, / le nuvole che passano, i sassi, i ruscelli, / capisco anche i bambini quando dicono cose / che a un orecchio maturo sembrano misteriose”. Chi dunque ha “orecchio” per intendere, intenda.

12/04/10

L’800 insegna. A fare politica sono le idee


Ancor prima che si chiamasse Risorgimento ci fu in Italia un fermento culturale che in vari modi prefigurava un’unità di nazione. Nel decennio 1820-1830 il centro indiscusso di questa officina di idee fu Firenze. Basti pensare a cosa significò la nascita del “Gabinetto scientifico letterario” fondato dal ginevrino Giovan Pietro Vieusseux. Un vero e proprio progetto culturale attorno al quale si aggregarono studiosi e uomini di diversa formazione per confrontarsi su temi politici, legislativi, pedagogici, letterari, scientifici. Nel Palazzo Buondelmonti, sede del Gabinetto, si promossero incontri con personaggi quali Giacomo Leopardi e Alessandro Manzoni (che vi giunse con la copia fresca di stampa dei Promessi sposi). In quelle sale – sosta di numerosi stranieri in transito da Firenze – era possibile leggere periodici e giornali inglesi, francesi, tedeschi, italiani. Oppure scegliere dagli scaffali della “biblioteca consultiva” dizionari, bibliografie, atlanti, repertori. Nell’intento di diffondere quanto più possibile la cultura fu ideata anche una biblioteca circolante con il prestito a domicilio di opere contemporanee scelte dallo stesso Vieusseux e indirizzate a discipline da lui considerate fondamentali (storia, geografia, scienze, letteratura, economia, cronache di viaggio).
In un siffatto laboratorio di idee sorse pure la rivista L’Antologia, promossa da Vieusseux e da Gino Capponi, e supportata da molti intellettuali del tempo. La linea editoriale della rivista era quella del superamento dell’ambito municipalistico per porre, invece, l’attenzione sui problemi generali della cultura italiana. Forte di una base di 500 abbonati, L’Antologia ebbe una diffusione assai superiore ad analoghe riviste milanesi (ad esempio Il Conciliatore) contribuendo a formare il concetto di egemonia culturale, nonché a far nascere, in Toscana, una borghesia liberale.
Frequentò quella cerchia di illuminati anche Bettino Ricasoli, convinto assertore della tematica nazionale, al punto di fondare nel 1859 un giornale (non a caso chiamato La Nazione) sulle cui pagine si poterono leggere scritti di Massimo d’Azeglio, Giosuè Carducci, Edmondo De Amicis, Carlo Lorenzini (l’autore di Pinocchio fu un brillante giornalista).
Tutto ciò a ribadire, giusto parafrasando il D’Azeglio, che (fatta l’Italia) per finire di fare gli italiani (operazione a tutt’oggi incompiuta) non sarebbe male un nuovo risorgimento di idee e di elaborazioni culturali. Una sfera pre-politica, insomma, che alla politica potesse offrire sufficienti ragioni di senso.

06/04/10

Dostoevskij e Tolstoj. Pasqua questione di fede


Qualora anche la Pasqua volesse trovarci in compagnia di un buon libro, converrà orientarci sui classici. E due autori su tutti: Dostoevskij e Tolstoj. Se non altro per ripensare le ragioni di questa festività che celebra un mistero di morte e risurrezione su cui va a fondarsi una religione, una cultura.
Rileggere dunque Dostoevskij, magari il capitolo de “Il grande inquisitore” racchiuso nei Fratelli Karamazov, dove Cristo torna in terra e nuovamente viene condannato da un cardinale inquisitore la cui verbosità cozza sull’immobile silenzio di Gesù che ancora perdonerà i suoi giudici.
E’ noto che dei quattro Vangeli, quello di Giovanni fosse il preferito dallo scrittore russo (l’edizione della sua biblioteca è fitta di una sessantina di annotazioni autografe), forse perché vi trovava una maggiore corrispondenza di sentimenti, una visione del tutto cristologica a sostegno di una vita che, senza fede, precipiterebbe nella disperazione. Del resto, fino al termine della sua esistenza, Dostoevskij lottò non tanto contro l'incertezza se essere o no credente, quanto contro l'incapacità di credere.
Per venire invece a Tolstoj, egli sosteneva che “senza religione, come senza cuore, l'uomo non può vivere”. Ecco perché certi suoi personaggi (torna in mente Natasha o il soldato-contadino Platon Karataev di Guerra e pace) risultano, grazie alla purezza dei loro cuori, veri portatori di un amore salvifico.
Fin qui alcune considerazioni per chi, grazie a questi autori, intendesse ritrovare orizzonti spirituali. Ma non si dimentichi che con Tolstoj e Dostoevskij la narrativa dell’Ottocento raggiunge i suoi caratteri più significativi nel cogliere il senso drammatico della storia, l’introspezione dentro l’animo umano. Esiste a questo proposito un saggio di George Steiner (Tolstoj o Dostoevski, Garzanti, 2005) che pone i due russi come in contrapposizione, secondo l'idea – la ricordò Vittorio Strada recensendo il libro – che Tolstoj fosse sintesi “della tradizione epica che coglie la vita nella grande corrente della sua organica unità, mentre Dostoevskij l'espressione più alta della visione tragica che scandaglia l'uomo nelle sue vertiginose disarmonie”.
Steiner arriva ad immaginare che il drammatico dialogo fra Cristo e il Grande Inquisitore prima citato, potrebbe costituire proprio un sottinteso contraddittorio tra Dostoevskij e Tolstoj. Certo è che quelle pagine, tra le più potenti della moderna letteratura, rappresentano un sofferto confronto che in ciascuno di noi può accendersi ogni qual volta ci si trovi, allo stesso tempo, inquisitori e condannati.

29/03/10

Tra le righe. Leggo dunque sono


Il piacere della lettura è assimilabile per certi aspetti a quello della musica. Se ad esempio ascoltiamo l’Arte della fuga di Johann Sebastian Bach sussistono almeno due livelli di coinvolgimento. Uno puramente emotivo, per come le note suonino (evochino) in maniera tanto perfetta e sorprendente. L’altro più “consapevole”, poiché magari si riesce a comprendere (per lo meno a intuire) il complesso disegno della partitura che a detta di alcuni sarebbe addirittura riconducibile a principi pitagorici.
Così è di un romanzo. Talvolta la storia in sé è sufficiente ad appagarci. Ma ancor di più resteremo catturati se di quel racconto si intenderà la struttura, gli escamotages narrativi, il lavorio di scrittura che vi sta dietro.
Potrà essere interessante a questo proposito leggere il libro di James Wood (docente di letteratura ad Harvard e firma di spicco del New Yorker) che nella traduzione italiana (Mondadori) si intitola Come funzionano i romanzi. Breve storia delle tecniche narrative per lettori e scrittori. Uno studio sulle tecniche della narrazione, dalla Bibbia a John Le Carré, da cui ricavare quasi una storia alternativa del romanzo. E non di meno un manuale per smontare e riassemblare la macchina narrativa nei suoi diversi aspetti: intreccio, personaggi, dialoghi, metafore, esaltazione dei dettagli, realtà e realismo, compostezza a-sentimentale, stili e convenzioni letterarie. Sostiene Wood che da giovani non si è ancora letto abbastanza perché la letteratura ci abbia insegnato a leggere davvero la letteratura. In età giovanile si è, infatti, lettori mediocri, colpiscono (e vi cerchiamo approvazione) dettagli, immagini e metafore che magari sono banalissime, a discapito di altre meravigliose.
Anche Italo Calvino (nella foto) era giunto a queste conclusioni, bene argomentate sulle pagine di Perché leggere i classici, pubblicate postume nel 1991, in cui fra le altre cose affermava che le letture di gioventù risultano spesso poco proficue, poiché modelli e valori che possono essere percepiti non trovano ancora del tutto formati i meccanismi interiori dell’individuo, i suoi comportamenti inconsci che, invece, nella maturità consentono una lettura in profondità, fra le righe, attraverso allegorie e metafore.
E’ in ragione di tutto ciò che i libri vanno a formare in noi una visione del mondo. E non a caso – sarà sempre Calvino a dirlo – si chiama classico un libro che lungo il tempo “ci dà conferme” e che si configura come “equivalente dell'universo”. Ecco allora perché il piacere della lettura diviene anche piacere (spiegazione) della vita.

22/03/10

Legal thriller. Onori letterari a Vostro Onore


Ma quale America! Il legal thriller nacque in Grecia ad opera di Antifonte di Ramnunte, oratore di grande dottrina, che già nel V secolo a.C. ideò le Tetralogie, ovvero casi fittizi di omicidi ad uso didattico, in cui al discorso dell’accusa seguiva quello della difesa, quindi la replica dell’accusatore e la controreplica dell’accusato. Tra queste è nota l’orazione Contro la matrigna dove una ragazza accusa la matrigna di avergli ucciso il padre con la complicità di una schiava. In altri casi Antifonte si riferiva a fatti realmente accaduti, come Per l’uccisione di Erode (discolpa di un mitilenese accusato di aver ucciso un compagno di viaggio) o ancora l’orazione Per un coreuta, a difesa di un impresario teatrale, presunto omicida di un giovane corista al quale era stata fatta ingerire una pozione per rendergli la voce più bella.
Se del cosiddetto giallo giudiziario si cercano, però, origini a noi più prossime, basterà percorrere a ritroso poco più di 20 anni e diverse miglia oltre Oceano per trovare l’avvocato-romanziere John Grisham che nel 1987, scrivendo A time to kill (“Il momento di uccidere”) si arrovellava su cosa sarebbe accaduto in tribunale se un padre avesse assassinato gli stupratori della sua figlia bambina. Spostandoci invece dalla Ford County alla Contea di Kindie, incontriamo il vice procuratore Rusty Sabich che viene incaricato di condurre le indagini sull'uccisione di Caroline Polhemus, sua affascinante collega, con la quale aveva avuto un'appassionata relazione extraconiugale. Ma durante le indagini la posizione di Sabich si fa sempre più precaria fino ad essere sospettato di essere lui l’assassino. Stiamo parlando del noto romanzo Presunto innocente, scritto da Scott Turow nel 1987 e dal quale fu poi tratto l’omonimo film per la regia di Pakula.
Questo è dunque il legal thriller: avvocati, giudici, pubblici ministeri sono essi stessi protagonisti del racconto, perché coinvolti nella vicenda al pari e talvolta di più dei loro clienti-imputati (quasi sempre innocenti). Basti leggere i libri di Erle Stanley Gardner (il creatore di Perry Mason), Lisa Scottoline (suoi i romanzi Final appeal e Il momento della verità), Sheldon Siegel, Richard Patterson. Si sappia, però, che anche lo “spaghetti-legal-thriller” (l’espressione è di Marco Bellotto) ricorre brillantemente e sempre più spesso… in appello, con autori/uomini di legge quali lo stesso Bellotto, Domenico Cacopardo, Gianrico Carofiglio o, al di là delle rigide classificazioni di genere, con Giancarlo De Cataldo e Nicola Quatrano. Siano dunque onori (letterari) a Vostro Onore.

15/03/10

Il libro a teatro. Se va in scena la letteratura


In tema di letteratura teatrale la questione teorica è sempre stata quella di stabilire se un testo drammaturgico potesse avere o no autonomia letteraria a prescindere dalla sua rappresentazione scenica. Anche in considerazione del fatto che il teatro ha di per sé una “mobilità” attraverso cui i materiali scritti per essere recitati vanno frequentemente a finire nella letteratura, e viceversa. Il Novecento italiano ne vanta significativi esempi con Pirandello, Viviani, De Filippo, Fo. Tre uomini di scena – come ebbe a dire lo studioso Ferdinando Taviani – che divengono, appunto, anche uomini libro.
Continuiamo a domandarci, comunque, quanto e in che modo un copione teatrale sia da ritenersi “letterario”, tenuto conto, peraltro, di come una eccessiva perfezione stilistica possa costituire addirittura un elemento negativo, almeno secondo una logica meramente drammaturgica.
La querelle, non certo nuova, fu affrontata anche da Pirandello con un intervento apparso il 30 luglio 1918 su “Il Messaggero della Domenica”. In quell’articolo il nostro premio Nobel se la prendeva con gli autori drammatici che volutamente scrivevano “male” perché, a loro dire, i personaggi delle commedie, non essendo letterati, “debbono parlar come si parla, senza letteratura”. Però – osservava Pirandello – così facendo, essi “confondono lo scriver bene con lo scriver bello”. Si sappia invece – proseguiva l’acuta analisi pirandelliana – che quando un autore di teatro sa trovare le parole per rendere bene un determinato personaggio, una scena, un gioco, il suo linguaggio non sarà mai “comune”, e diverrà opera letteraria al pari di un romanzo o di una poesia.
Nel 1967, grosso modo su questa stessa questione, attraverso le pagine del Corriere della Sera ci fu un interessante scambio di opinioni tra Giuseppe Dessì, Carlo Bo e Geno Pampaloni. In quel caso Dessì lamentava come i critici letterari non assolvessero il compito di illustrare la parte teatrale degli scrittori. Ma a parere di Bo l’opera teatrale degli scrittori per la gran parte dei casi (salvava giusto Balzac) non è che un’appendice dell’opera letteraria vera e propria. Da par suo Pampaloni rincalzava che lo scrittore di oggi, sfiduciato nei confronti della letteratura, tende a far prevalere l’interesse per la tecnica dei linguaggi, cosicché quando scrive per il teatro “ingloba una realtà di comunicazione che la semplice parola scritta non avrebbe più”.
Or dunque: primato del libro o del palcoscenico? E non si dica con il dissacrante Baudelaire che “ciò che ho sempre trovato di più bello a teatro è il lampadario”.

08/03/10

Elsa Morante. Una invettiva tenera e imperiosa


Nel 1974 critici letterari e colti lettori mostravano sui loro tavoli da studio un anti-romanzo di Paolo Volponi (Corporale) contraddistinto da arditezze tecnico-narrative, da una forma spiazzante, tanto confusa quanto suggestiva. Altrove, magari negli spazi più defilati delle camere da letto, non potevano però tralasciare la lettura di un corposo feuilleton (così venne definito con sufficienza) di Elsa Morante, intitolato La Storia. I critici lo stroncarono per quanto fosse ottocentesco e popolare, istigante (secondo Italo Calvino) pianto e commozione al pari dei Miserabili, una insistita “vendita di disperazione” (Rossana Rossanda), una Morante che (a detta di Cesare Cases) smentiva con quel libro i suoi precedenti ed apprezzati esiti ottenuti, ad esempio, con Menzogna e sortilegio.
Fummo tra i lettori de La Storia, ma non versammo lacrime. Prevalse in noi, piuttosto, la sintonia con il moto di anarchia (formale e di contenuto) presente in quelle pagine. Come ebbe modo di osservare Cesare Garboli, tale scelta di grande violenza narrativa, così ferma, netta e imperiosa, non poteva che essere compiuta da una donna. Ed è vero. Nel racconto della Morante c’è la disperata tenerezza e la tenacia femminile che di fronte ai drammi sa emergere. C’è il grido e la tenerezza, l’accusa e la pietà, la grinta e lo sconcerto. Tutto ciò lo si percepisce in un timbro di voce, in una fisicità appunto femminile: perché solo la donna, proprio in ragione del suo essere, ha titolo per denunciare il continuo eccidio di innocenti compiuto dalla storia.
Per altri versi la Morante ci aveva già avvertiti (1968) con Il mondo salvato dai ragazzini (un titolo quanto mai esplicito) che gli adulti, ovvero coloro che esercitano qualsiasi tipo di potere, sono percorsi da un vizio degradante che li conduce alla cecità rispetto al mondo reale; e altro non divengono se non fabbricanti di morte.
Anche nel caso de Il mondo salvato dai ragazzini l’autrice usa un linguaggio estremamente comunicativo, “antagonistico”, senza i conforti – dirà sempre Garboli – di quella che il nostro secolo ha legiferato, e consacrato, come “religione della letteratura”. Nasce da qui lo “scandalo letterario” della Morante, di una donna che ha assunto in sé la disperata domanda di un mondo intero, la tragedia di una coscienza collettiva, congedandosi così dalla sua struggente invettiva (sono questi gli ultimi versi de Il mondo salvato dai ragazzini): “E adesso, o voi che avete ascoltato queste canzoni, / perdonatemi se sospiro ripensando / a quanto era stata semplice / la mia vita”.

01/03/10

Alle origini. Lingua del volgo, lingua di Dio


Parlava in aramaico, ma seppe cavarsela piuttosto bene persino con l’antica lingua toscana. Il poliglotta in questione fu Gesù di Nazareth o, per meglio dire, il Vangelo che di lui racconta vita, opinioni e miracoli. La disinvolta premessa allude a una affascinante traduzione delle pagine del “Vangelio de sancto Johanni” in lingua toscana, risalente alla fine del Duecento, con chiari elementi di lingua senese. Il prezioso manoscritto, conservato presso la Biblioteca Vaticana, qualche anno fa è stato edito dalla Società Biblica Britannica per la cura di Marco Cignoni e “grazie a Dio” è ora alla portata di tutti.
Al momento si ritiene che sia la più antica versione italiana del testo giovanneo offertaci nella sua interezza. Una di quelle versioni “sine glossa” (cioè senza addolcimenti) che sapevano parlare al cuore delle persone attraverso, appunto, la lingua volgare e non il latino ecclesiastico. Da un linguaggio diretto e quotidiano emergeva, dunque, la radicalità del messaggio cristiano, così come lo colsero Francesco da Assisi e Valdo da Lione (in questo secondo caso mediato dalla langue d’oc). Ma, come è noto, alla Chiesa cattolica non piacque.
Duplice è, pertanto, il fascino di quelle pagine: per come vi risuoni la pregnante lingua degli illetterati, nonché per come vi si avverta la tensione verso una fede autentica. Gli studiosi, da par loro, pongono una serie di interrogativi sulle origini del manoscritto. Nella nota di presentazione, Lino Leonardi si chiede, ad esempio, se questo testo del codice vaticano sia effettivamente quello del traduttore o già un suo rimaneggiamento. Sempre Leonardi vorrebbe indagare sui rapporti che potrebbe avere quella versione con altre esistenti, proprio per comprenderne meglio origini e diffusione.
Al di là degli aspetti filologici a noi è dato comunque il piacere della lettura e della commozione, fin dallo splendido incipit: “Nello incominciamento era il Figliuolo di Dio, e ‘l Filgliuolo di Dio era appo Dio, et Dio era il Filgliuolo di Dio”. Risuona così una lingua netta, spigolosa, colorita, come quando va a descrivere l’incredulità di Tommaso: “S’io non vederò le mani sue et le fissure dei chiavelli et s’io non mecterò la mano mia nel lato suo, io no ‘l crederò”.
Le suggestioni, insomma, sono molteplici. E viene da chiedersi quali mani si siano passati il minuscolo Vangelo manoscritto (10x5 centimetri), chi fosse davvero in grado di poterlo leggere e chi altro ascoltarlo con tutto il tremore di chi avverta la “novità” di un invito, perché, come lì sta scritto, “il maestro è presente et chiàmati”.