31/12/13

Racconti bonsai. Falso capodanno a Norbella Marittima

A Norbella Marittima il mare non c’era, ma lassù dalle colline, nei giorni d’aria limpida, lo si vedeva luccicare fin dentro l’ultimo cielo. E di guardare lontano tutti avevano bisogno in quel paese in cui la sala da ballo si chiamava Piccolo Mondo e che della sua Rocca teneva così vanto, da avervi rinchiuso, insieme alle memorie, pure il tempo presente. A Norbella viveva la famiglia Pavanti, proprietari, da generazioni, della storica orologeria che sulla piazza affacciava la porta in noce con maniglione d’ottone tirato a lucido. Dietro il banco la signora Bianca, nata Marcelli, apprezzata per i modi cortesi e i generosi décolleté. Nel retrobottega il signor Tarcisio, figura elegante, vestito di impeccabili gessati, catena d’oro e orologio da tasca appartenuto al nonno. Sempre chino sul tavolinetto da lavoro, con il monocolo a scrutare le minuscole meccaniche segnatempo, il signor Tarcisio pareva partecipe di un grande mistero: quello del tempo, giustappunto. Tanto erano connaturali i coniugi Pavanti al paesaggio umano del paese, quanto insignificante risultava la presenza del loro figlio Ludovico. Un ragazzo reso invisibile dalla sua timidezza, bravissimo nello studio, però – badava a dire la gente con rattenuta sentenza – troppo, troppo strano. Si era laureato a pieni voti in Filosofia con una tesi sull’idea di tempo in Henri Bergson. Colui che aveva scritto: “Un’ora, non è solo un’ora, è un vaso colmo di profumi, di suoni, di progetti, di climi”. Quasi una colta dissociazione, quella di Ludovico, dall’attività di famiglia, impegnata da oltre un secolo a fornire orologi, illusori strumenti di calcolo del tempo che – Bergson docet – non è affatto misurabile, poiché disomogenea è la sua durata interiore. Il tempo della scienza non è lo stesso della coscienza. Di questa verità il giovane Pavanti si era convinto già da bambino, allorché, per ore e ore solo in casa, aveva notato come certe giornate fossero interminabili, altre precipitosamente consegnate alla notte. Ma soprattutto da quella prima volta che con il naso schiacciato alla finestra di camera, si mise a fissare l’orologio della torre civica mormorando: fermati, fermati, ho detto fermati. E si accorse che le brunite lance restarono davvero immobili fino a suo nuovo comando. Ormai da vent’anni e ogni giorno, soprattutto nei momenti di inspiegabile contentezza, Ludovico praticava tale gioco in modalità e tempi variabili. Il prodigio non si limitava, peraltro, all’orologio della piazza. Perché quando lui voleva, una specie di bolla magnetica avvolgeva l’intero paese e tutti gli orologi si fermavano. Così che il tempo di Norbella era, a insaputa degli abitanti, molto indietro rispetto al resto del mondo. Le incongruenze tra calendario, meteorologia, cadenza delle stagioni si pensavano dovute alle indubbie peculiarità del luogo. Ad accorgersi che qualcosa non andava fu il maestro Germani, lui sì uomo di mondo (aveva insegnato a Pordenone, Vibo Valentia, Sulmona) che la sera di capodanno del 1955 ricevette una chiamata al posto telefonico pubblico da parte di un ex collega abruzzese, intenzionato a venirlo a trovare “per le imminenti vacanze di pasqua”. Fu chiaro, allora, che mentre in tutta Italia fervevano i preparativi per le processioni del Gesù-morto, a Norbella sballavano i fuochi d’artificio e ammaiavano la sala del Piccolo Mondo per la festa di fine d’anno. Boh… – andava rimuginando Germani mentre risaliva verso casa – e se mai fosse, di quale pasqua stiamo parlando? Dell’anno che a Norbella sta per finire o di quello venturo? Ma per l’amor di Dio, lasciamo perdere. Qua si vive bene così. Non solleviamo questioni che potrebbero rompere il sonnacchioso equilibrio di una comunità dove le dosi giuste (e a lento rilascio) di schiettezza, ipocrisia, bontà e perfidia fanno di questo posto l’accorta profilassi del mal di vivere. E poi – sobbalzò il maestro allungando il passo e volgendo i pensieri al suo privato – non scherziamo: è con il nuovo anno che la vedova Arrighi, in ragione di un luttuoso (scellerato) fioretto, avrebbe sciolto il suo voto di seconda verginità. Dunque, e a maggior ragione, meglio evitare problemi di calendarizzazione rispetto ai quali la fregola non avrebbe saputo darsi ulteriori proroghe. Sicuro delle proprie argomentazioni rincasò e cominciò anche lui a prepararsi per il veglione di fine d’anno. Quando il maestro Germani varcò la soglia del Piccolo Mondo la prima sensazione fu di una struggente compassione. Tutti sembravano felici o si impegnavano goffamente ad esserlo. L’orchestrina ci dava dentro. Si ballava, rideva, pomiciava. Si dicevano le scemenze di circostanza. Sorrideva persino Ludovico, il vero organizzatore del bislacco e diacronico capodanno. A lui era dovuta quella felicità quasi perfetta. Era lui il baro che sottraeva il tempo ai ricchi per darlo ai poveri. Qualche minuto prima della mezzanotte venne chiesto silenzio, così da poter sentire il primo battito dell’orologio di piazza, da sempre massima autorità a decretare che ora realmente fosse sotto il cielo di Norbella. Giunsero i rintocchi e saltarono i tappi dello spumante. Auguri auguri, braccia intrecciate nei brindisi, trattenuta commozione (chi non ha in cuor suo rimpianti?) allorché il valzer delle candele ci mise del suo. La festa proseguì sino a sfilacciarsi in sonno e noia. Sulla pista da ballo resistevano pochi ostinati. All’uscita la famiglia Pavanti incontrò il maestro Germani e percorsero un tratto di strada insieme. Giunti in piazza, nuovo scambio di auguri. “Che ora fai?” chiese il maestro a Ludovico. L’orologio della torre batté le 3. Com’era esatto il tempo a Norbella Marittima!

23/12/13

Al giorno d’oggi. No middle class no festa

Altri tempi quando il Natale era la gran festa del ceto medio. Con le tredicesime immolate sull’altare dei consumi, l’intima soddisfazione di potersi comportare da simil-ricchi (ignorando il fatto che i ricchi – in tal caso come i poveri – non sopportano le feste). Gli ingressi dei palazzi condominiali che profumavano (?) di capitone e gobbi in umido. Le villette a schiera che nelle notti dicembrine si accendevano e spegnevano, quasi a far marameo al mutuo-casa, quello sì, sempre acceso. E il presepe che andava fatto a prescindere. Se non altro per ricordare a se stessi che il Nazareno era un po’ uno di noi. Di condizioni modeste (babbo artigiano, mamma casalinga) aveva studiato, fatto carriera, dimostrato di essere un buon investitore (basti pensare alla moltiplicazione dei pani e dei pesci). Un tipo tosto il self-made man nato avventurosamente a Betlemme. Intelligente, attivissimo, bello-da-dio. Insomma, se lui ce l’aveva fatta, potevamo farcela pure noi. Altri tempi davvero. E ora che la classe media si è trovata a propria insaputa dissolta (perché dissolte sono le motivazioni economiche, politiche e sociali che le avevano dato ragion d’essere), sembra non avere più senso nemmeno il Natale. Svuotato il presepe dei piccoli borghesi, infoltito quello dei poveri (che però non hanno i mezzi per allestirlo), riposto quello dei ricchi (probabilmente in una banca svizzera). Su qualche portone continuano a lampeggiare tristi stelle comete, pur sapendo che i re magi marciano, ma in altre direzioni. Eh già: no middle class, no festa. Però la cosa è seria. Lo dice anche la televisione. Sere fa in uno degli ennesimi servizi giornalistici sulla crisi, si intervistavano gli abitanti di un condominio del ricco Nord. Dodici appartamenti, dodici famiglie. Nessuno di quei nuclei famigliari che fosse rimasto immune da licenziamenti, cassa integrazione, onerose mobilità. Si intravedevano gli interni di belle case, infissi di buona qualità che, ormai, non riescono a parare gli spifferi della depressione economica e psichica. Veniva in mente un romanzo di Piero Jahier (primi del Novecento) intitolato La famiglia povera, dove una madre rimasta sola con i figli lotta quotidianamente per mantenere il decoro borghese di un tempo. Ma la povertà ferisce socialmente, incrina gli affetti, vanifica i credi. Oggi gli ottimisti insistono a dire auguri. I realisti – quelli che pensavano alle feste come alla certificazione di un conquistato status – sostengono che anche il Natale era sovrastimato. E nelle case, nei centri commerciali si trasmette una cover che canta, anzi sospira, “quanta questa povertà”.

20/12/13

Racconti bonsai. La brutta notte di Babbo Natale

Sera del 24 dicembre. La mezzanotte era abbondantemente passata. Dentro le case il sonno aveva ormai giustiziato la frenesia dei bambini, riversi su divani e tappeti come in una strage degli innocenti allestita all’Ikea. Gli adulti stavano prosciugando l’aria di festa a suon di sbadigli. Resisteva tuttavia un’inquietudine, prima taciuta, poi sempre più manifesta, perché giunti a quell’ora nessuno e da alcuna parte aveva visto Babbo Natale. Scrutato dalle terrazze, chiesto ai metronotte, compulsato il web che, figuriamoci, rende noti i fatti prima ancora che accadano. Nulla. Cominciava a diffondersi nervosismo, ansia, delusione, rabbia. Insomma, tutti quei sentimenti che disturbano l’egoismo umano ogni qualvolta circostanze esterne gli sciupino la festa. Persino le luci degli addobbi rimandavano ombre torve. Aghi d’abete cadevano precoci, quasi a prefigurare la mestizia che con l’epifania tutte le feste porta via. Ad accorgersi per prima che certi balenii erano altra cosa dalle luminarie natalizie fu la donnina abitante al pianoterra del civico 147 di via Dalmazia, che appostata dietro la persiana del tinello non aspettava Babbo Natale, ma che, come ogni notte, voleva vedere la vicina scendere dalla macchina del ganzo. Le volanti della Polizia correvano verso Nord a sirene spente. E di lì a poco la notizia guizzò altrettanto veloce. Sulla provinciale della Quercia alcuni malviventi, con un furgone messo di traverso, avevano bloccato e rapinato Babbo Natale. Tristissima la scena che si presentò alle forze dell’ordine. La slitta vuota e rovesciata sulla neve, le renne strette l’una all’altra in uno scampanellio disordinato e lugubre. Del vecchio, però, nessuna traccia. Ucciso e nascosto il corpo nel bosco circostante? Sequestrato? Bella gatta da pelare per il Procuratore che già aveva prenotato il Capodanno in montagna. “Confido in lei e nella sua pervicacia” disse rivolgendosi al commissario di polizia. Il quale non mancò per lo meno di buon senso, organizzando subito un sopralluogo a casa della vittima. La luce di cucina era accesa. Babbo Natale, completamente fatto di sambuca, ronfava sulla poltrona con il televisore a tutto volume. Sopra il tavolo una lettera scritta di suo pugno e indirizzata a sé medesimo. Da Babbo Natale a Babbo Natale. Una lettera che svelava come la rapina fosse stata una ingenua messinscena da lui architettata non trovando il coraggio di ammettere la propria impossibilità a soddisfare le tante richieste che gli si facevano. Costretto a dare le dimissioni da se stesso e da una favola, supplicava perdono. Mai avrebbe pensato che non dover credere più a Babbo Natale comportasse un dolore così disperante.

09/12/13

Racconti bonsai. Storia di guerra e d’amore

Lei si chiamava Elisabeth Barrett, come la poetessa di cui aveva quasi ricalcato la vita. Anch’ella finita a Firenze per amore, sposando, però, un italiano che era stato giovane, ricco, e – in tal caso per tutta la vita – intelligente e ironico. Il conte Lorenzo Niccolucci Del Rio, che con quel titolo nobiliare ormai stinto dai dissesti finanziari di famiglia, quando si ruppe una spalla cadendo da cavallo, ai medici che premurosi gli chiedevano “conte, cos’è successo?”, aveva risposto: “conte … decaduto”. Fu un non-fascista della prima ora e un convinto antifascista della seconda. Pianse lacrime di sdegno e rabbia per il suo amico David Orefice, insigne biologo, che a causa delle leggi razziali dovette fuggire in America. Una bella coppia, si diceva di loro due. A Elisabeth piaceva passeggiare, spesso fino al Cimitero degli Inglesi per portare un fiore sulla tomba della sua omonima e della quale mandava a memoria i versi. Un gesto romantico che si interruppe solo con l’estate del 1940, allorché con il putiferio della guerra, lei e il marito videro bene di lasciare Firenze per trasferirsi nella casa di campagna. Da lì a qualche mese la sorella Fanny sarebbe morta nel devastante bombardamento di Coventry. Il fratello Henry entrerà a far parte del gruppo di crittografi che a Bletchley decodificavano i messaggi di Enigma. La vita di campagna aveva cadenze larghe, piacevolmente monotone, se non fosse stato per le notizie che si ascoltavano alla radio e che i due commentavano, l’una con l’orgoglio di avere il proprio paese dalla parte giusta, l’altro avvilito per un Italia succube a i’bbischero (così Lorenzo chiamò sempre Mussolini). Tre anni erano incredibilmente passati dentro un tempo sospeso, estraniante, che dava ai fatti del mondo distanza, assurdità, talvolta compassione. Finché la sera dell’8 settembre 1943, anche in quelle stanze risuonò la voce di Badoglio annunciante la capitolazione. Lorenzo scese in cantina a prendere un vino d’annata. Cenarono con redivivo brio e con la fregola di due ragazzi che non vedevano l’ora di finire a letto. Nella arrendevolezza del dopo amore, Lorenzo sfiorò una guancia di Elisabeth sibilandole in un orecchio: “Dio stramaledica le inglesi”. “Conte – replicò Elisabeth – si dia un contegno e non si faccia trovare in queste condizioni dalle truppe alleate”. Di buon mattino un raffazzonato mazzo di fiori di campo fu posto sulla toletta di my lady. Era accompagnato da alcuni versi di Elisabeth Barrett Browning: “Quando forti e diritte le nostre anime si stringono in silenzio … quale amaro torto può farci la terra per impedirci d’essere a lungo felici?”.

02/12/13

Burattini noi. Quella favola della metamorfosi

La cosa è nota. Quando al Collodi fu chiesto il perché di quel finale così moraleggiante di Pinocchio (“… e come ora sono contento di essere diventato un ragazzino per bene!”) egli disse che, sinceramente, non ricordava d’aver chiuso così il suo racconto. Pare, infatti, che il sentenzioso e apocrifo epilogo sia stato opera di Guido Biagi, anch’esso collaboratore del “Giornale per i bambini”, sulle cui pagine era uscita a puntate la Storia di un burattino. Perché la fantasiosa – per certi aspetti trasgressiva – favola non “poteva” terminare diversamente, in considerazione del fatto che a pubblicarla in volume era stata la Libreria Editrice Felice Paggi, “editore di libri tutti con la morale”. Dunque, Pinocchio apologo del bene e del male? Ma non solo. A 130 anni esatti dalla sua prima stampa sappiamo quante variegate esegesi siano state fatte del libro che, insieme a Bibbia e Corano, vanta il più alto numero di traduzioni nel mondo. Opera comunque complessa, che offre una pluralità di codici interpretativi, poiché, come ebbe a scrivere Benedetto Croce, “il legno, in cui è intagliato Pinocchio, è l’umanità, ed egli si rizza in piedi ed entra nella vita come l’uomo che intraprende il suo noviziato; fantoccio: ma tutto spirituale”. Oggi l’interpretazione del capolavoro collodiano che più sembrerebbe rappresentare il nostro tempo – tempo della fluidità, del transitorio, della instabilità – potrebbe essere quella che vede in Pinocchio l’emblema della metamorfosi. Legname inerte, burattino, cane da guardia, ciuco, cibo per pescecani, bestia da soma, infine bambino. Insomma, un personaggio mutevole, provvisorio, interinale. Anche le sue figure di riferimento (Geppetto, la Fata, il Grillo) sono presenze alterne, appaiono e scompaiono. Quel ceppo d’albero – che tale non è più – ha (avrebbe) un’anima. Una coscienza inespressa, in divenire. Un’identità che si costruisce di fuga in fuga, ad ogni trasformazione somatica, ma soprattutto a ogni consapevolezza di sé. Lui è continuamente ‘altro’ da ciò che era. Quante peripezie, paradossi, drammi, spensieratezze per raggiungere un’identità! Per arrivare ad essere un umano a tutti gli effetti. E qui, di solito, si apre il dibattito. Allorché alcuni sostengono che Pinocchio muoia proprio nel momento in cui viene ‘normalizzato’, ascritto al consorzio degli umani. Del resto anche per noi non risulta affatto chiaro quando la nostra condizione di “burattini”, di esseri in divenire, pervenga (per scelta) al grado umano, ad una qualità morale, al riconoscimento di regole condivise. Per dirci pure noi contenti di essere diventati persone: per bene.

25/11/13

Oggi per domani. La necessaria “metànoia”

Siena capitale europea della cultura. Un progetto, un auspicio, una competizione. Una sfida che la città ha avviato soprattutto con se stessa, non più – o, almeno, non solo – per compiacersi (è il vezzo che da sempre le viene facile) ma per mettersi finalmente in discussione. Sembrerebbe finito il tempo della manutenzione ordinaria del passato, a tutto vantaggio di una prospettiva, lungo la quale si intenderebbe re-intrerpretare la città, le peculiarità che le sono proprie. Rifornendola, perciò, di idee, motivazioni, risorse economiche e intellettuali, di fiato lungo e non dopato. Se la comunità senese ambisce a proporsi come capitale della cultura, il primo atto che le viene richiesto è proprio quello di attuare un’operazione culturale su se stessa. Ovvero di cambiamento di mentalità, di metànoia dicevano gli antichi greci per definire una radicale trasformazione nel modo di pensare e di vedere le cose. La parola piacque a tal punto al cristianesimo da farne sinonimo di “conversione”. Ebbene, sono auspicabili certe conversioni anche nella “città degli uomini”, nella res publica. Non esiste, però, mutamento che possa prescindere da un processo culturale. Allorché le menti vanno a (in)formarsi – si mettono in rete, per usare un termine consueto – con quanto sia loro diverso e affine, noto e sconosciuto, logoro e immutabile, particolare e universale. Tale è l’auspicabile conversione a fronte di un patrimonio condiviso (materiale e immateriale) da porre, oggi per domani, nella disponibilità delle generazioni future. D’altra parte, come ebbe a dire Franco Fortini in una lezione magistrale tenuta all’Università per Stranieri quasi 25 anni fa, “il discorso sulla immagine convenzionale di Siena si è mutato in quello, assai temibile, della eredità”. A questo proposito il grande intellettuale si chiedeva in quale modo i più giovani vedessero (e vivessero) la città, in considerazione del fatto che una sua rappresentazione possa – debba, ci mancherebbe! – conservarsi, “ma come un documento o un cimelio; non crederla vera”. Analisi acuta e, volendo, trasformabile in programma di governo. Evitando, magari, la solita solfa di quel “buon governo” che è, certo, un capolavoro dell’arte, ma anche uno sfacciato manifesto di demagogia. Un governo, dunque, senza aggettivi. Di soli sostantivi, anzi di sostanza. Nel frattempo si avvertano i diretti interessati che i cadreghini del potere (o presunto tale) sono tarlati, i forzieri svuotati, gli dèi adirati. E si dica alle scolte che ogni notte montano guardia alle antiche mura che oggi le disfide si vincono lasciando le porte aperte.

18/11/13

Corsaro e luterano. Il poeta che oppose l’arte al degrado

“La morte non è nel non poter comunicare ma nel non poter più essere compresi”. Lo affermò Pier Paolo Pasolini. Lui che incompreso risultò ai molti, frainteso da diversi, e, quando compreso, a maggior ragione ignorato. Poiché il suo pensiero rifiutava le semplificazioni, il suo modo di confrontarsi (e scontrarsi) era diretto, frontale. Fu troppo comunista per essere poeta e troppo poeta per essere comunista. Mistico blasfemo, asceta lussurioso, veggente snobbato. Un reazionario di sinistra (così lo definì Enzo Siciliano), angosciato dall’omologazione, dal “genocidio” culturale in atto nella società e perpetrato da un potere che andava espropriando i comportamenti e le esistenze di tutti. Il poeta venuto dalla friulana Casarsa della Delizia (un vecchio borgo “intronato dal suono senza tempo della campana”), provò, così, a contrapporre l’arte al degrado, a conficcare il punteruolo della poesia nella scorza della realtà. Invano, ovviamente. Il degrado sarebbe stato trasfigurato (ottimizzato) in modello sociale. Il popolo – termine, già allora, un po’ fané per significato e significante – sarebbe diventato “la gente” o, per meglio dire, “il pubblico”, quello della televisione naturalmente. La mutazione antropologica avrebbe ammorbato ogni espressione della vita individuale e sociale: famiglie, scuola, politica. Ora che quel degrado è a sua volta degradato in qualcosa di più sfuggente, si torna ancora a farci la domanda retorica: cosa direbbe Pasolini se fosse sempre vivo. Ma forse avrebbe maggiore senso interrogarsi per quali ragioni lo scrittore “corsaro” potrebbe avere da ri-dire. A fronte delle nuove volgarità, ipocrisie, corruzioni, ingiustizie, povertà. Dinanzi a tutti gli Alì dagli occhi azzurri che approdano (quando approdano) a Lampedusa dalle “barche varate nei Regni della Fame” (pure in questo fu profeta). E chissà come concepirebbe, oggi, l’episodio de La ricotta, a quale tipo di “poraccio” assegnerebbe il ruolo del ladrone buono, morto in croce, vittima sacrificale del mondo all’epoca detto borghese, che paga il prezzo della vita perché “morire era l’unico modo che aveva per fare la rivoluzione”. Giudicherebbe, dunque, questo nostro tempo al vaglio della sua speranza, disperazione, ironia. O forse si limiterebbe a guardare con lo stesso sguardo tragico, sconvolto e beffardo che Anna Magnani, sul finale di Mamma Roma, rivolge ai palazzi in costruzione della nuova città in cui aveva sognato di abitare. Un sogno ormai riposto e negato. Alberto Moravia disse che di artisti come Pasolini ne nascono uno ogni cento anni. Non mancherebbe molto. Speriamo.

11/11/13

Scritti… a macchina. Con il rombo delle parole

In questi appuntamenti domenicali è capitato di ricordarlo altre volte: è sempre il racconto (e la sua reiterazione) a creare il mito. Ancorché si tratti di miti sorti in àmbiti che sembrerebbero oltremodo distanti dalla supponenza della letteratura. Pensiamo, ad esempio, ad una officina dove si riparano automobili. Luogo apparentemente agli antipodi della letterarietà. E invece risulterà meno innaturale di quanto si creda assimilare quelle chiazze di morchia al nero degli inchiostri che, guarda caso, di macchine e dei loro piloti hanno scritto leggende. Nella vasta aneddotica riferita a Gabriele D’Annunzio – a cui, notoriamente, piaceva il rombo dei motori – si dà pure notizia di un incontro tra il Vate e Tazio Nuvolari, avvenuto nel 1932 a Gardone Riviera. Sette ore di conversazione, un pranzo insieme, una tartarughina d’oro che D’Annunzio regalò a Tazio accompagnandola con queste parole: “All’uomo più veloce del mondo, l’animale più lento”. Perché Nuvolari – “il mantovano volante”, colui al quale Enzo Ferrari attribuì l’invenzione della “sbandata controllata”, l’uomo provato dalle vicende della vita e, in ragione di ciò, pronto a sfidare la vita stessa – aveva affascinato tutti. Orio Vergani, che ne fu amico, tracciò di lui un vero affresco poetico, ricordando una scarrozzata notturna che parve come “salire verso la luna”, a testimonianza che Tazio avesse con gli astri un intimo legame. La letteratura non ha dimenticato nemmeno un altro mito dell’automobilismo: Juan Manuel Fangio. Bello ed essenziale il ritratto che ne fa Osvaldo Soriano nel libro Pirati, fantasmi e dinosauri. Parla di un “idolo tranquillo”, consapevole della propria grandezza, ma che non andava in giro a proclamarla. Insomma – dice Soriano – non certo paragonabile a un esaltato come Maradona. Fangio “era un uomo di campagna, un meccanico di Balcarce che avrebbe voluto diventar giocatore di pallone ed era stato il campione di tutti i circuiti”. Incredibile. Il fascino delle Mille miglia coinvolge persino un poeta appartato come Vittorio Sereni, che in un testo datato Brescia 1955, così comincia: “Per fare il bacio che oggi era nell’aria / quelli non bastano di tutta una vita. / Voci del dopocorsa, di furore / sul danno e sulla sorte”. Inoltre, agli amanti dei sentimenti che corrono su quattro ruote, rammentiamo almeno altri tre titoli. Il racconto di Giuseppe Berto dall’inequivocabile titolo di Pistone (due ragazzi si imbucano avventurosamente nella corsa delle Mille miglia), il romanzo Il cielo non ha preferenze (drammatica storia di macchine e d’amore) di Erich Maria Remarque e Dopo corsa, che si trova in Gente di Dublino di Joyce (“Le automobili filavano veloci verso Dublino, parevano proiettili nel solco della Naas Road”). Tutto ciò per dire come l’automobilismo raccontato abbia decisamente… una marcia in più.

04/11/13

In tema di Shoah - Meditate che questo è stato

Nel romanzo di Giorgio Bassani, Il giardino dei Finzi-Contini, c’è una pagina indimenticabile. Siamo nel 1938, l’anno dell’emanazione delle leggi razziali. Tutta la famiglia è festosamente riunita a tavola per la celebrazione della pasqua ebraica. Si sta cantando uno di quei canti che il rito, scandito da una sorta di pedagogia dottrinale, dedica ai bambini; e che in cuore agli adulti risuona come lo struggimento di una nostalgia atavica. Improvvisamente squilla il telefono, qualcuno va a rispondere, ma nessuna voce è all’altro capo. Una, due volte. Non c’è interlocutore. Solo un mutismo minaccioso, vigliacco. Da quel subdolo avvertimento che oltraggia la festa, i sentimenti, l’intimità della casa si giungerà fino all’orribile epilogo: cinque anni dopo i Finzi-Contini saranno deportati nei campi di concentramento nazisti, a morire dentro il più inenarrabile paradosso della storia. La scena descritta da Bassani colpisce per come l’enormità (ma anche l’astrattezza) di un numero (6 milioni saranno gli ebrei sterminati) vada a rimpicciolirsi – e di nuovo a ingigantirsi – nei giorni, nelle stanze, negli affetti di una famiglia. Proprio questa rappresentazione ‘minima’ risulta sconvolgente, poiché induce il pensiero verso ciascuna di quelle persone che andarono a costituire l’atroce somma. Immaginiamo, così, storie famigliari che, al pari delle nostre, intrecciavano amore, vincoli, memorie, progetti. E che – non per fatalità, ma per malvagio disegno – vennero infranti. Tale è la riflessione e il turbamento che ogni volta attanaglia passando dinanzi alla Sinagoga di Siena, sulla cui facciata è posta una pietra. Lo scalpello, temprato a sdegno e pietà, vi ha scalfito queste parole: “Furono pur veri i campi di spietato annientamento, incredibili strumenti di disumana prepotenza. Con sei milioni di ebrei vi scomparvero i deportati da Siena, figli di una dottrina di giustizia e di amore. Con carità e benedizione siano i loro nomi ricordati”. Seguono 14 nomi e la loro età. Inevitabile non notare che Marcella Nissim aveva 20 anni, Gabriella Nissim 14, Morosina Valech 24, suo fratello Ferruccio 13. Di Ferruccio esiste una foto che lo mostra serio, con due occhioni tristi. Lo sguardo che sembra penetrare la cortina del presagio. Il 14 novembre 1943, giorno del suo tredicesimo compleanno, fu fatto entrare nella camera a gas di Auschwitz. Lo tenevano per mano il babbo e lo zio. La sua giovane vita fu spintonata nell’abisso dove tutt’oggi gorgoglia una domanda: “Ma perché?”. A scemenze, malafede, ignoranza, provocazioni che supportano il cosiddetto negazionismo, non si replica con una legge (che, per assurdo, potrebbe addirittura alimentarlo) ma con un impegno civile e culturale. Anche in tal caso valga il binomio di conoscenza e coscienza. Da qui la perentoria ammonizione di Primo Levi in apertura al libro Se questo è un uomo: “Meditate che questo è stato: / vi comando queste parole. / Scolpitele nel vostro cuore / stando in casa andando per via, / coricandovi alzandovi; / ripetetele ai vostri figli”.

28/10/13

Attracchi e naufragi. Se tutti siamo spaesati migranti

Ogni giorno le cronache del mondo ci chiedono una sintesi tra ragione, sentimenti, giudizio politico. Una tormentata operazione intellettuale (verrebbe da dire persino ‘spirituale’, se questo termine non si prestasse a equivoci) rispetto ad una realtà in continua trasformazione e troppo più avanti alle nostre capacità di adattamento e comprensione. Geografie, culture, persone si muovono su scala globale: si compenetrano, si ‘mescolano’, si incontrano e scontrano. E’ l’epoca del meticciato che mette in crisi identità etniche credute fino a ieri immutabili. E c’è, poi, il movimento veloce della comunicazione, della conoscenza in tempo reale di quanto ad altri e ovunque accada. Connessi sempre con l’universo mondo, ne percepiamo la simultaneità alla nostra esistenza. Il ‘qui’ (almeno virtualmente) è ormai il ‘dappertutto’, così che viviamo l’ambigua condizione (forse il privilegio) di essere cittadini ‘glocali’. Folgorante era stata l’intuizione di Paul Valéry, che già nel 1928, sull’imminenza di uno sconquasso epocale, metteva in discussione certe nozioni di Europa, civiltà, storia, tecnica, politica, libertà, progresso. Nei suoi Regards sur le monde actuel (l’edizione italiana, “Sguardi sul mondo attuale”, a cura di Felice Cirto Papparo, è pubblicata nella Biblioteca Adelphi) lo scrittore francese avvertiva su come “i fenomeni politici della nostra epoca [quella di allora] sono accompagnati e resi più complessi da un mutamento di scala senza precedenti, o piuttosto da un mutamento nell’ordine delle cose”. A suo giudizio, infatti, “il mondo al quale cominciamo ad appartenere [si noti la finezza linguistica e concettuale di questo “cominciamo ad appartenere”] è soltanto una controfigura del mondo che ci era familiare”. Secondo Paul Valery (spesso i poeti sono profeti) “il sistema delle cause che governa il destino di ciascuno di noi, estendendosi ormai alla totalità del globo, lo fa a ogni scossa riecheggiare tutto quanto: non esistono più questioni delimitate, anche se possono esserlo in un singolo punto”. Mi sono tornati in mente questi pensieri del poeta francese nei recenti giorni della tragedia di Lampedusa, non potendo, peraltro, dimenticare che allo stesso autore appartengono i versi di Cimetière marin (“Le vent se lève … il faut tenter de vivre”). Eh già… “si alza il vento, dobbiamo cercare di vivere”. Noi sappiamo che in quel mare Mediterraneo dove zattere di speranza trasportano esseri umani, fluttua pure un nuovo mondo a cui “cominciamo ad appartenere”. E in ragione del quale – ecco tornare quanto mai attuale la lezione gandhiana – ogni cultura non può bastarsi, ha bisogno di incontrarne altre. Ne va della loro vitalità, che necessita, nel tempo, il confronto con quanto sia altro-da-sé. Poiché non esistono culture che non abbiano limiti, zavorre di pregiudizi, carenze e omissioni di verità; ciò che Maurice Merleau-Ponty chiamava “regioni selvagge”. Regioni sulle cui coste, oggi, sciaborda un mare di attracchi e naufragi che ci fa tutti, proprio tutti, clandestini. Spaesati migranti.

17/06/13

La levatrice degli scrittori - Come ti creo o abortisco un autore

Ci sono almeno tre attività che non avrei mai potuto esercitare: il chirurgo, il restauratore d’arte, l’editor. Tre mestieri che implicano di dover mettere le mani su cose altrui e di fare danni irreparabili. Persino nel lavoro di curatore editoriale, che potrebbe risultare più consono alle mie inclinazioni, vedrei rischi pazzeschi e insostenibili cause per responsabilità civili (forse penali) verso terzi. Troppo arbitrario dover intervenire sul manoscritto di un autore, per suggerire (talvolta imporre) tagli, smontaggi e rimontaggi della trama, scelte lessicali, cadenze narrative. Mi viene sempre da pensare – se all’epoca fosse esistita questa figura professionale – come si sarebbe comportato un editor dinanzi a un testo di Federigo Tozzi. Magari alle prese con la (non)struttura narrativa di Con gli occhi chiusi, con quella scrittura ruvida, nervosa, icastica (eh no, Federigo, qui va cambiato, non funziona…”). Quanti rifacimenti sarebbero stati richiesti, fino, probabilmente, a privarci di un libro che, per molti versi, anticipò il romanzo psicologico novecentesco, oltre che rivelare una originalissima cifra stilistica. Ciò non nega il fatto che esistano bravissimi editor (accorte levatrici) nell’aiutare uno scrittore a sapersi rivelare al meglio. Pero, però…, quanti abbagli clamorosi si contano nella storia letteraria, allorché altre blasonate figure professionali, i cosiddetti ‘lettori’ delle case editrici, bocciavano manoscritti ritenuti non degni di pubblicazione. In tal caso non era un problema di editing, perché il libro non piaceva tout-court. Come quando Gli indifferenti di Moravia fu giudicato “una nebbia di parole” o Se questo è un uomo di Primo Levi venne respinto da Einaudi per ben due volte: nel ´47 il giudizio positivo di Natalia Ginzburg non è condiviso da Pavese, nel ´52 Pavese è morto ma il rifiuto si ripete. Einaudi pubblicherà il capolavoro di Levi solo nel ´58. Chi volesse documentarsi in questa controstoria della letteratura può farlo leggendo il libro Siamo spiacenti di Gian Carlo Ferretti (Bruno Mondadori, 2012), dalle cui pagine si apprende che Italo Calvino (consulente di Einaudi) si oppose alla pubblicazione de I racconti della Ghisolfa di Testori e anche della Scoperta dell’alfabeto di Luigi Malerba (una raccolta di racconti “grezzi e con poca sostanza, … neorealismo paesano stile 1946 ma senza lirismo”). Ripetuti rifiuti e diffidenze ebbe anche Il gattopardo di Tomasi di Lampedusa e, ancora, autori quali Morselli, Pasolini, Volponi Camilleri. Talora la questione fu di opportunità editoriali e commerciali, altre volte, di scarsa lungimiranza. Oggi, fatta salva una editoria di nicchia che guarda alla qualità e a un pluralismo di proposte, la linea è dettata soprattutto dal marketing; che pompa autori gracilini ma di sicuro impatto pop o più strutturati scrittori invitati a replicare se stessi finché ci sia un riscontro di vendite. Così il successo di un libro è spesso una sorta di disco dell’estate, costruito sul ritmo di un ballabile, retorico quanto un volo di gabbiani.

10/06/13

Tra storia e utopia - Non esiste una pace astratta

Il secolare conflitto arabo-israeliano (le ragioni degli uni e degli altri e, magari, anche le disuguali ragioni che gli uni accampano sugli altri) è purtroppo divenuto il paradigma dell’impossibilità della pace, ovunque essa resti solo un desiderio. Un’aspirazione, appunto, ma impraticabile. Pare quasi esserci, nell’esperienza umana, la ‘naturalezza’ all’odio, al sopruso, a fare dell’altro il nemico, che nulla può anche dinanzi all’orrore del sangue, alla distruzione, all’urlo delle madri, al terrore. Quasi a voler sottoscrivere l’amaro verso della canzone di De Gregori (Generale): “perché la guerra è bella, anche se fa male”. E’ doloroso ammetterlo. Ma troppo distante è l’utopia dalla pratica di una pace costruita nella concretezza (nella fatica) di rapporti interpersonali, tra popoli, etnie, fedi religiose. E d’altra parte non può esistere una pace astratta, così come è difficile raggiungerla quando sia già guerra. La convivenza pacifica dovrebbe essere, infatti, una premessa della condizione umana, legata ai valori della persona, soggetto di diritti e di doveri. Non disgiunta dall’idea del bene comune, della solidarietà tra popoli, del lavoro per un progresso condiviso. Un vecchio amico di ritorno dall’ultima Marcia della Pace Perugia-Assisi, mi confidò un senso di arrendevolezza, di stanchezza – e non alludeva certo a quei 25 chilometri fatti a piedi – che lui avvertiva dinanzi a un mondo distratto, quasi annoiato da discorsi (perché tali restano) che chiedono pace. Quelle tante persone in cammino – un tempo segno vivido di denuncia, di giudizio verso la storia – gli erano improvvisamente apparse come una diaspora di ideali. Un piccolo resto di popolo che, a sera, ripiegando le bandiere arcobaleno, chinava anche la testa all’impotenza e allo sconforto. Eppure, anche ora mentre scrivo, sento la radio riferire di teatri di guerra, di vicende che non sono ‘fatti loro’ e indipendenti dal resto del mondo, di situazioni le cui responsabilità sono planetarie. Sarebbe, perciò, ovvio pensare ad un impegno universale affinché alla competizione potesse subentrare la solidarietà, la giustizia dell’uomo per l’uomo. Misurandosi in questo tipo di sforzo, toglieremmo alla pace la melassa di un generico e inconcludente volersi bene, per comprendere che essa si compie, piuttosto, attraverso ‘necessarie’ conflittualità. Ovvero con il confronto – oggi, una necessità storica – che è cosa diversa dall’inimicizia. Confronto come fatto costruttivo, punto di partenza e di tappe per intraprendere cammini nuovi. Per giungere a conclusioni e sintesi sempre diverse. Per realizzare veri progetti di comunicazione umana. Il filosofo Ivan Illich definiva “società conviviale”, quella in cui si fosse capaci di vivere i rapporti umani all’insegna della comunione, nel rispetto delle diversità, nel non-possesso dell’altro. Quando accadesse tutto questo, significherebbe sottoscrivere davvero un trattato di pace. Non una volta per tutte – sia inteso – perché ogni giorno pone conflitti da risolvere prima che degenerino in guerra.

03/06/13

Post-it finale - Proprio come una terza pagina

Letto, approvato e sottoscritto. Con questa formula notarile con cui si consegnano alla polvere degli archivi chissà quali resoconti, potrei suggellare anche queste pagine. Ma, forse, una noticina dell’autore è richiesta. Non tanto per ‘spiegare’ alcunché, semmai per ‘giustificare’. Innanzitutto. Era poi così necessario affidare a un libro la serie di editorialini che hanno – come primo limite – la corrività e la breve misura imposti da un foglio di giornale? Altri per me (bontà e fatica loro) hanno deciso che poteva valerne la pena. Tantomeno – mi è stato detto – per testimoniare il ‘filo di un discorso’ che da cinque anni, di domenica in domenica e grazie alla redazione di sienalibri, si va sviluppando sul Corriere di Siena in uno spazio che parla di libri o di ciò che ai libri è comunque legato, cioè dell’esistenza umana. Da qui la seconda giustificazione. Ovvero il perché, in tali scritti, si faccia continuamente richiamo alla letteratura, fino a certi eccessi (?) di citazionismo che, credetemi, non sono sfoggio dell’editorialista, ma sua ammirazione (in alcuni casi, vero e proprio culto) verso gli autori menzionati alla bisogna. C’è insomma un insistito ricorso ai libri, perché di questi sono invaghito e perché credo che lì siano racchiusi conoscenza, pensieri, emozioni, memoria e parole dell’universo mondo. Le chiavi di lettura per comprendere la vita. Attorno alla pagina di sienalibri si è così creato anche un pubblico di lettori con i quali esiste uno scambio – sovente esplicito, talvolta indiretto – di idee, di emozioni, di interessi condivisi. È la piccola community del ‘giornale della domenica’ (ecco la ragione del titolo dato al libro). Un’esperienza, dunque, simpatica e quasi riconducibile a una dimensione amicale, che spero riscatti pure la modestia di questi svelti articoli il cui scopo è quello di offrire (condividere) qualche spunto, suggerire, ricordare. Alla maniera di un post-it lasciato su uno specchio di casa in cui riflettono cose, persone, affetti della nostra quotidianità. Esauriti gli argomenti della ‘discolpa’, non ho che da formulare un auspicio: che persino la pochezza di questo libricino trovi sponda nella ragione e nel sentimento di chi, per ventura, l’abbia sfogliato. Magari, costei/costui, saprebbe riscriverlo in maniera assai migliore.

27/05/13

Qualcosa di innato - A proposito di toscanità

E’ morto Carlo Monni, l’indimenticabile Bozzone nel film di Benigni Berlinguer ti voglio bene (“bravo Bozzone, tu mi pari Kennedy”), il poeta in bicicletta che recitava versi sulla “strana razza”. La scomparsa dell’attore toscano – capace, anche nella vita, di esprimersi da grezzo e da poeta sublime – ha fatto dire come in lui si riassumessero i caratteri di una toscanità ormai in via di estinzione. Argomento, questo, da maneggiare sempre con cura, poiché sappiamo bene a quali degenerazioni possa condurre un malinteso senso di appartenenza. Ma è pur vero che esistono certi tratti distintivi di un popolo, frutto di storia, civiltà, cultura, ambiente. Nel caso dei toscani è opinione diffusa come non abbia mai fatto loro difetto la consapevolezza di sé. Un discusso scrittore quale fu Curzio Malaparte – ondivago nelle idee politiche, compiaciuto in una prosa che ostenta risentimento e ruvidezza – racchiuse la sua apologia della toscanità nel libro Maledetti toscani, concludendo che costoro non sono né migliori né peggiori degli altri italiani, ma semplicemente diversi, ed è di questa diversità ed unicità che vanno fieri. A detta di Malaparte, tutti dicono male, e a ragione, dei toscani per la loro schiettezza, “perché non si pentono delle loro cattive azioni per non doversi pentire anche di quelle buone”, e perché – sostiene ancora il caustico Curzio – “rappresentano la cattiva coscienza d’Italia”. Un giudizio molto lucido sulle tesi malapartiane (e sui motivi per cui esse possano ancora oggi affascinare) lo troviamo in uno scritto di Emilio Cecchi, che definì Maledetti toscani “… un carosello nel quale molte indiscutibili verità si alternano a spericolati paradossi; e da motivi di schietto sentimento poetico si passa, quasi senza transizione, a chiassate rumorose e un po’ grevi, come episodi d’un giovedì grasso”. D’altra parte perdura un’idea di toscanità (e un suo sincero sentimento popolare) che si è alimentata, nel tempo, con le pagine manierate e bozzettistiche di Renato Fucini, lo ‘strapaese’ di Mino Maccari, il populismo di Vasco Pratolini, il minimalismo ‘subliminale’ di Carlo Cassola. Proprio su questi temi ricordo una conversazione con Mario Luzi. Passeggiavamo sul lungarno fiorentino di Bellariva e il Poeta, con la pacatezza d’eloquio e la profondità di pensiero che lo contraddistinguevano, badava a dire come la toscanità (alludeva a quella di Soffici, Papini, Cecchi, Campana) fosse “un dato ovvio e innato”, “un concetto e una elettiva assunzione di valori”; lungi, però, da ogni forma di boria e ostentazione. Anzi, nella visione luziana, dire Toscana significava sobrietà, elementarità, concretezza, “qualcosa di spoglio e di arioso”. Guai quando tale ‘categoria’ fosse stata adoperata per escludere, circoscrivere un mondo di memorie, difendere “ceneri ormai fredde” o “delizie vernacolari”. Nulla, dunque, da celebrare. Ma valori cui attingere per continui ricominciamenti. Suggeriva Luzi che si è tanto più toscani quanto meno si toscaneggia. Altrimenti si è toscanucci e non è una bella razza.

20/05/13

Volare alto - Dove osano le idee

Il Salone del Libro di Torino 2013 si è dato il motto “Dove osano le idee”. L’allusione è al celebre film (1969) di Brian G. Hutton “Dove osano le aquile”, tratto dall’omonimo romanzo dello scozzese Alistair MacLean. Sullo schermo Richard Burton e Clint Eastwood sono protagonisti di una avventurosa storia di guerra tra le cime delle Alpi bavaresi, lassù dove, appunto, volano alte aquile e temerari aviatori. A voler sottilizzare, il nesso tra guerra e idee potrebbe essere anche discutibile, poiché ogni genere di guerra risulta essere, in verità, l’espressione più evidente (e più drammatica) della mancanza di idee. Ma ai promotori del Salone del Libro premeva evocare quali sommità ed imprese siano raggiungibili con la fantasia, la creatività, il pensiero. Da ciò quello slogan che annuncia il Salone, accompagnato dal disegno di un aeroplanino di carta che punta dritto verso lune, stelle e pianeti. Cioè verso l’inesplorato, l’ignoto, l’infinito, che solo la forza della fantasia e il miracolo delle idee possono raggiungere. A Torino, infatti, il tema portante è la “Creatività e cultura del progetto”, per le quali occorrono – è vero – motivazioni e audacia al pari di chi sfidi i cieli. L’appuntamento torinese, dunque, invita a volare alto. Offre momenti di riflessione in una fase della vita sociale purtroppo priva di qualsiasi progettualità e in cui una pseudo-creatività viene coniugata nelle sue più infime sottospecie: furbizia, arte dell’arrangiarsi, filosofia spicciola del minimo-sforzo-massimo-rendimento. Oggi nessuno sembrerebbe possedere delle idee. La politica vi ha rinunciato da tempo (costituiscono addirittura un impiccio all’esercizio del potere), l’imprenditoria non ha mezzi per sostenerle e concretizzarle in cose, la cultura continua a produrle ma con lo stesso triste destino delle arance di Sicilia, lasciate marcire ai piedi degli alberi. Nel desolante Paese dei senzaidee, allo stadio si alzano i buuu verso un connazionale di pelle nera; Pompei crolla, tanto quella è roba riservata a pochi appassionati di colonne; il governo della nazione è, nei fatti, tenuto sotto scatto da una giovane prostituta e dal suo “utilizzatore finale”. Ciò nonostante, e in questo stesso Paese, ricercatori mal pagati impegnano giornate a studiare e sperimentare per far sì che non si debba più vedere un bambino martoriato dalla chemio, stilisti e designer proseguono ad elevati livelli la tradizione del made in Italy, accademie d’arte e conservatorî musicali pullulano di talenti, giovani laureati vorrebbero mettere a disposizione della comunità i loro saperi. Manca, però, una “cultura del progetto” che trasformi la creatività in risorsa, progresso, utilità. Il matematico Henri Poincaré ebbe a dire che “Creatività è unire elementi esistenti con connessioni nuove, che siano utili”. Ottima sintesi. Ai creativi è chiesto questo: congiungere il disordine all’ordine, il paradosso al metodo, l’estetica all’etica, il già noto all’inconosciuto, il disutile all’utilità. Perciò le idee debbono osare.

13/05/13

Cercasi Umanisti per il futuro

Cultura è ciò che resta quando si è dimenticato tutto. Così parlò il saggio che, con aforistica sottigliezza, voleva dirci come la cultura sia qualcosa di più della nozione. Ovvero capacità di ragionare le conoscenze fino al punto di potersele anche scordare. Un’idea del conoscere che già nel XVIII secolo ispirò l’Encyclopédie di Diderot-D’Alembert. Monumentale opera che non fu soltanto repertorio di informazioni, ma soprattutto ‘ragionamento’, ‘connessione’ delle diverse notizie in materia di scienze, di arti e di mestieri. Un compendio del sapere divenuto, così, visione e interpretazione del mondo. Tale è, infatti, la cultura. Formarsi delle idee, dare una ragione (o una non-ragione) alle cose, imparare il più possibile per rendersi consapevoli della propria ignoranza, dei limiti (della relatività) che ciascun universo culturale esprime e, quindi, della necessità di rendere plurale ogni cultura. Concetti, questi, che dovrebbero sottostare ai programmi scolastici di ogni ordine e grado. Anche in quei corsi di studio che si è soliti definire ‘tecnici’ o ‘scientifici’. Un informatico, un ingegnere, un chimico, un esperto di finanza, persino uno chef, non hanno bisogno soltanto di informazioni settoriali. Occorre dar loro un approccio mentale, una visione, una capacità di saper ‘navigare’ attraverso saperi e culture (altra cosa, ovviamente, dallo scomposto pagaiare nel mare magnum del web). Potrebbe sembrare un paradosso, ma, a ben riflettere, la formazione umanistica risulta essere, oggi, quella più attuale rispetto alle sfide e ai cambiamenti in atto. Soprattutto per capire le ragioni profonde di una crisi. Poiché studiare filosofia, fare traduzioni dal latino e greco, leggere i classici, concordare il nostro presente con l’antico, dota di una intellettualità ed emotività che pongono nella migliore condizione per comprendere il mondo. Esiste una conoscenza psichica, etica, sociale dell’uomo che potremmo definire a priori e di cui la ‘classicità’ rende edotti, fino a educare ad una compassione verso l’esperienza umana. Una mentalità siffatta ci fa recettori e trasmettitori di messaggi – pur critici – ma costruttivi. Mette insieme ragione e sentimenti. Insegna a discernere il giusto dall’ingiusto, il morale dall’immorale, il bello dal brutto, la libertà dalla schiavitù. Fornisce un bagaglio di conoscenze utili a ricordare che ciascun oggi ha avuto un prima e un dopo. Di quali fatiche, passioni, drammi, aspirazioni sia cosparsa la storia. E quali interrogativi, riflessioni abbiano accompagnato il formarsi del pensiero dell’uomo. Si racconta di un luminare della medicina che sul tavolo del suo studio tenesse solo cinque libri Iliade e Odissea (in greco, senza traduzione a fronte) e le Tre critiche di Immanuel Kant (colui che congiunse Illuminismo e Romanticismo). L’insigne medico era noto per le brillanti diagnosi, per la capacità ad elaborare dati scientifici che altri andavano raccogliendo, per la sua umanità. Forse quei cinque libri avevano qualcosa a che fare con tutto ciò.

06/05/13

Racconti bonsai - Manrico e la bionda

Gli abitanti più anziani di Casegrandi ancora lo ricordano quel ragazzo di quartiere che degli anni Cinquanta era stato emblema e mito. Già il nome gliene dava investitura: Manrico. Con il personaggio verdiano del Trovatore condivideva una misconosciuta progenie (in tal caso da parte di padre) e poco più. Perché il suo impeto di ventenne non manifestava nulla di guerresco, ma solo la simpatia di un carattere che sarebbe stato limitante definire estroverso. Contribuiva al bilancio di famiglia con commerci ovviamente illeciti. Sigarette, accendini americani, cravatte, calze da donna e merce varia, a seconda di quel che gli fornivano i suoi ‘grossisti’ di fiducia. Ma a fare di lui un idolo era la Vespa, che gli era necessaria non tanto per gli spostamenti, quanto per potersi muovere nel traffico di una vita che dopo la guerra aveva ripreso rapidamente a sperare. E allora avanti brum brum porca miseria (perché la miseria era davvero porca), verso qualcosa che già lasciava intuire benessere. Se non altro per permettersi il lusso che anche ai poveri è concesso: quello di sognare. La Vespa di Manrico rappresentava un po’ questo, per tutti coloro che la sbirciavano parcheggiata dentro l’androne dove al consueto afrore d’umido e cavolo si era aggiunto ora l’effluvio gomma e benzina della modernità. Vespa 125 del 1951, proprio quella su cui Gregory Peck, in “Vacanze romane”, aveva scorazzato per le strade di Roma la principessa Anna. Ragazzi – disse Manrico, quando la portò tornando da una delle sue misteriose trasferte – guardate che roba, due fili flessibili al cambio, l’ammortizzatore idraulico aggiunto alla sospensione anteriore…, chi vuole venire a farci un giro? Quasi tutti, a turno, intesero provare che effetto facesse attraversare la noia veloci veloci. E tornavano che parevano stati all’esposizione universale di Parigi. Le sorprese per la compagine dei perdigiorno non finirono comunque lì. Giunse infatti una sera in cui il motore della 125 già in lontananza sembrò più garrulo del solito. Quando la Vespa apparve in fondo alla strada, dietro ai riccioli neri del centauro si scorse svolazzare qualcosa di biondo (biondo platino). Avvinghiata a lui c’era una donna, amazzone un po’ sovrappeso e d’età. Anch’essa comparsa dal nulla come la merce che Manrico riusciva a procacciarsi. La tardona fu onorata di timidi saluti e, a seguire, di circostanziati commenti. Originaria del Nord Italia, nient’altro trapelò mai del suo curriculum vitae, così che la gente dovette inventarselo. Da allora le partenze in Vespa furono quasi sempre a due. Ulteriore motivo d’invidia per gli stanziali spettatori che della coppia aspettavano il ritorno fantasticando amplessi al riparo di pagliai e indagando sui loro volti il sorriso delle appagate libidini. Manrico e la bionda salirono in Vespa anche il giorno in cui decisero di andare a far fortuna altrove. Pionieri, a loro modo, della nuova frontiera, girarono il cavallo di lamiera verso Ovest. Il vento tra i capelli, lo sguardo dritto in direzione del possibile.

29/04/13

Ricordi digitali Vite a misura di gigabyte

C’erano una volta le scatole dei ricordi. Già cofanetti di biscotti e chicche, ex alcove a vini di pregio o più spartani cartoni da scarpe, così riconvertiti a custodie di memorie. In nessuna casa mancavano questi scrigni cui erano state consegnate sparse citazioni di vita: fotografie, lettere, la medaglia similoro conquistata alle mini-olimpiadi, immaginette di prime comunioni, biondi boccoli recisi. Il reliquario, salvo rare ostensioni per giubilei famigliari, stava riposto nel cantuccio di armadi o cassetti, laddove una bolla di naftalina e spigo garantiva la dovuta privacy. Conservare un siffatto archivio rientrava nella manutenzione ordinaria degli affetti. Magari poteva sorgere qualche dubbio di catalogazione in caso di traslochi (solitamente finiva nello scatolone delle ‘varie’). Mentre di maggiore impegno era decidere la destinazione dei reperti, quando il suo conservatore si fosse irrevocabilmente dimesso per raggiunti limiti d’età. Tali tangibili depositi, oggi sono stati pressoché sostituiti da imprendibili contenitori le cui misure vengono calcolate in gigabyte. E’ a queste memorie esatte (e a prova d’amnesia) che affidiamo le proprie biografie e tutto ciò che ne fa corredo. Immagini, parole, suoni. I nostri ricordi e quanto di noi può lasciare ricordo. Al punto che è sorto il problema dell’eredità digitale. Se, cioè, dopo il nostro trapasso, vogliamo che i molteplici dati online, accumulati in vita, restino ‘per sempre’; ed eventualmente a disposizione di chi. Guadagnandoci, in tal modo, un’eternità nella cosiddetta ‘nuvola’ informatica (evocazione anch’essa di celestiali aldilà). Ma in tema di memorie digitali le questioni aperte vanno ben oltre le vite dei singoli. Preoccupa soprattutto quanto in esse si intenda conservare del patrimonio mnemonico dell’umanità. Poiché i supporti su cui si va archiviando di tutto, hanno al momento vita troppo precaria rispetto alle ambizioni di durevolezza. Basti pensare che negli Stati Uniti sono andati perduti tutti i dati del censimento 1960/1980. Anche i più ferventi discepoli dell’informatica sono consapevoli di certi rischi. E quasi irrisi nel sapere che, in Mesopotamia, le tavolette d’argilla che riportano il poema epico Gilgamesh hanno tremila anni o che il volume di carta più antico rinvenuto in una caverna della Cina risale all’868 dopo Cristo. E comunque. Fatta pur salva la conservazione digitale della memoria, resterebbe il dilemma sulla ‘qualità intellettuale’ della sua fruizione e trasmissione. Nel senso che l’apprendimento delle conoscenze attraverso la Rete, a giudizio di alcuni risulterebbe superficiale proprio in ragione del mezzo adoperato. Ecco, allora, riaprirsi anche la querelle tra la futile ‘divagazione’ cui indurrebbe la pagina elettronica e la fruttuosa ‘concentrazione’ assicurata, invece, dalla carta stampata. Insomma, a seconda del mezzo utilizzato, sembrerebbe come esistere un problema di ‘vestibilità’ (e valore) dei saperi, lo stesso che c’è tra il prêt-à-porter e l’abito di sartoria. A noi trovare la giusta misura.

22/04/13

Dire tutto - Poeti interlocutori della storia

La poesia – lo sanno i suoi artefici e fruitori – abita la zona più estrema del linguaggio. In quella zona franca dove si riesce finalmente a dire anche l’indicibile, il non-ancora-detto. O, più semplicemente, a pronunciare il già-detto, però con l’afflato della novità. E’ là che si trovano le parole ‘giuste’ per renderci consapevoli che quanto accade nella nostra vita è molto più di ciò che solitamente riusciamo a dire. Ma questo trovarsi ‘al confine’ non significa – come vuole opinione comune – che la poesia sia fuori dalla realtà. Anzi, costituisce l’attrezzo per scandagliare il profondo (e lo sprofondo) dell’esperienza umana; per rivelarne contraddizioni, tremori, il peggio e il sublime. Di conseguenza il poeta sarà il ‘pubblico ufficiale’ che di sua mano verga il salvacondotto (il guidaticum) con cui ci sia possibile attraversare quella regione, ovvero percorrere la nostra porzione d’esistenza (individuale e storica) e poter giungere a dire (giustappunto con le parole di un poeta) “confesso che ho vissuto”. Da qui nasce anche la dimensione sociale e civile della poesia, il suo impegno a dire tutto, a farsi carico della parola anche per conto terzi. Allorché e laddove le voci di alcuni siano soffocate, condannate all’afasia. In proposito viene da ricordare la testimonianza di Anna Achmatova negli anni della Russia staliniana, quando, a prefazione del suo straziante Requiem, racconta dei diciassette mesi trascorsi a fare la coda fuori dalle carceri di Leningrado per poter vedere suo figlio detenuto politico. “Una donna dalle labbra bluastre che stava dietro di me, si ridestò dal torpore e mi domandò all’orecchio (lì tutti parlavano sussurrando): – Ma lei può descrivere questo? E io dissi: – Posso. Allora una specie di sorriso scivolò per quello che una volta era stato il suo volto”. Tuttavia il poeta – ancorché racconti i fatti – non ha compiti di storico né di cronista. E’ piuttosto un interprete. Non di meno un interlocutore che chiede ascolto, esige risposte, giudica, talvolta condanna. E lo fa in nome di ciò che potremmo definire un’etica dell’universalismo. Soprattutto nelle difficili contingenze, nei momenti in cui – per dirla con Bertolt Brecht – si vivono tempi cupi. Se non altro per lasciare memoria, “a coloro che verranno”, degli orrori ed errori già compiuti, così che “Voi che sarete emersi dai gorghi / dove fummo travolti / pensate / quando parlate delle nostre debolezze / anche ai tempi bui / cui voi siete scampati”. La voce dei poeti si alza, dunque, a criticare, correggere, re-iscrivere gli avvenimenti. Si misura con la storia e pondera la storia stessa. Per tali ragioni possono ascoltarsi parole accorate e consapevoli come quelle di Pier Paolo Pasolini: “… Ma io, con il cuore cosciente // di chi soltanto nella storia ha vita, / potrò mai più con pura passione operare / se so che la nostra storia è finita?”. Ed è ancora la poesia a rivelare ciò che di noi – del segmento di tempo che ci è dato vivere – sia da sempre iscritto nel ‘sentimento del mondo’.

15/04/13

Per un buon raccolto. Terra madre o matrigna?

Terra, fatica, passato, nostalgia, crisi, forse futuro. La poesia e la maledizione, il profitto e la gratuità, il podere e il mondo, il piccolo e il globale, l’economia per l’uomo e l’uomo per l’economia. Questo il repertorio che, tutto insieme, mi affollò i pensieri lo scorso ferragosto mentre stavo attraversando la campagna umbra. Nei campi i fuochi delle stoppie, i falò dell’Assunta, il rendimento di grazie alla munificenza degli dèi. Gli odori devastavano la notte e la felicità d’esistere delle cose. C’era nell’aria qualcosa di maestosamente perfetto. Dopo il raccolto, la spoglia distesa dei campi testimoniava un lavoro umano grandioso, commovente. Ma il flusso dei sentimenti ha talvolta difficoltà a disancorarsi dalla concretezza dei giorni. Allora quel paesaggio che vantava l’aggettivo di ‘agricolo’, andò anche a popolarsi di persone, problemi, numeri. In Italia, delle 845.000 imprese, giustappunto agricole, 50.000 avevano cessato l’attività, un 30 per cento si dibatteva in grosse sofferenze finanziarie. Altre grandi cifre sgranavano un rosario di misteri dolorosi. Ad ogni numero una ragione, un sospiro: calo del potere d’acquisto delle famiglie, riduzione dei consumi, supermercati, frodi e agro-pirateria, produrre a costo 40 ed essere pagati 30, mutui implacabili e soldi che purtroppo non si zappano. Mi chiedevo, e replico ora l’interrogativo: già finito il nuovo tempo (aveva fatto seguito all’esodo dalle campagne di metà Novecento) in cui di agricoltura si poteva vivere? Ciò era stato possibile grazie a una mentalità imprenditoriale, alla tecnologia, all’alternarsi di generazioni, a un mutamento antropologico, culturale dei suoi protagonisti. E quindi: quale altro capitolo sta per scriversi, oggi, della lunga storia dell’agricoltura? Che è in definitiva la storia dell’uomo e della sua sussistenza, la condicio sine qua non…, perché gli umani, alimentando il corpo, possano permettersi pure il lusso dello spirito. Ma non solo. Agricoltura significa un rapporto speciale con la natura, il paesaggio, il tempo (quello delle stagioni, della storia, dell’esistere). Trentacinque anni fa (1978) aveva fatto discutere molto il film di Ermanno Olmi, L’albero degli zoccoli – una rappresentazione troppo idealizzata, si disse – che narrava la vita di fine Ottocento in una cascina della Bassa bergamasca. La miseria e la dignità di quei contadini, il lavoro, la pietas, il fato, la rassegnazione. Diverso racconto dal sanguigno Novecento di Bernardo Bertolucci (1976), che del mondo contadino – in tal caso quello emiliano – aveva esaltato soprattutto il ruolo politico svolto nel riscatto del proletariato dallo sfruttamento padronale. Storia che fu. Memoria, lotte, poi progresso e innovazione. Valori antichi e fresche capacità che dovranno pur reinscriversi in questo nostro mondo dove, da un emisfero all’altro, 800 milioni di persone soffrono la fame, 2 miliardi la malnutrizione, oltre 5 milioni di tonnellate di cibo viene annualmente sprecato. Inevitabile il quesito: terra madre o malvagia matrigna?

08/04/13

Cultura e profitto, quali ricavi producono i saperi

C’è un pregiudizio duro a morire: che l’universo concreto del lavoro e dell’impresa, poco abbia a che fare con quello astratto della cultura. Quando va bene – e di questi tempi sempre meno – l’impresa è l’elemosiniere (oggi nobilitato dalla qualifica di sponsor) che finanzia iniziative culturali. Ma, al di là di questo baratto (intelletto e creatività in cambio di lustro pubblicitario) i due mondi restano separati, reciprocamente sospettosi. In Italia, però, c’è stato un personaggio, che con intelligenza e slancio utopico, aveva intuito come la cultura – portatrice di conoscenze, sensibilità, visioni del mondo – potesse essere intrinseca all’industria. Costui fu Adriano Olivetti. Un imprenditore capace e lungimirante, che, nell’aprile del 1955, durante un discorso ai lavoratori, pone la domanda: “Può l’industria darsi dei fini? Si trovano questi semplicemente nell’indice dei profitti? Non vi è al di là del ritmo apparente qualcosa di più affascinante, una destinazione, una vocazione anche nella vita di una fabbrica?”. E si badi bene. Questo sognatore, che aveva ereditato la fabbrica alla morte del padre, nel giro di poco più di un decennio (1946-1958) porta l’azienda a risultati strepitosi. A base di un parametro 100, i prodotti venduti all’estero balzano a 1.787, il fatturato interno a 600, l’occupazione a 258, i salari reali medi a 386 punti. Olivetti diviene una multinazionale con diciannove consociate estere, cinque stabilimenti in Italia, altrettanti all’estero. Nel 1959, agli azionisti riuniti in assemblea, l’ingegner Adriano spiega loro che non bisogna farsi trovare impreparati quando, in un futuro ormai prossimo, “la tecnica elettronica potrà avere notevoli ripercussioni sul metodo di fabbricazione di prodotti attualmente realizzati in via meccanica”. Un industriale, dunque, pragmatico e attento al profitto, che a un certo punto sorprende tutti. Amplia l’organico dell’azienda con ‘strane’ professionalità. Assume intellettuali e scrittori che rispondono ai nomi di Franco Fortini, Giovanni Giudici, Paolo Volponi, Renzo Zorzi, i sociologi Luciano Gallino e Franco Ferrarotti, il designer Ettore Sottsass. Intende perseguire, così, una sintesi creativa tra cultura tecnico-scientifica e cultura umanistica. Da qui nasce l’esperienza di “Comunità”, un movimento che vede uniti ideali socialisti e liberali, allo scopo di rinnovare la cultura economica, sociale e politica del Paese. Un programma politico basato su un mix di federalismo, autonomie locali e democrazia diretta. Mi è tornata in mente la testimonianza di Adriano Olivetti, leggendo un libro (in Italia pubblicato recentemente da Il Mulino) della filosofa americana Martha Nussbaum. Si intitola Non per profitto e sostiene come le discipline umanistiche siano indispensabili per la democrazia e per la crescita economica. Perché la diffusione di una cultura che educhi a pensare, giudicare, discernere, apprezzare il bello, non è alternativa al profitto. Anzi, sulla lunga misura lo realizza. Perciò l’economia deve necessariamente investire in cultura.

25/03/13

Forma e sostanza. Sull’arte dello scrivere

Quando, lo scorso novembre, Philip Roth, il più grande e prolifico narratore contemporaneo, annunciò le dimissioni irrevocabili da scrittore di romanzi, la notizia rimbalzò ben oltre gli àmbiti delle cronache letterarie. Chi ancora non l’aveva fatto, si affrettò a cercare in libreria il suo ultimo romanzo, Nemesi, nella consapevolezza (e curiosità), di leggere, appunto, il capitolo finale di un lungo cursus letterario. E così, per l’ultima volta, godersi quel modo di narrare, sempre in perfetto equilibrio tra il flusso della vicenda che si va raccontando e il pensiero, l’introspezione. Roba da farne un manuale nelle scuole di scrittura (ammesso che possa esistere una didattica votata all’insegnamento del saper scrivere). Si veda, ad esempio, come Roth sia insuperabile maestro del racconto autobiografico, con la creazione di sorprendenti alter-ego (pensiamo alla figura di Nathan Zuckerman, che appare in diverse opere) o personaggi chiamati addirittura Philip Roth, ma che non sono lui. Altrettanto geniali appaiono le modalità con cui lo scrittore sa stare contemporaneamente “dentro” e “fuori” i fatti narrati. O come la storia, il dramma, la voce di un singolo, assuma, pagina dopo pagina, la coralità del “noi”. Anche a proposito delle ragioni dello scrivere, quelle di Roth possono essere illuminanti: la narrativa non è chiamata a dare risposte ma a porre domande. Ciò che spinge a raccontare – sostiene l’autore di Pastorale americana – è il desiderio di fare esperienza, il chiedersi “e se?, e se... succede questo o quello, cosa può accadere?”. Da questa domanda scaturisce la scrittura, la prova – in verità “frustrante” – di cercare le parole e le frasi giuste. Se pur esercizio non immune da patimenti, è comunque il minor male, perché, sempre a detta del maestro, “i periodi peggiori di infelicità, depressione, ansia sono stati quando non scrivevo”. Del resto la sofferenza è condizione normale per chi faccia quel mestiere, non c’è bisogno di andarla a cercare, “puoi star tranquillo che sarà lei a trovarti”. Ecco un bel punto di vista a disposizione di scrittori, critici, lettori, che, in questi ultimi tempi, si chiedono, peraltro, se il romanzo non sia morto, e con lui defunta la critica, fors’anche l’intera letteratura. Quanto, invece, al modo di scrivere e di raccogliere l’ispirazione, è stato interessante leggere (Repubblica del 30 gennaio 2013) un testo di Mercè Rodoreta – figura di primo piano della letteratura catalana del Novecento – che muoveva dalla constatazione di come un romanzo nasca dall’imponderabile alchimia di intuizioni, riserve di memoria, “agonie e risurrezioni dell’anima”. Un romanzo – concludeva la Rodoreta – “è uno specchio che l’autore porta a spasso lungo la strada”; e questo specchio, ancorché infranto, “riflette la vita”. Tale è dunque lo scrittore, un portatore di specchi che passa a riverberare storie. Ma anche un prestatore di pensieri, sentimenti, visioni, pezzi di mondo. E può capitare, talvolta, che quanto prestato non gli ritorni mai indietro.

18/03/13

Una storia di dolore. La tragedia mineraria di Ribolla

Tra gli appunti destinati a un libro sulla Maremma ho ritrovato la trascrizione del racconto di uno dei fatti più drammatici accaduti lo scorso secolo in quella terra. La tragedia della miniera di Ribolla, avvenuta il 4 maggio 1954. Ne ascoltai la testimonianza, alcuni decenni fa, da un anziano – Sestilio era il suo nome – originario del paesino maremmano, ma da tempo trasferitosi a Follonica. Tutte le sere, al tramonto, faceva una passeggiata sulla spiaggia. Era il suo modo per ritrovare i pensieri, per “mentovare” i morti, a cui, fin dall’epoca degli etruschi, piaceva che lo sciabordio del mar Tirreno potesse ninnare il loro sonno. Nei ricordi abbrunati di Sestilio vivevano anche “i morti di Ribolla”, quando un’esplosione di grisù nella miniera di lignite provocò la morte di 43 persone, quasi l’intera “gita della mattina”. Una tragedia “che nemmeno la guerra c’aveva riservato … ma tanto si sapeva che prima o poi sarebbe successa”. Niente misure di sicurezza, gallerie male ventilate, fiamme che si accendevano per autocombustione. Così “accadette” il peggio. Erano le 8,40 di una giornata primaverile. L’aria, che tratteneva ancora i suoni festosi del 1 maggio, si gonfiò improvvisamente di un boato. Per un momento, nelle case, i gesti della quotidianità parvero anchilosarsi, gli oggetti posati nel tremore del presentimento. Poi un gran correre verso la miniera, e subito le voci raggiunsero il registro alto della disperazione. Impossibili i primi soccorsi, mancavano le maschere antigas, i cunicoli erano inagibili. Solo verso le cinque del pomeriggio furono portati in superficie i primi morti. Corpi anch’essi fatti carbone. Sembianze devastate, irriconoscibili. A Ribolla c’era un “cinemino”, alla sua costruzione avevano contribuito gli stessi minatori devolvendo la paga di una giornata di lavoro. Quella specie di ‘Nuovo Cinema Paradiso’ abbassò le luci per trasformarsi in camera ardente. Là dentro anche una giovane donna, incinta al terzo mese, piangeva la perdita del suo sposo. Si torceva le mani sul ventre, annientata dal fatto che fosse toccato proprio a lei dover incarnare la lacerante contraddizione che spesso assimila vita e morte. Il giorno dei funerali, a presidiare il dolore (o, piuttosto, una temuta sommossa) giunsero centinaia di celerini. Alle esequie parteciparono personaggi quali Pajetta e Di Vittorio. Ma soprattutto migliaia di persone giunte da ogni parte. “Lo strascichio dei piedi della gente faceva paura, sembrava la marcia d’una rivoluzione”. Prevalse, però, la pena che rende stracchi il cuore, le gambe, la rabbia. Persino le preghiere risultarono inappropriate alla circostanza (le forze degli inferi avevano prevalso sulla celeste misericordia). Nel riorganizzare, oggi, il racconto fattomi da Sestilio, rivedo il suo profilo scolpito contro il tramonto, come un vecchio aedo che mandi a memoria storie di un’epica dolorosa. Lo rivedo col bastone tracciare segni sulla battigia, forse un’epigrafe, perché – mi disse – “morire di lavoro non è cosa…, se lo figura uno che per campare deve morire?”.

11/03/13

Democrazia comunque. Dall’antica agorà alla banda larga

Quanti, in occasione delle recenti elezioni politiche, abbiano eroicamente varcato la porta di un seggio (il 25 per cento degli italiani non ha trovato né cuore né ragione di farlo), si saranno resi conto come in quelle stanze, più di ogni altra volta, incombesse la desolazione. Giustamente ostinati a esercitare un diritto/dovere, i cittadini elettori non avevano mani sufficienti a turarsi naso, occhi, orecchie, altri orifizi. Bieca (per alcuni, ‘sinistra’) era anche la luce che, nella cabina, male illuminava l’angusto spazio di democrazia rappresentativa. Un tempo là dentro potevi portare persino Dio (lui di croci se ne intendeva); oggi, invece, te lo fanno depositare insieme al telefonino, e tu sei nello stabbiolo, solo con le tue incacchiature. Pensi, magari, ai figli, ai nipoti, al domani inesorabilmente ingurgitato dall’oggi, il quale oggi sopravvive solo grazie al fiato risparmiato ieri. Se hai le idee chiare, sai a chi non vuoi dare il voto, ma non certo su chi marcare la tua fiducia. Alla fine tracci un segno, con la stessa sufficienza con cui un’infermiera, prima della notte, potrebbe deporti sul comodino la pasticchina-placebo. Dinanzi a un siffatto sconforto viene in mente un romanzo ormai vecchio di cinquant’anni: La giornata di uno scrutatore di Italo Calvino, sofferta riflessione sull’impegno politico, sulla complessità dei cambiamenti di un’epoca, sulla vita e i sentimenti delle persone. E’ambientato durante le elezioni del 1953 (anche allora era in vigore un “porcellum” chiamato più esplicitamente “legge truffa”). Il protagonista è Amerigo Ormea, scrutatore presso un seggio un po’ particolare, quello allestito al Cottolengo di Torino. Per non lasciarsi prendere dallo squallore dell’ambiente, Amerigo si concentra sullo squallore degli arnesi elettorali (matite, cartelli, le schede piegate come telegrammi), convincendosi che “la democrazia si presentava ai cittadini sotto queste spoglie dimesse, grigie, disadorne”, per essere, al di là di orpelli e fasti esteriori, “lezione d’una morale onesta e austera”. Ma lo scrutatore di Calvino rifletteva pure su una democrazia che, per quanto giovanissima, già era minacciata da “l’ombra grigia dello Stato burocratico”, dalla “vecchia separazione tra amministratori e amministrati”. Mutatis mutandis, c’è un qualcosa del presente che ci accumuna alle consapevolezze e ai tormenti del calviniano Amerigo. Democrazia è, infatti, divenuta parola vuota, rosicata dal tarlo del potere. Non manca, tuttavia, chi ci rassicura ricordando lo sbuffo di sigaro entro cui Winston Churchill racchiuse la sua definizione di democrazia: peggiore forma di governo ad eccezione di tutte le altre forme sperimentate di volta in volta. E, soprattutto, sono in diversi a confidare nella grande ‘adattabilità’ della democrazia, che, dall’agorà dell’antica Grecia, giunge oggi a recriminare i propri diritti sulla concitata piazza della banda larga. Quest’ultima è la novità del momento. Un grumo di istanze, rabbia, utopia. La cosa è indubbiamente seria…, quando non fa sorridere.

04/03/13

L’inverno della Repubblica. Ecco il populismo senza il popolo

La Seconda Repubblica è stata tumulata sotto il gelo dell’inverno, inconsueta stagione per celebrare riti elettorali. Come accade in simili circostanze, il commiato ha risuonato di luoghi comuni. E’ il modo con cui i sopravvissuti si danno conferma di essere tali. Parole, appunto: a tentare di definire ciò che per molti risulta ancora incomprensibile. Del resto, nella storia, capita sempre così. La consapevolezza dei cambiamenti avviene quando essi sono, da tempo, reali e se ne stanno già preparando altri. Figuriamoci, poi, quando a prendere coscienza delle trasformazioni dovrebbe essere una politica totalmente incarognita nell’autoreferenzialità e, quindi, alienata rispetto a quanto succede nella vita vera delle persone. Pertanto abbiamo appreso che gli sconfitti delle recenti elezioni risultano quanti non hanno saputo parlare “alla pancia della gente”, perché è quello il ricettacolo (antropologia e fisiologia divengono interdisciplinari) in cui convivono viscere, risentimenti, egoismi. Si sappia, dunque, che la maggioranza degli italiani soffre di irritazione al colon. Patologia che qualcuno aveva preteso di curare con tristi diete (il professor Monti era un luminare in materia). Ma quanti soffrono di siffatti disturbi hanno imparato a conviverci, salvo, periodicamente, consultare il medico-clown di fiducia. Ecco, allora, che a voler continuare questo gioco che procede per contiguità di luoghi comuni, giungiamo alla parola più adoperata negli ultimi giorni: “populismo”. Qui le discipline chiamate in causa sarebbero, per ovvie ragioni, quelle delle scienze politiche e letterarie. Sono esse, infatti, che fino adesso ci hanno spiegato tale fenomeno storico, che nasce da una idealizzazione del popolo, portatore di valori positivi e integri, in contrapposizione alla classe egemone che, invece, si distingue per negatività e corruzione. E’ il popolo che assurge a ‘modello’ di giustizia universale, come avvenne in Russia tra il 1850 e il 1880 (là nacque il “populismo”). Persino Mussolini, in uno dei suoi farneticanti discorsi, disse che era giunto il momento di “andare verso il popolo”. E vale la pena ricordare quanto, in Italia, un’idea mitizzata e romantica di popolo avesse infervorato prima il Risorgimento, dopo la Resistenza e i primi anni della ripristinata democrazia. Il populismo, quindi, è stato declinato in vario modo: reazionario, nazionalista, borghese, liberale, progressista. Sarebbe interessante andare a rileggersi i romanzi di Elio Vittorini, laddove è il popolo che maggiormente soffre nel mondo e che quindi va liberato. E, ancora, Pavese, Moravia, Pasolini. Proprio Pavese, nel saggio Il comunismo e gli intellettuali, asseriva che “Verso il popolo ci vanno i fascisti. O i signori. […] Non si va ‘verso il popolo’. Si è popolo”. Piacerebbe porre quelle pagine (indubbiamente anacronistiche) in sinossi con il nostro tempo post-ideologico. Riaprirle sugli scenari squinternati dell’oggi dove un populismo senza popolo cresce tra disperazione e l’ultima chiamata per la speranza.

25/02/13

Correttezza in campo. Che non vinca il peggiore

In attesa che Stefano Benni aggiorni il suo Bar Sport al nuovo secolo (sono trascorsi quasi 40 anni dall’uscita del libro divenuto un classico dell’umorismo) a tutti è dato vedere come quel luogo, un po’ reale un po’ metaforico (finanche metafisico) resista ancora. L’arrendevole squallore delle luci a neon di un tempo, luccica oggi di lampade a led, ma il Bar Sport è vivo e lotta insieme a noi. Interagisce con la piazza virtuale e con le strade (quasi sempre senza sfondo) sulle quali le parole degli uomini fanno jogging: tenace, inconcludente, necessario. Forse la sintesi del binomio sport/società sta proprio lì, persa tra i vapori della macchina da caffè che quotidianamente irrora i prati incommensurabili dell’ovvietà. Ecco, allora, le chiacchiere assurgere esse stesse a pratica sportiva. Hanno le loro olimpiadi, i primatisti, gli sponsor, le sostanze dopanti, i bilanci in rosso, gli allenatori, i gironi di andata e ritorno, gli immancabili ultras. Lo sport della vita – quello sì di massa – trova allora il verso di svolgere il proprio campionato. E anche in tal caso a vincerlo sono sempre i soliti. Per ridare all’universo sportivo una sua ‘ragionevolezza’ converrebbe davvero indire convegni nei bar. Aiuterebbe, se non altro, a liberarlo da quella schizofrenia che lo sdoppia tra retorica, intenti pedagogici, finalità sociali, e una prassi che, ai diversi livelli organizzativi e agonistici, va puntualmente a smentire certi conclamati valori. I problemi in materia sono complessi e talvolta contradditorî. Non è infatti facile gestire, insieme, business, strutture tecniche, risultati agonistici, propositi educativi, coltivazione di talenti, e tutte le dinamiche umane che vi sono connesse. Ciò che avvilisce è, però, assistere a un esercizio dello sport che potremmo definire ‘disperante’: nelle nevrosi, nelle frequenti slealtà e disonestà di chi lo pratica (o lo promuove), nella dissennata (alienante) baraonda di alcuni supporters, nei costi (e non nei benefici) sociali che ne derivano. Scrisse Jean Cocteau che lo sport era da considerarsi uno specchio della vita psicologica del Novecento. A suo modo continua ad esserlo, per come intersechi diversi aspetti dell’esistenza delle persone. Una testimonianza in tal senso ce la offre anche la letteratura che, in forme diverse, ha saputo narrare quell’universo. Già in questa pagina domenicale abbiamo avuto occasione di parlarne, ma merita, appunto, ricordare che proprio l’esperienza letteraria ha spesso descritto i caratteri, i risvolti psicologici, l’epica, i sentimenti derivanti dallo sport. Sarebbe dunque auspicabile che questa rappresentazione artistica potesse continuare a prodursi, quale riprova che il mondo cui essa si ispira è sempre in grado di suscitare pathos, emozioni, gesta eroiche di vittorie e di sconfitte. A detta di Muhammad Ali i campioni non si fanno in palestra, ma con qualcosa che essi hanno nel loro profondo: un desiderio, un sogno, una visione. Ecco di quale sport vorremmo ascoltare tuttora il racconto. Che, dunque, non vinca il peggiore.

18/02/13

Se Pietro abdica. Crisi della Chiesa ma non solo

Nella scultorea bellezza della lingua latina, quella frase ha indubbiamente scalfito le pietre che a fatica vanno fondando il nuovo millennio. “Conscientia mea iterum explorata … ad cognitionem certam perveni vires meas ingravescente aetate non iam aptas esse ad munus Petrinum aeque administrandum”. A pronunciarla era il papa che, dinanzi alla sua coscienza e a Dio, stava giustappunto rassegnando le dimissioni perché la vecchiaia non gli avrebbe consentito l’energia richiesta dal gravoso ministero. E’ così che il tradizionalista Benedetto XVI ha compiuto il gesto più rivoluzionario che un papa potesse compiere e che ciascuno di noi, sulla scorta delle proprie sensibilità, cultura, credenze, ha provato a spiegarsi. Sorprendente, innanzitutto, come all’ineccepibile curriculum ecclesiastico di Joseph Ratzinger debba ora ascriversi una scelta tanto ‘anti-istituzionale’ e che risulta addirittura profetica. Contiene, infatti, il messaggio che il servizio petrino non è un primato di onore e di giurisdizione, ma un primato pastorale. Se ciò viene meno, decade anche la ragion d’essere della chiesa. Da questo punto di vista papa Ratzinger ha dato una lezione che vale un’enciclica, soprattutto in un momento nel quale la chiesa gerarchica è persa in faide curiali, intrallazzi finanziari, terribili scandali. Il cuore di Benedetto XVI (per quanto aiutato da un peacemaker) non regge più lo scempio. Ma si ha anche l’impressione che in quel sofferto scandaglio di una “conscientia iterum explorata”, il papa (la sua intelligenza, capacità intellettuale, fede) abbia rilevato, non di meno, l’abissale distanza che separa il mondo dal cristianesimo e, quindi, l’inadeguatezza della stessa chiesa dinanzi a un siffatto problema. Esiste ormai un’umanità che non può dirsi nemmeno anti-religiosa, ma – culturalmente – post-religiosa. E’ da qualche decennio che l’annuncio del Vangelo non può contare sulla coesione ideologica, politica, culturale e spirituale di un mondo che, comunque, era solo una parte di mondo, quello occidentale. Dinanzi alla crisi della modernità, la chiesa non riesce a trovare le modalità del suo annuncio. Si è inesorabilmente consumata la dissociazione tra cristianesimo e una antropologia che sul cristianesimo era stata plasmata. La vecchiaia e la fragilità di Joseph Ratzinger porta con sé questa consapevolezza e il patimento che ne deriva. E’ la crisi della chiesa, ma, per certi aspetti, pure dell’intero Occidente; di un’epoca, anch’essa invecchiata, che oggi va a rifugiarsi nel cuore affaticato di un ottantaseienne uomo di Dio: fermo nella fede, affranto nel vederla negata dai suoi stessi ministri. Quando egli deporrà le vesti pontificali, quel gesto starà a significare che il “primato di Pietro” non è a servizio della religione, ma della fede. La chiesa non vive in funzione di se stessa e della propria potenza. E’ provvisoria, fragile, persino attraversata dal dubbio. Non è un’istituzione, ma un ‘evento’ che continuamente accade tra la storia e una dimensione ‘altra’.

11/02/13

Onda su onda. Il medium che educa alla lontananza

Tra gli strumenti che hanno contribuito alla mia educazione sentimentale devo senz’altro ascrivere la radio. E’ stato il mezzo che mi ha formato al senso della ‘lontananza’. Cioè alla percezione di quello spazio della mente, dell’immaginazione, dell’intimo sentire, che rende prossime le cose remote, colmandone la distanza con pensieri, fantasie, emozioni. Mi rivedo ragazzino girare la manopola delle sintonie, finché, come da una gorgoglio di mari, da una Babele di sintagmi e di gente, sarebbero emersi chiaramente suoni, voci, racconti. Anche la notizia più rassicurante acquistava pathos, allertava il cuore. Fu in queste fascinose escursioni che ascoltai per la prima volta l’allegretto della Pastorale eseguita dai filarmonici di Berlino: la banalità di un arpeggio trasformarsi in sublime invenzione. Di quello stesso genio, “diventato sordo e scontroso” – mi aveva raccontato la mamma – era anche la sigla con cui, in tempo di guerra, si aprivano le trasmissioni di Radio Londra, ascoltata clandestinamente nella penombra dei coprifuoco e delle tende tirate. Notiziari la cui voce aveva la ferma pacatezza della speranza, contrapposta all’enfasi della propaganda fascista. I bollettini del mitico colonnello Harold Stevens venivano giustappunto annunciati (tam-tam-tam-tam) con l’inizio della Quinta di Beethoven. Perché quelle prime note così scandite, se decodificate con l’alfabeto Morse, trascrivevano la “V” di “Victory”. Per me che, fortunatamente, la guerra l’avrei vista, dopo, soltanto al cinema, ancora più avvincente fu sapere dei messaggi criptati che per mezzo di Radio Londra gli alleati trasmettevano alle unità della resistenza italiana. Non nego che tali suggestioni – l’idea di clandestinità, la trasgressione, l’andare-contro per una causa giusta – mi sarebbero tornate in mente negli anni Sessanta-Settanta con il proliferare di quelle che furono chiamate “radio pirata”, poi divenute “radio libere”, ora “private”. Era il tempo in cui Eugenio Finardi cantava: “Amo la radio perché arriva dalla gente / entra nelle case e ci parla direttamente / se una radio è libera, ma libera veramente / piace ancor di più perché libera la mente”. Erano gli anni in cui un ragazzo siciliano, Peppino Impastato, attraverso gli artigianali microfoni di Radio Aut, intendeva combattere la mafia. Perciò fu assassinato. Qualche decennio fa si disse anche che la radiofonia sarebbe stata fagocitata da televisione, web e da come questi due strumenti andassero interagendo. Ma la radio ha resistito ricollocandosi nel contesto massmediale, ed oggi vanta grandi ascolti. Probabilmente in virtù di quanto ebbe a evidenziare un signore che di queste cose se ne intendeva, Marshall McLuhan, il quale sosteneva che: “La radio … è una subliminale stanza degli echi che ha il potere magico di toccare corde remote e dimenticate”. Ma non solo. A differenza della televisione, che illuminando il reale allo stesso tempo ce lo sottrae, la radio restituisce la lontananza necessaria alla nostra immaginazione, la notte che fa ingrandire i pensieri.

04/02/13

Cecità. Avere insieme i libri e la notte

Sono belle a vedersi le parole che sulla pagina bianca compongono architetture di discorsi; e i discorsi che formano conoscenze, e le conoscenze pensieri, e i pensieri sentimenti, che, così scritti, parlano tutte le lingue del mondo. A negare questa esperienza della lettura può essere solo il buio o il pianto, due condizioni in cui le parole ci sono, ma risultano negate all’evidenza. Come se, inibito lo sguardo, anche la parola decadesse. Qualcosa di analogo a quanto Diderot confidava alla sua amata nella Lettera sui ciechi per quelli che ci vedono: “Scrivo senza vedere. E’ la prima volta che scrivo nelle tenebre … senza sapere se formo dei caratteri. Dove nulla ci sarà, leggi che ti amo”. Purtroppo, chi – fuori ogni metafora – si trovi nella condizione di cecità, ha accessi molto limitati alla parola scritta. Qualcosa gli è possibile utilizzando sistemi tattili o, più recentemente, grazie all’informatica. Quando osserviamo una persona che legge attraverso il Braille si ha davvero la sensazione di quanto quelle parole trovino quasi una nuova e fabbrile creazione, uno svelamento: lo scrittore ha faticato (sovente sofferto) a sceglierle, costruirle, saggiarne il suono; ed ora chi le decodifica a fior di pelle, sembra esercitare un impegno pari a quello dell’autore. Il cieco conquista in tal modo la parola scritta; altre volte semplicemente ascoltandola. Ma qualunque sia il mezzo dell’appropriazione, egli subito la interiorizza senza disperderla in confusioni di sguardi, come invece può accadere ai vedenti. Forse proprio per queste ragioni mito e letteratura hanno trovato nella cecità il corrispettivo alla visione interiore, alla divinazione, alla veggenza. Basti pensare a quel san Tommaso i cui occhi di lince non avevano, però, svelato alcunché a cuore ed anima. Non manca, certo, letteratura sull’argomento. Dal D’Annunzio di Notturno al Saramago di Cecità, passando per Wells (Il paese dei ciechi), Dürrenmat (Il cieco), Pinter (La stanza), Hull (Il dono oscuro). Così come, a suo modo, è in tema il Joyce dell’Ulisse e di Gente di Dublino. Ma forse lo scrittore che maggiormente ha illuminato con le parole il buio della cecità è Borges. Il testo più toccante del poeta argentino coincide con la sua nomina (era il 1955) a direttore della Biblioteca Nazionale di Buenos Aires, 900.000 volumi che lui, pressoché cieco, non avrebbe mai potuto vedere. Scrisse allora: “Nessuno riduca a lacrima o rimprovero / questa dichiarazione della maestria di / Dio, che con magnifica ironia / mi diede insieme i libri e la notte”. Indubbiamente uno strano destino quello che aveva consegnato una città di libri a “occhi privi di luce, che soltanto / possono leggere nelle biblioteche dei sogni / gli insensati paragrafi che cedono / le albe al loro affanno”. E pensare – dice ancora Borges – che “mi figuravo il Paradiso / sotto la specie d’una biblioteca”. Ebbene, piacerebbe pensare che un simile aldilà potesse davvero esistere, in modo che tutti, proprio tutti, avessero da leggere l’intera biblioteca del visibile e dell’invisibile.

28/01/13

Sulla punta della lingua. Mi si è glocalizzato l’italiano

Allarme rientrato. Secondo i dati Istat più recenti non è vero che in Italia i dialetti siano in estinzione. Magari subiscono processi di italianizzazione, ma, a loro modo, perdurano – eccome – nella quotidianità delle famiglie e della vita sociale. E così vanno pure affrancandosi da quello status che li relegava a lingua ‘altra’ e di basso ceto. Poiché alternare dialetto a italiano è ormai un vezzo interclassista, ironico, cine-televisivo, persino scic; non di meno un esibito richiamo ad origini e affetti. Ecco, allora, il consolidarsi di una lingua italiana grosso modo ‘regionalizzata’, che di anno in anno, come testimoniano gli aggiornamenti dei dizionari, fornisce parole alla lingua ‘ufficiale’. Del resto – fanno notare gli studiosi – l’italiano altro non che un dialetto (il fiorentino) che si è potuto permettere di andare all’università grazie alle risorse del babbo (in tal caso i padri sono stati tre, e si chiamavano Dante, Petrarca, Boccaccio). In ragione di ciò, i toscani hanno potuto alimentare, nel tempo, una sorta di boria linguistica, ma non la gelosa ‘alterità’ racchiusa dentro un dialetto. Al punto da dover ripiegare – per guadagnarsi una lingua propria – in un vernacolo fatto di parole tronche, elisioni, insistiti pronomi, ghiotti bocconi di consonanti. Per cui, anche quando il popolo abbia inteso esprimersi con una ‘sua’ letteratura (stiamo parlando di poesia e canzone popolare) altro non ha potuto fare che ‘il verso’ a forme e linguaggi colti. Una contaminazione, però che ha visto anche l’inverso indirizzo, allorché alla cultura alta è piaciuto assai attingere ad espressioni e modi popolari. Basti pensare agli esuberi di lingua garfagnina nei Poemetti di Giovanni Pascoli o alla compiaciute raccolte di canti popolari toscani redatte da Niccolò Tommaseo, Giuseppe Tigri, Giovanni Giannini, che trascrivevano – magari con qualche abbellimento di troppo – quanto andavano ascoltando per bocca di popolo. A voler dimostrare come tra la gente tosca anche gli ignoranti non potessero essere ignoranti. Ma per tornare a considerazioni generali sulla letteratura dialettale, resta indiscutibile il fatto che poche grandi culture, al pari di quella italiana, hanno una lingua visceralmente legata ai dialetti. Tanto che risulta impossibile, in una storia della letteratura italiana, prescindere da autori quali Ruzante, Porta, Belli, Pascarella, Di Giacomo, Marin, Loi; i versi in friulano di Pasolini e quelli in trevigiano di Zanzotto. Fino alla lingua ‘inventata’ da Andrea Camilleri, frutto di una miscidazione, giocosa ma coltissima, tra italiano e siculo, che è, poi, il processo di contaminazione di cui parlavamo all’inizio e che caratterizza la sopravvivenza dei dialetti attraverso una glocalizzazione della lingua patria. Ecco, perché i dialetti, sono parte vitale della cultura letteraria italiana, inteso che – come scriveva Carlo Porta – le parole di una lingua sono “ hin ona tavolozza de color, / che ponn fà el quader brutt, e el ponn fà bell / segond la maestria del pittor”.

21/01/13

Bravi, anzi bravissimi. Lasciate che i talenti vengano a noi

L’anno scorso ManpowerGroup promosse una campagna a sostegno del Talento. Come dire: cercasi disperatamente persone con una marcia in più. Perché, a fronte della persistente crisi economica, ci troviamo dentro una realtà bloccata, priva di ricambio, che avrebbe bisogno di riforme, ma, non meno, di soggetti talentuosi. Ovvero energie intellettuali e creative tali da imprimere accelerazione allo sviluppo della società. Nel manifesto di sostegno alla campagna si leggeva, tra l’altro, che, se non viene consentito al talento (al potere della sua diversità e al valore della sua condivisione) di esprimersi, non può generarsi l’efficienza del sistema-Paese e la sua crescita. Tutto questo trova sintesi nel termine ‘meritocrazia’; che di per sé è cosa buona e giusta, almeno fino a quando – se perseguita con fanatismo – non rimuova princìpi di eguaglianza e di democrazia. Dunque, ben venga il merito: per un’alternanza della classe dirigente, per una mobilità tra classi sociali, per ridefinire valori etici, politici, culturali. Dinanzi a questa esigenza, vediamo, però, che lo scoramento, l’impotenza, la rassegnazione delle nuove generazioni, ha reso loro come invisibili, afasiche, prive di manifeste ambizioni. Al di là dei casi singoli che sappiamo esistere (giovani fortemente motivati, con brillanti curricula, notevoli capacità), ciò che li mostra e rappresenta nelle proprie aspirazioni (purtroppo esiste solo quanto ha visibilità) sembrano essere solo i talent show. Intendiamoci, ambizioni più che legittime quelle legate a espressioni artistiche. Basti pensare che l’Università Cattolica ha addirittura istituito “La Fabbrica del Talento”, un progetto nato allo scopo di coniugare la formazione con l’arte, attraverso l’uso e l’integrazioni dei linguaggi espressivi. Del resto l’arte aiuta e stimola la creatività in tutti i settori della vita sociale. Il problema nasce, piuttosto, nel momento in cui il desiderio di realizzare se stessi, mettere a frutto i propri talenti, va a degenerare nella “sindrome del successo”, scorciatoia – quasi sempre cosparsa di crudeli frustrazioni – per raggiungere soldi e notorietà. Insomma, le ambizioni sono necessarie per noi stessi e per gli altri, sono ragione di senso delle nostre esistenze. Tuttavia ci sono anche quelle che per Alberto Moravia erano “sbagliate”. A voler riflettere sui meccanismi psicologici del successo a ogni costo, esiste una terna di romanzi davvero illuminanti. Oltre al libro moraviano appena citato, ricordiamo Il rosso e il nero di Stendhal e il meno noto La preda di Irene Nemirovsky. Proprio in quest’ultimo, il protagonista, gran predatore all’inseguimento del successo, si accorge a un certo punto di essere divenuto lui la preda. Giungerà così alla conclusione che “Il successo, quando è lontano, ha la bellezza del sogno, ma non appena si trasferisce su un piano di realtà appare sordido e meschino”. A questo proposito potrebbe soccorrerci anche l’etimologia del verbo ambire: andare attorno. Ma a fare che?