17/12/12

Racconto di Natale. Lo zio Eugenio che regalava libri

Da quando era morto lo zio Eugenio il Natale in casa nostra aveva perso un notevole tocco di eccentricità. A parte le circostanze straordinarie di matrimoni e funerali, la ricorrenza natalizia costituiva l’unica occasione in cui egli si concedeva ai parenti. Alle 20,20 giungeva puntualissimo per la cena della vigilia a casa della nonna. Ancora sul pianerottolo, con artefatta bonomia ripeteva: bon Noel… joyeux Noel (i francesismi erano una sua fissa); percorreva il corridoio perfettamente sincrono con gli scricchiolii del parquet, sbottonava il casentino arancio come un vescovo sgancia il piviale e andava dritto all’albero a deporre i suoi pacchetti verso i quali noi ragazzi mostravamo fin da subito un rassegnato disinteresse. Perché zio Eugenio regalava a tutti soltanto libri. Con i libri – diceva – tu non doni un oggetto, ma un mondo intero. Aveva inoltre teorizzato che soprattutto certi classici della letteratura andassero letti a rotazione ogni dieci anni, poiché il tempo e la vita delle persone avrebbero aggiunto a quelle pagine nuovi significati, nuove rivelazioni. Ecco, dunque, i suoi libri-regalo dentro incarti, al pari di lui, squadrati e simmetrici. Perfette geometrie a sorreggere i deformi fagotti di maglioni, guanti, attrezzi da bricolage, cesti di roba mangereccia. Ma la cosa non finiva lì. Appena seduti a tavola, zio Eugenio, nel preciso momento in cui posava sul piatto il primo crostino, avvertiva: “questo Natale abbiamo tra noi ospiti illustri”. L’allusione era ai personaggi dei libri ancora da scartare. Un gioco a indovinello per esibire la sua cultura letteraria, della quale poco interessava ai convitati comprensibilmente concentrati sul traffico e relativo parcheggio dei vassoi. L’anno che a me aveva regalato Guerra e pace chiese alla nonna se potevano essere aggiunte due sedie per Pierre Bezukhov e Natasa Rostova, ma nessuno dei presenti prese in considerazione la coppia venuta dal freddo. Andò diversamente la volta che l’ospite era Ferdinand Bardamu, ovvero quando mio fratello, poco più che adolescente, fu il destinatario di Viaggio al termine della notte di Céline. Nostra madre, che aveva il suo rispettabile background di letture, non gradì affatto che un libro così “cinico e nichilista” finisse nelle mani di un ragazzo nemmeno maggiorenne. E il signor Bardamu, ma soprattutto chi l’aveva invitato, rischiò quasi di essere messo alla porta. Nessuno aveva capito che attraverso quel gioco zio Eugenio intendeva condividere qualcosa di sé. Lui era tutti i personaggi che gli piaceva evocare. Ci fu chiaro al primo ritrovo natalizio che lo vide definitivamente assente. Allorché la nonna, che aveva regalato ai più piccoli il dickensiano Canto di Natale, mise in tavola il primo vassoio di antipasti annunciando con malcelata commozione: “stasera è nostro ospite Ebenezer Scrooge, colui che ha dimostrato come in fondo al cuore degli uomini sia riposta sempre e comunque la buona volontà”. Apparve evidente che il vero ospite di quel Natale fosse lo zio Eugenio. Tutti ci stringemmo per fargli posto.

10/12/12

A proposito di denaro. Chi crede ancora alla Volpe e al Gatto

“Pecunia non olet”, si diceva nell’antica Roma. Se il denaro non aveva odore a quei tempi, figuriamoci oggi che i soldi sono sempre più intangibili, sganciati dalla realtà. Tanto che basta un clic per spostare capitali da una parte all’altra del mondo. Soldi, dunque, sempre più virtuali e sempre meno virtuosi, non finalizzati all’economia ma alla speculazione. Moneta che non tintinna, ma che nella sua silenziosa impalpabilità si fa padrona del mondo, compra vite, è la mediatrice (il simbolo) che stabilisce chi e che cosa valga. Coloro che avessero letto il romanzo Resistere non serve a niente di Walter Siti (Rizzoli, 2012) avranno trovato la rappresentazione lucida e feroce di questa distorsione su scala globale, alimentata da un pullulare di maestranze: broker-pirati, mafiosi con la cravatta, banchieri con il maglione, politici corrotti, giovani finanzieri tutti nervi e scienza. Incredibile (ma anche no) il personaggio Tommaso, ex ciccione ed ex matematico prodigio, ora prestigiatore in Borsa, completamente schizofrenico tra certi residuati di bontà e il cinismo necessario per frequentare un universo in cui il denaro (e il possederlo) comanda e deforma l’esistenza. E’ la contemporaneità, asserirà qualcuno. Però a ben pensarci il problema nasce almeno un paio di secoli fa, se addirittura un poeta come Leopardi si accorse che il mondo stava guadagnando in progresso a discapito della civiltà, “quasi che gli uomini, discordando in tutte le altre opinioni, non convergano che nella stima della moneta: o quasi che i denari in sostanza sieno l’uomo: e non altro che i danari […]. Analisi lucidissima, quella del sor Giacomo, fino a concludere che se l’uomo viene identificato con il denaro si arriverà a ciò che altri avrebbero poi chiamato la prevalenza dell’avere sull’essere (ormai uno slogan, inflazionato anch’esso), ovvero la mercificazione dell’uomo disposto a vendersi in corpo ed anima. E, sempre sul tema, quale incredibile attualità ha il Faust di Goethe – opera che notoriamente racchiude un giudizio morale sulla ‘modernità’ – allorché Mefistofele consiglia Faust, a sua volta consigliere dell’imperatore, su come fronteggiare la crisi economica del regno. Ecco la mefistofelica ricetta: sostituire la moneta d’oro con quella di carta, così che quando sulle terre del regno si fosse trovato l’oro (oro che al momento era solo immaginario) quella carta avrebbe luccicato di chissà quale valore e nell’illusione di tale prospettiva il popolo se ne sarebbe stato calmo nel pantano di una devastante inflazione. Per tornare ai giorni nostri. Viene da chiedersi quale demonio si sia impossessato del globo, ammorbando con lo zolfo degli affari facili quell’economia reale che per lo meno puzzava di sudore umano. E’ forse arrivata l’ora di rovesciare il tavolo, a cui, peraltro, siedono giocatori che non rischiano soldi loro. O vogliamo credere alla volpe e al gatto: “E pensare che, invece di quattro monete, potrebbero diventare domani mille e duemila! Perché non dài retta al mio consiglio? Perché non vai a seminarle nel Campo dei miracoli?”.

02/12/12

Parole e fatti. Sinistra vuol dire che...

Qualcuno ne fa una questione grammaticale: sinistra è un sostantivo o un aggettivo? A giudicare dal fervore che riscontriamo in questi giorni di elezioni primarie, potrebbe essere anche un verbo. Nel senso dell’agire, del movimentare, del mantenere vivi pensieri e coscienze. Indubbiamente una bella testimonianza, quella che si ricava dagli oltre 3 milioni di cittadini che hanno partecipato alle primarie del centrosinistra. Persone non arrese dinanzi al disimpegno, allo spettacolo indecente delle (s)partitocrazie, alla rabbia che monta quando i destini comuni appaiano tanto ingiusti quanto irrevocabili. Donne e uomini attrezzati idealmente e culturalmente per fronteggiare un frangente storico contraddittorio, inedito, di cui, talvolta, mancano anche i giusti strumenti di analisi. Evaporate le ideologie, anestetizzate le spinte riformiste, frastornati dai processi di individualizzazione e della globalizzazione, dovrà pur esserci una visione di sinistra della società, un discrimine che – come diceva Norberto Bobbio – nel segno dell’uguaglianza tracci la linea di distinzione dalla destra. Ovvero uguaglianza di opportunità tra individui, gruppi, sessi, popoli, generazioni. A meno che non si intenda cedere alle logiche aggressive di economia, finanza, impresa, mercato, come se questi fossero una sorta di ‘legge naturale’ in nome della quale smantellare welfare, istruzione, diritti sociali, poiché ritenuti non valori ma costi. Le aggregazioni politiche che si richiamino ad una idea di sinistra non possono dunque prescindere dall’affermazione di tali principi, dal pronunciare certe parole, dal denunciare le subdole prepotenze dei poteri (che a volte alla stessa sinistra fanno l’occhiolino). Dovrà pur esserci una presenza critica e riconoscibile all’interno di una società indotta alla frammentazione, all’illegalità, a confondere democrazia con populismo; una cultura e un agire che controbilancino – pur con le inevitabili mediazioni – l’arroganza dell’economia sui diritti, la dittatura del mercato sugli Stati, lo svilimento del pubblico a beneficio del privato. Perché fa davvero paura la teorizzazione di un egoismo secondo cui sarebbe normale avere pochi ricchi e molti poveri. Illuminante, a questo proposito, è quanto sostiene Gianni Vattimo, laddove evidenzia che una distinzione tra destra e sinistra si connota «nell’opposizione tra chi prende le differenze (di ricchezza, di salute, di forza, di capacità) come differenze ‘naturali’, e parte di lì per costruire un progetto di sviluppo, proprio utilizzandole ed esasperandole; e chi invece vuole garantire una competizione non truccata, correggendo le differenze di ‘natura’». Per quanto complesse siano le sfide del tempo presente, la sinistra ha ancora una sua ragione d’essere nell’affermare una cultura contro l’atomizzazione di individui e di interessi contrapposti, per una società formata giustappunto da ‘soci’: che non è un bisticcio di parole, ma una concezione solidale del vivere, una visione del mondo. Di sinistra?

19/11/12

Raccontare i luoghi. Se la veduta diventa “visione”

Quando Charles Dickens, verso la metà dell’Ottocento, attraversò le Crete senesi, rimase negativamente colpito da quei luoghi “desolati e selvaggi” che tanto assomigliavano allo “squallore e alla solitudine delle brughiere scozzesi”. Una trentina d’anni prima, in un freddo inverno del 1817, vi era transitato Stendhal e pure lui registrò sul suo taccuino di viaggio la veduta di un “seguito di collinette vulcaniche, coperte di vigne e di bassi olivi” per concludere che mai aveva trovato “niente di più brutto”. Sarebbe, dunque, dovuto passare del tempo e nascere una diversa idea di paesaggio prima che la penna poetica di Mario Luzi (e di altri scrittori) parlasse di quelle stesse lande come di un paesaggio dell’anima. Una terra che, diceva giustappunto Luzi, “eccita ed alimenta la condizione enigmatica dell’uomo; la rappresenta e l’asseconda”. Perché – sempre secondo il poeta – ciascuno di noi “ha dentro sé perplessità dense di mistero che qui trovano un luogo”. Ciò per significare che la veduta di un paesaggio, e soprattutto la sua intima percezione, può cambiare nel tempo. Al pari dell’azione dell’uomo – il quale della terra modifica orografie, colori, vita – anche la cultura, i parametri estetici che essa produce, intervengono a ‘modificare’ un territorio; che, pertanto, non è definibile una volta su tutte, poiché sottoposto a descrizioni mutanti, a stratificazioni di racconti, a un suo continuo divenire. Forse tutto cominciò con il Romanticismo, con il Grand Tour, il cosiddetto viaggio di formazione, allorché al manuale di viaggio semplicemente descrittivo si aggiungerà la proiezione psicologica di stati d’animo e di riflessioni che scaturivano dalla seduzione dei luoghi. Nascerà così il "viaggiatore sentimentale", titolo del libro del britannico Laurence Sterne pubblicato nel 1768 e reso celebre in Italia dalla versione di Ugo Foscolo edita nel 1813. E con un siffatto viaggiatore, ecco generarsi lo scambio fra sentimento e scena paesaggistica. Dalla “vista” di un paesaggio si passa alla sua “visione”. Esso non trova soltanto la descrizione estetica, ma anche estatica. Viene fondata la categoria del “pittoresco”, la degustazione estetizzante, consolatoria e nostalgica di un luogo, il suo racconto emotivo. Non basta più la geografia a dire come “è” un determinato posto, si vuole conoscere quello che “sembra”. A ben pensarci, ancora oggi – pur con il modo frettoloso e consumistico delle nostre escursioni – questa predisposizione sentimentale verso i luoghi perdura. La letteratura ha dato il suo notevole contributo nel creare mito e retorica di certe località e di interi territori. La citazione letteraria (che deborda sovente nelle guide turistiche, nei documentari, nei materiali promozionali, nei resoconti di viaggio) ne perpetua le suggestioni. Gli stessi residenti hanno la consapevolezza estetica ed emozionale del “dove” vivono, alimentano a loro modo la narrazione mitologica del luogo. Insomma: quel paesaggio ha un “senso” e dà senso a chi lo attraversa, a chi lo abita.

12/11/12

Racconti bonsai. Storia di un libro perso e ritrovato

“Incredibile – pensò Giulia – tu guarda dove era andato a infilarsi quel libro comprato anni fa e nemmeno sfogliato. Proprio lì, dietro l’armadio, così prossimo ma nell’oblio”. Lo aveva acquistato che frequentava ancora il liceo, ad una di quelle Fiere del Libro a cui vanno intere scolaresche. Nitido era il ricordo della circostanza. Una giornata di pioggia novembrina, gli ombrellini e gli zaini bagnati, i maschi che zompavano sulle pozzanghere perché chissenefregasepiove. L’incontro con l’autore dentro la tendostruttura, una grande bolla di caldo-umido e di odor di scuola. C’era chi sbadigliava, chi pomiciava, i più zelanti (i soliti) prendevano appunti. Il Vestri, che si alzava alle sei per prendere il treno, dormiva quieto in mezzo a un’epidemia di risolini. Fu parlato dei ‘valori che contano’. Seguirono le domande dei ragazzi, troppo impegnative per non risultare banali, mentre l’insegnante di lettere – make up delle grandi occasioni e sciarpone d’ordinanza – guidava l’assemblea con piglio e devozione da diaconessa. Troppo facile, ora, sbrigliare la nostalgia, magari con il rischio di farsi male. Eccessiva era ormai la distanza da quegli anni, non in termini temporali, quanto piuttosto per le cose successe e, ancor di più, per la consapevolezza che maturando si acquisisce verso ciò che accade. Giulia aprì il libro, un romanzo. Ne compulsò qualche pagina. Però…, bella scrittura, essenziale, prosciugata al punto giusto, con guizzi di grande intensità. Intuì il racconto di una vicenda tormentata. Si mise comoda sul letto e prese a leggerlo dall’inizio. Pagina dopo pagina, niente di inutile sosteneva la trama. Il protagonista chiedeva di continuo la complicità del lettore, la sua compassione, una sponda da coscienza a coscienza. Impossibile negargliele, tanto erano vere le ragioni (non di meno le contraddizioni) ora sussurrate ora conclamate. Che grande libro si stava rivelando! Erano trascorse ore, fuori era già buio, dalle case vicine la romba dei Tg attestava la disperazione del mondo, un tintinnio di stoviglie lasciava immaginare cene svogliate. Giulia tirò di lunga nella lettura, anche perché si era ormai accorta di essere lei la protagonista della storia. Finalmente qualcuno che gliela raccontava giusta, chiara, senza pregiudizi. Ecco Giulia mostrata a se stessa. Provò, allora, come la percezione fisica di questo svelamento. La sensazione sottopelle di come i sentimenti universali avessero trovato in lei modo di abitarvi: con dolore, dolcezza, prepotenza, amore, tenerezza. Giunta al termine aspettò a chiudere il libro, nel caso che qualcosa fosse rimasto ancora da dire… Avvertiva sotto le dita i caratteri a rilievo del titolo che inequivocabilmente sbalzavano la scritta “Storia di Giulia”. Finché la sua mano spinse la copertina a sigillare un’intima contentezza. Quella che si prova quando conosciamo se stessi e noi nella più vasta conoscenza della vita. Inspiegabili restarono le modalità secondo cui il romanzo fosse scivolato dietro l’armadio. Risultò invece evidente cosa si possa perdere per ogni libro non letto.

05/11/12

Sentimenti universali. Quando muore un artista

E’ morto Hans Werner Henze, a detta di molti il più grande compositore del nostro tempo, il maggiore Maestro contemporaneo d’opera, della parola musicata. Di lui, fin dalle prime composizioni, aveva sempre meravigliato la capacità di dominare tutti gli stili musicali, passando dal ‘serialismo’ schöenberghiano al ‘pastiche’ neoclassico, dal jazz al contrappunto tradizionale, come dimostra la sua prima opera Boulevard Solitude (1952). Un compositore eclettico, senza pregiudizi, amante della contaminazione dei linguaggi. Sorprendenti erano il suo immaginario musicale e quel virtuosismo tecnico che riuscivano a produrre intense emozioni. Henze credeva inoltre alla musica che testimonia valori umani. Non a caso le sue più fervide creazioni appaiono quelle dove la musica entra in simbiosi con il testo, per dire qualcosa di importante, per pronunciarsi in termini etici, morali. Vengono in mente opere quali El cimarrón (1969-1970) tratto dal diario di uno schiavo cubano o le “azioni per musica” We come to the River (“Andiamo al fiume”, 1976) ispirate alla guerra del Vietnam. O ancora le musiche per il film Il caso Katharina Blum (1975) di Margarithe von Trotta, atto d’accusa nei confronti di un certo giornalismo senza scrupoli e del clima di caccia alle streghe scatenatosi in Germania alla metà degli anni Settanta. Paola Isotta, sul Corriere della Sera, ha affermato che la morte di Henze rappresenta, per certi aspetti, la morte della Musica stessa. Senza dubbio è stato il compositore che ha significativamente contribuito a cambiare la musica del Novecento, a spalancarla su molteplici prospettive. E’ insomma scomparso un sommo artista e – così accade sempre in tali casi – si avverte ora una sensazione di impoverimento. Bene disse Marcel Proust: “Il mondo non è stato creato una volta, ma tutte le volte che è sopravvenuto un artista originale”. Da ciò, quando un artista muore, la percezione di perdita e il ritorno del pensiero su quanto poco l’arte sia considerata un bene primario, indispensabile, salvifico. E’ infatti l’artista a fornirci la consapevolezza del bello e della meraviglia, l’espressione giusta per dire l’indicibile, per rivelare l’inespresso che è dentro noi. Nell’arte risiede la coscienza del mondo, la sua spiegazione, il modo di raccontarlo e di farne memoria. Basterebbe l’arte per riconciliare i conflitti, per spiegare le ragioni delle diversità, far comunicare uomini e linguaggi, fornire ‘argomenti’ indiscutibili sulla bontà del vivere in pace. Ecco perché la morte di un artista lascia un senso di orfananza, di lutto individuale e condiviso. Quasi venga a mancare, improvvisamente, l’interprete che per noi sa esprimere le emozioni, mettendoci in relazione con il sentimento universale che il tempo ha elaborato, arricchito, ma mai esplorato fino in fondo. Tanto vitale è tutto questo, che se venisse meno sarebbe come ridurre l’esistenza a mera vita artificiale. Sinfonia incompiuta che nessuno, a quel punto, potrebbe ascoltare, né tanto meno proseguire. Il silenzio del Nulla.

29/10/12

Si fa così per dire. Parole, lingue, linguaggi

Ascoltare i discorsi delle persone vale una laurea in sociolinguistica. In quel teatrino del risaputo c’è, infatti, tutto un tesoretto che bene esemplifica l’uso parlato della lingua, le sue varianti a seconda dell’istruzione, delle geografie, delle estrazioni sociali dei parlanti. Sono, quelle, le parole declinate nella realtà, intercalate nella consuetudine. Quando, cioè, i dialoghi della gente palesano livelli di cultura, gerarchie, sudditanze psicologiche, rapporti interpersonali. Parole che, a differenza di quelle scritte, non richiedono grandi sforzi di progettazione e che – frequentando zone libere da dazi grammaticali e sintattici – possono avvalersi del beneficio di svarione. Parole dette de visu: poche, ripetitive, dimesse. Proprio in riscatto di tale modestia, chiedono al pronunciante lo sforzo della mimica, dell’intonazione, della prossemica, così che questi elementi vadano a costituire significati aggiuntivi alle parole stesse. Tale è, appunto, la ‘lingua viva’, esplicazione delle diverse connessioni tra lingua, società, cultura. In Italia è interessante notare come la lingua italiana, da lingua di pochi sia diventata gradualmente di tutti. Si è dunque assistito ad una standardizzazione dell’italiano, che, però, non ha soppiantato i dialetti (pur declassandoli da lingua primaria a secondaria). Permane, infatti, l’aspetto plurilingue del nostro Paese, con un italiano cosiddetto ‘regionale’, che ha inflessioni e contaminazioni dialettali e che testimonia una dinamica sociolinguistica sviluppatasi nell’arco di mezzo secolo. Sappiamo, poi, come esistano delle enclave linguistiche (e sociali) dove continua a prevalere il dialetto, così come, sempre a proposito di lingua parlata, non possono essere ignorati i gerghi di determinati ambienti (uno su tutti quello giovanile). E’ spesso da questi àmbiti che anche la lingua ‘ufficiale’ acquisisce continuamente neologismi. In ragione di tutto ciò, la lingua parlata ha contagiato anche quella letteraria, quasi facendo propria la lezione del rap (Rhythm And Poetry) che non è soltanto espressione ritmico-musicale, ma pure discorso verbale. Un modo paradossale per “recitar cantando” – ebbe a notare Edoardo Sanguineti – in cui è fondamentale la valenza del testo e il gioco verbale che esso consente. Un esempio, appunto, di impiego poetico del linguaggio quotidiano, una ibridazione che va a rompere con l’aulicità del “poetese”. Niente di scandaloso, dunque, se la scrittura letteraria (già la cultura beat lo aveva efficacemente sperimentato) si appropria di questo tipo di linguaggi che rappresentano la vita reale. Nel tempo in cui le lingue si mescolano, si fecondano, generano altre lingue e lingue ‘altre’, il parlare tra persone è quanto mai – oltre le parole – veicolo di socialità, di accoglienza o esclusione. E’ l’insistito rap (talvolta criptico e recriminatorio) che martella sul racconto di disagi, irrisolte contrapposizioni, orgogli feriti, spaesamenti, pensieri altrimenti indicibili. Allorché le parole sono fatti.

22/10/12

Il gioco delle cose. Ai nostri occhi di ragazzi

C’è chi ricorderà un gioco, probabilmente fatto nella propria infanzia. Quello di guardare fisso cose, persone, situazioni quotidiane; e sorridere per come esse risultassero improvvisamente buffe, fuori posto, assurde. Fa tornare alla mente questo gioco, l’ultimo romanzo (L’incontro) di Michela Murgia, scrittrice di una prosa eccezionalmente sobria ed esatta, nonché bravissima a rappresentare certi micro-universi e quanto in essi vive, ora sopito ora destato da chissà quali eventi. Ad esempio nei piccoli paesi della sua Sardegna, dove, in ragione di un forte senso di appartenenza (che al contempo esclude e include), tutte le azioni, ancorché di singoli, sono coniugate al plurale noi. Dicevamo di tale capacità che la Murgia possiede nel saper cogliere (anche con ironia) e rivelare come nuove le piccole cose. E non a caso, ne L’incontro, affida questo esercizio a dei ragazzini, allo sguardo con cui loro vedono e interpretano la realtà, fino al gioco di bambini-non più bambini con cui si conclude il racconto. La Murgia si è così inserita in quel filone letterario che, giusto utilizzando l’ottica infantile/adolescenziale, guarda il mondo degli adulti per evidenziarne i paradossi, le storture, o per supplire ad una lettura di quello stesso universo che i suoi protagonisti (gli adulti) non riescono a fare. Di recente, diversi scrittori hanno prodotto romanzi sul tema. Ricordiamo Alessandro Baricco con Emmaus; Niccolò Ammaniti con Io non ho paura e Io e te (in questi giorni va nelle sale il film che ne ha tratto Bernardo Bertolucci), ma il genere ha padri nobili. Potremmo cominciare da Il garofano rosso di Vittorini, proseguire con Agostino e La disubbidienza di Moravia, il fondamentale Sentiero dei nidi di ragno e Il barone rampante di Calvino, e ancora Le parole tra noi leggere di Lalla Romano, L’isola di Arturo della Morante. Quindi giungere al trittico degli Anni difficili di Romano Bilenchi e, con lo scrittore toscano, scandagliare l’età più incompiuta e incerta dell’uomo, l’adolescenza (“il solo tempo in cui si sia imparato qualcosa”, diceva Proust), che nell’invenzione narrativa del Novecento italiano è un archetipo, una fase simbolica primaria. Basti leggere proprio Bilenchi, per capire come il tormento esistenziale dell’uomo sia già tutto contenuto e anticipato nell’età adolescenziale. Dalla lezione bilenchiana si apprende, infatti, che siccità e gelo
denudano le piante fino alla corteccia, rendendole però più forti ai rigori delle stagioni. Così è per l’uomo, allorché la verde esuberanza degli anni giovanili scolora e rattrappisce nella crudezza della vita adulta. L’adolescenza è crisi, passaggio, incertezza. La condizione umana ha nell’adolescenza il suo vaticinio, il doloroso annuncio; una incompiutezza in cui, però, ogni cosa pre-accade. Peccato che, una volta adulti, si protenda a rimuovere ciò che, da ragazzi, ci ha formato alla vita e informato su di essa. Perché in quella sorta di preveggenza e di educazione sentimentale, tutto era spiegato. Forse tutto si era già compiuto.

15/10/12

Geografie umane. Se provinciale sta per universale

E’ ormai imminente la soppressione/accorpamento delle province. Scimmiottando i cugini francesi erano nate in Italia nel 1859 con il decreto Rattazzi; moriranno, di morte assistita, per decreto (altrimenti detto ‘salva Italia’) del ministro Patroni Griffi. E così sia. Ma le considerazioni da fare non riguardano tanto le ragioni del provvedimento, quanto i criteri ‘tecnici’ (numeri, linee, proporzioni da mera carta geografica) che lo hanno supportato. Quasi da dover dire che ad un governo di tecnici sarebbe opportuno affiancare anche qualche ‘umanista’. Nel caso delle province – giustappunto senza una cognizione ‘umanistica’ – si è praticamente confuso la terra con il territorio, la geografia con i luoghi. Ovvero non si è considerato che un territorio, prima ancora di essere una mappa, è una memoria collettiva, un’identità culturale, un’esperienza di vite. Le persone vivono e si spostano all’interno dei propri luoghi riconoscendovi anche uno spazio affettivo, emozionale, simbolico. Per chi abita un determinato posto, quella terra va ben oltre la sua fisicità: è paesaggio mentale, spirituale, parametro estetico, addirittura valoriale. Si capirà, allora, quanto sia improprio e banalizzante definire tutto ciò ‘campanilismo’. Esiste, infatti, un senso di appartenenza che solo certi mentecatti possono trasformare in chiusura o, peggio, in razzismo. Poiché la consapevolezza di una identità è il migliore passaporto per divenire cittadini del mondo in maniera serena e intelligente. Purtroppo l’attuale vicenda delle province – se non altro dal punto di vista metodologico – ha mostrato il misconoscimento di tali principî riconducibili a una cosiddetta ‘geografia umana’, spesso diversa da quella cartografica. Scriveva Cesare Pavese: “Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”. Probabilmente (ri)leggere un po’ di letteratura aiuterebbe pure a capire che i territori sono formati da secolari sedimenti di culture, di esistenze umane, di un qualcosa che non a caso viene chiamato ‘genius loci’. Si pensi alle Langhe descritte dallo stesso Pavese e da Fenoglio, alla Sardegna ancestrale raccontata da Salvatore Niffoi (ricorrente è il tema della memoria come simbiosi di vivi e di morti). E ancora le Crete senesi di Mario Luzi, dove gli anni “… Cercano / qui più che altrove il loro cibo, chiedono / di noi, di voi murati nella crosta / di questo corpo luminoso…”; o la Ferrara di Giorgio Bassani, reale nelle sue strade e palazzi ma anche simbolica di un modo di ‘essere’ (“Mi era bastato recuperare l’antico volto materno della mia città, riaverlo ancora una volta tutto per me, perché quell’atroce senso di esclusione che mi aveva tormentato nei giorni scorsi cadesse all’istante”). Ecco, non può esistere geografia che prescinda dalla ‘identità’ di un territorio. A meno che non voglia risultare… fuori luogo.

08/10/12

Rock poetry. Quando la poesia si fece elettrica

Quando in occasione del suo recente tour italiano, Patti Smith intonò in piazza del Campo a Siena i versi “Because the night belongs to lovers” (“Perché la notte appartiene agli amanti”), anche le sussiegose facciate dei palazzi sembrarono cedere all’emozione. La poetessa del rock aveva colpito ancora, ricordando l’esistenza di un rock poetry che – se non altro per la sua portata emotiva – risulta essere poesia. Fu, infatti, mezzo secolo fa, nel fervore culturale degli anni Sessanta, allorché il mondo pareva tutto da inventare, che pure la poesia (che con le rivoluzioni ha cose in comune più di quanto si pensi) divenne bandiera enfia di vento, ideali e tremori. Da parola di rango qual era, non disdegnò le parole ordinarie, le coniugazioni più diverse, come quella con la musica rock. Tra gli artisti che ne esaltarono il connubio, uno su tutti, Jim Morrison, colui che vaticinava: “Se la mia poesia cerca di arrivare a qualcosa, è liberare la gente dai modi limitati in cui vede e sente”. Era facile sentirsi in sintonia con lui, profeta trasgressivo, inquieto e fragile. Sdegnosamente ritirati nelle nostre camerette, lo ascoltavamo cantare con i Doors – bel mix di blues, psichedelia, jazz – e mentre mamma in cucina rigirava il ragù, leggevamo Ferlinghetti, Kerouak, Ginsberg, Rimbaud. Così organizzavamo la nostra rivoluzione, ma soprattutto il nostro diritto a sognare. Morrison riteneva la poesia la sua vera vocazione. La critica (quella letteraria) fu di un altro avviso: gradevoli le sue canzoni; modeste le poesie che tracimavano cultura classica, filosofia, esoterismo, suggestioni beat, psicanalisi. Alcune sono state pubblicate in Italia con il titolo di Tempesta elettrica. Di quei testi, Fernanda Pivano apprezzò le ragioni intime; dell’autore colse la “capacità di estasi”, il suo essere “affranto dalle miserie della vita”. In tema di rock poetry non va trascurata nemmeno la testimonianza artistica di David Bowie, il quale, senza vantarne la pretesa, ha talvolta ottenuto esiti che potrebbero dirsi letterari, grazie alla capacità di saper raffigurare il quotidiano mutuandone l’universo verbale. Indicativi i versi tratti da Black tie white noise: “Prendendo la mia realtà da una pubblicità della Benetton, / guardo cogli occhi d’un africano, / illuminato dal bagliore di un fuoco di Los Angeles”. Ma la vera svolta stilistica si ebbe con Morrissey, soprattutto nei testi scritti per gli Smiths, dove le parole non soffrono di eccessiva dipendenza dalla musica. Hand in glove
resta un efficace esempio di poesia che, pur pensata per una linea melodica, ha una autonoma valenza lirica che Morrissey volle, al contempo, “bruciante” e “giubilante”. Se poi qualcuno avesse legittimi dubbi su quanto tutto ciò possa definirsi Poesia, se la veda direttamente con gli autori. Il già citato Morrison sosteneva che “la vera poesia non dice niente, elenca solo delle possibilità, apre tutte le porte, e voi potete passare per quella che preferite”. Affermazione discutibile, ma molto rock.

01/10/12

Che lingua (non) parli. La perdita delle parole e del loro… senso

“Ciao cm va? bnbn tu? tutto bn, k fai? nnt di ke”. Non è la quarta grafia aggiuntasi improvvisamente alla ‘stele di Rosetta’, ma un messaggio odierno, secondo una pratica di scrittura in uso non solo tra ragazzi, ma pure tra manager d’azienda e persino da parte di qualche nonna che, dopo un catecumenato pazientemente condotto dai rampolli di famiglia, è divenuta (raro esempio di una fede che si trasmette dai più giovani agli anziani) correligionaria dell’elettronica e dell’on-line. Così, mentre i telefonini singultano, la Rete cinguetta, i colloquianti live balbettano con poco più di una diecina di parole, altrove si levano i lai di insegnanti, intellettuali, linguisti, che si preoccupano (talvolta si indignano) per come la lingua italiana venga deturpata e progressivamente impoverita. Questo, infatti, sta accadendo, a causa del fatto che si conoscono sempre meno parole e, peraltro, impiegate malissimo. Tempo fa il filologo Cesare Segre denunciava, ad esempio, l’appiattimento dei registri linguistici, evidenziando come nel parlare non ci sia più una differenziazione a seconda delle circostanze, degli interlocutori, dei ruoli. A tavola con gli amici o in un dibattito pubblico, il linguaggio è sempre lo stesso: risaputo, sloganistico, medio-basso. Persino la parolaccia ha perduto la sua efficacia semantica, in quanto adoperata di continuo e a sproposito. E’ il trionfo dell’ovvietà, anche lessicale. Assistiamo a trasmissioni televisive di vario genere in cui il conduttore parla per ore utilizzando un vocabolario limitatissimo, ripetitivo. Dal punto di vista linguistico siamo insomma davanti al cassonetto dell’… indifferenziato. Non manca chi interpreta questo decadimento in chiave socio-politica, deducendo che il clima da basso impero in cui ci troviamo, non può che indurre a parlare ‘basso’, in modo volgare e disadorno. La lingua è svilita perché si è degradato anche il pensiero, i costumi. La repubblica delle banane ha portato pure alla repubblica del banale. Probabilmente bisognerebbe promuovere una campagna di lingua ‘sensoriale’ (termine in auge) per far comprendere quanto sarebbe gratificante percepire (e usare) tutta la gamma espressiva delle parole. Magari con una ‘strategia di mercato’ incentrata sulla sinestesia
(parola in verità piuttosto astrusa) che significa, giustappunto, la contaminazione (fors’anche la goduria) che può trasmettersi da un senso all’altro: come quando solo a guardare l’immagine di un piatto di cacciucco ne avvertiamo anche il profumo. Ebbene, quando la sinestesia diviene linguistica (esiste davvero come figura retorica), si scatena il gioco delle parole ‘sensoriali’. Lo stesso gioco in ragione del quale, per Dante, “’l sol tace” o che per Ungaretti induceva a sentire/vedere un “urlo nero”. Potenza delle parole quando siano conosciute e si sappiano adoperare. Avanti, dunque, con un lessico ‘sensoriale’. Se non altro per riuscire a dire – nel miglior modo possibile – che noi e la lingua che parliamo siamo sempre vivi, che non abbiamo raggiunto la pace… dei sensi.

24/09/12

Nello scompaginato universo. Uomo e natura: antagonisti e sodali

L’ultimo libro di Nada Malanima, La grande casa, è un intenso racconto – protagoniste tre donne speciali, tre inattese eroine, dice l’autrice – dove il dolore pare farsi antidoto al dolore stesso; e ancorché devastante, risulta pacato, silente, compenetrato nella natura. Una natura, però, imponderabile, colta spesso nelle sue manifestazioni più violente e ostili agli esseri umani (forse una furiosa ribellione ai soprusi che gli umani verso di essa perpetrano). Ecco, allora, terremoti di inaudita veemenza, piogge che sbriciolano montagne, eventi (in)naturali di una natura che da madre si fa matrigna. Qualcosa che, figurativamente, potrebbe richiamare i quadri del pittore norvegese Johan Christian Claussen Dahl, di cui è nota la predilezione per i potenti fenomeni atmosferici; o in ragione di certe implicazioni psicologiche, il Campo di grano con corvi di Van Gogh (da sempre piace pensare che sia stato l’ultimo dipinto dell’olandese prima del suicidio) nel quale gli impazziti percorsi dei corvi dentro il cielo cupo, annunciano l’inesorabile. Sono rappresentazioni di un universo scompaginato, che Shelley, in Ode al vento occidentale, osserva nelle “foglie morte … trascinate come spettri in fuga”. Oppure squarci (un Lampo, per dirla con il Pascoli) che rivelano la crudezza della realtà: “E cielo e terra si mostrò qual era: // la terra ansante, livida, in sussulto; / il cielo ingombro, tragico, disfatto: / bianca bianca nel tacito tumulto / una casa apparì sparì d’un tratto; / come un occhio, che, largo, esterrefatto, / s’aprì si chiuse, nella notte nera”. E’ dunque vero che la natura è madre ambigua, capace di dolcezze e di irosi sussulti, di conforti e di malvagità, prodiga o egoista. Persino sconsiderata nei suoi doni, come quando di sole umilia uomini e cose: “Lassù brucia il sole tutto il giorno e la terra è calcina” – scriveva Pavese in Lavorare stanca – “La vetta è bruciata / e la sola freschezza è il respiro”. Secondo la teoria poetica di Eliot c’è poi la natura dei “correlativi oggettivi”, perché mostra cose che generano emozioni (tale è, appunto, la correlatività oggettiva). Concetto che Montale adottò nei versi degli Ossi di seppia: spoglie rinvenute su una spiaggia assolata ad evocare sensazioni di abbandono, disfacimento, morte. Il Montale che confida quanto spesso abbia “incontrato il male di vivere”, e quel male “era il rivo strozzato che gorgoglia, / era l’incartocciarsi della foglia / riarsa, era il cavallo stramazzato”. In questa sorta di antagonismo tra universo e umanità, esistono, tuttavia, alterne tregue. Un patto – è vero, talvolta disatteso – di reciproca comprensione (fors’anche di compassione) che dal punto di vista letterario trova sintesi nella leopardiana Ginestra
(“odorata ginestra, / contenta dei deserti”), cresciuta sugli inceneriti fianchi del Vesuvio. Lassù riesce a sopravvivere in virtù della sua tenacia. Al pari dell’essere umano, che quando della propria condizione è consapevole, diviene sodale dei suoi simili e dell’universo intero.

17/09/12

L’omino di paglia. Essere ciò che non sembra

Mai affrontare con i bambini discorsi filosofici. Troppo superiore, rispetto a noi adulti, è la loro capacità speculativa, l’elaborazione del paradosso. Ne ebbi prova, tempo fa, con una mia sagace nipotina, allorché argomentò che lo spaventapasseri del Mago di Oz possedeva già il cervello, altrimenti non avrebbe potuto dire di desiderarlo. Davvero faticoso fu dirimere la questione, peraltro non tralasciando l’ipotesi che gli spaventapasseri potessero essere persone vere. Ed è ovvio che venni convinto circa la natura umana dei simpatici fantocci. Nondimeno perché di noi uomini fanno le veci. Ficcati in terra a far paura, ma soprattutto a esorcizzare le paure nostre; ad ingraziare la natura, che dinanzi alla bizzarria di siffatti manichini accenni almeno un sorriso. Persino i passeri stanno al gioco. Fingono spavento e poco più in là banchettano giulivi tra le spighe. Vita comunque grama conduce l’uomo di paglia, che già nel 1612 il vocabolario dell’Accademia della Crusca chiamava “spaventacchio” o “spauracchio”, poco più di uno straccio “che si mette ne’ campi sopra una mazza; o in su gli alberi, per ispaventar gli uccelli”. Fin dalla nascita il poveretto dovette soffrire di complessi. Figurarsi, poi, quando apprese che la sua sagoma, messa a presidiare campi ed orti, era andata a sostituire quella del macho Priapo, le cui esagerazioni anatomiche bene si prestavano ad auspicare natura fertile ed abbondanti frutti. L’avvilente condizione dello spaventapasseri non sfuggì a Giovanni Pascoli, il quale al racconto lirico della vita agreste dedicò interi poemetti. Così che il poeta, osservando l’operazione della semina, riporta le sconsolate parole del contadino (“Il più del seme ai passeri lo gitto”) mentre (più per esorcismo che per convinzione sulla reale utilità) traffica a costruire “un uomo d’una cappa e d’un cappello”. Detto fatto. Appena il contadino, zappa in spalla, s’incammina verso il “tramonto dorato”, ecco arrivare i passeri (“Erano cento e cento…”). Poco o niente può fare il “poveruomo” che “ha l’ali, al volo è pronto; ma è confitto, e lo patulla [se ne prende gioco] il vento!”. Quel destino di impotenza e di esistenza cenciosa, quello stare “ritti là in mezzo, sventolando le … maniche vuote” (scrisse Natalia Ginzburg), smuove talvolta un sentimento di pietas, come testimonia anche Carlo Cassola nelle pagine de Il cacciatore: “Guardava lo spaventapasseri strapazzato dalla pioggia: le veniva fatto di compatirlo, come se fosse stato davvero un uomo”. Fino a significare, nel Montale di Satura, qualcosa di metafisico, perché “Il mio sogno non è nell’estate / nevrotica di falsi miraggi e lunazioni / di malaugurio, nel fantoccio nero / dello spaventapasseri…”. Oggi, nel tempo in cui sembrare e più importante che essere, gli spaventapasseri – ironici feticci, giocosi clown, simil-uomini o angeli burloni – sono, invece, ciò che non sembrano: al vento che soffia sulla fatuità dei giorni nostri, sono essi i veri uomini, noi il loro surrogato. Pure gli uccelli dei campi l’hanno inteso.

18/06/12

Finale di partita. Si torni a onorare la dea Eupalla

Non c’è più religione. Nemmeno quella laica che si intendeva professare con il gioco del calcio. Religione – a detta dello scrittore catalano Manuel Vásquez Montalbán – “in cerca del suo Dio… con i suoi riti e le sue cattedrali, le gioie, le delusioni”. Al pari di tutte le religioni, il credo calcistico è ora avvilito dalle proprie contraddizioni, tra annunci di nobili intenti e una prassi che continuamente li smentisce. Preghiamo, dunque, per nostro fratello football, vittima (ma non innocente) di business, corruzione, ingaggi e debiti stellari, ragazzi dai piedi d’oro a discapito dei materiali scadenti che, invece, foderano il loro il cervello, branchi di supporter che, pur al netto dei delinquenti che vi si annidano, rappresentano ormai tutt’altra cosa dall’essere appassionati sostenitori di una fede (parola comunque impegnativa per qualcosa che sarebbe nata come un gioco). Fine, dunque, anche di quell’epica moderna che intorno al calcio era stata creata grazie alle penne di grandi giornalisti e scrittori. Figuratevi che Albert Camus si era spinto a dire che tutto quello che sapeva della vita lo aveva appreso dal pallone. Pier Paolo Pasolini non ebbe dubbi nel ritenere il calcio l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo, lo spettacolo che aveva sostituito il teatro. L’autore degli Scritti corsari dedicò giusto una di quelle pagine al sistema dei segni contenuti nel football, paragonabile al linguaggio scritto-parlato, con i fonemi che grosso modo sono 22 come i “podemi” (cioè i giocatori) i quali hanno una loro sintassi, infiniti fraseggi, un discorso (la partita) che migliaia di persone sono chiamate a decifrare. E Pasolini non mancò la metafora letteraria nemmeno quando si trattò di fare considerazioni tecniche sul calcio praticato in Europa e in Sudamerica: il gioco di squadra degli europei, tutto organizzazione e tecnicismi, era prosa; la fantasia dei solisti sudamericani pura poesia. Oggi il racconto epico del calcio si è interrotto per mancanza di eroi e di vicende degne di tale aura. La cronaca ha avuto il sopravvento sull’epos. Il linguaggio si è appiattito. Stante la situazione non è più possibile glorificare alcuno e nemmeno praticare quella sorniona, colta ironia con cui Gianni Brera intesseva i suoi racconti, fondando un modo nuovo di narrare le imprese sportive e, non di meno, di guardare allo sport in maniera divertita e intelligente. Per usare uno dei sorprendenti neologismi dello stesso Brera, confidiamo allora nella dea Eupalla, protettrice del calcio e del bel gioco, affinché questo sport ritrovi dignità e passioni autentiche. Un compassato tifoso, il poeta Eugenio Montale, diceva di sognare, a volte, che nessuno in tutto il mondo avrebbe fatto più gol. Ma il calcio senza gol non sarebbe niente – continuava il poeta – anche se non sopportava la televisione che mostrava solo i gol, privando gli spettatori della bellezza di tutto il resto: l’attesa, le paure, gli scontri. Ecco, questo è il calcio di cui anche noi chiederemmo grazia alla dea Eupalla .

11/06/12

Quando non sono solo canzonette

A volte ritornano. Sono i ricordi musicali, le canzoni lasciate magari in pause da anni perché la vita ci ha distratto, chiamati a fare (ad ascoltare) altro. Per questi ‘disturbi dell’udito’ (ma l’origine è psicosomatica) gli inglesi hanno coniato un termine: earworms, si tratta cioè di ‘vermi dell’orecchio’. Ciascuno di noi può essere colpito dal fenomeno nei momenti più diversi della propria esistenza e soprattutto quando di quella stessa esistenza si tenti di montare il film: tagliando, riordinando le sequenze, pretendendo una regia. E’ allora che la colonna musicale parte, sfrigola, distorce, galleggia nelle sonorità del tempo andato. E i ‘vermi dell’orecchio’ o restano vili esserini o divengono farfalle. Insomma dalle canzoni non si può prescindere. Sono parte dei ricordi, del nostro castello sentimentale, persino delle nostre scelte di vita, delle opzioni ideali e politiche. Ne sappiamo qualcosa noi che dal battello festoso (e, però, inconcludente nella sua navigazione) del secondo Novecento ci siamo ritrovati sulle zattere alla deriva del nuovo millennio, sprovvisti pure di nuova musica a sostegno emotivo di una qualche rotta. Inevitabile, allora, è che tornino alla mente certe canzoni chiamate “dell’impegno”, definizione oggi un po’ patetica, come del resto penoso suona un loro riascolto. Eppure furono utili anch’esse a formare una coscienza sociale; e se non altro, venendo specificatamente all’ambito della musica, a migliorarne la qualità, i significati. Umberto Eco ricordando, ad esempio, la nascita nel 1957 dei Cantacronache (letterati quali Italo Calvino, Franco Fortini, Gianni Rodari, lo stesso Eco si misero a scrivere testi musicati da Sergio Liberovici, Fausto Amodei e Michele Straniero) sostiene che per quanto quella sia stata un’esperienza di nicchia, senza di essa la storia della canzone italiana sarebbe risultata diversa. A seguire giunsero infatti i cantautori, con una attenzione più ‘letteraria’ ai testi, operando una sutura tra sentimenti privati e pubblici, provocando una contagiosa effusione e con/fusione di stati d’animo. Guccini in un suo brano (Keaton, nell’album Bovary) dice che “parlavamo di com’era importante non essere solo musica e parole… di com’era importante che la gente non fosse una massa di persone sole”. E’ vero che c’era un unisono universale, tutti cantavamo la ‘stessa’ canzone. Soprattutto la canzone riuscì a interpretare un frangente storico, una temperie culturale, slanci e trasformazioni di un’epoca. Ma poiché la canzone esprime comunque il tempo in cui essa è prodotta, meriterà, senza sospirosi i remember, ascoltare ciò che ora si va cantando. Musica e parole, anche al di là delle intenzioni degli autori e dei fruitori, consuonano sempre con il presente, sono in ogni caso ‘musica di oggi’. Musica ‘impegnata’ almeno a riorganizzare dentro noi necessari sentimenti, dispersi pensieri, provvidenziali consolazioni, livorose lagnanze verso la vita. Il concerto e lo sconcerto (pubblico e privato) di un momento non troppo facile.

04/06/12

Scritture. Giornalismo e/o letteratura

Su questa stessa pagina domenicale, giusto la volta scorsa avemmo modo di parlare del rapporto tra letteratura e mafie, tra la necessità di raccontare (far conoscere) quel tipo di nefandezze e il rischio che la stessa narrazione possa, al di là delle buone intenzioni, alimentare un mito sbagliato. La questione di contenuto ne richiama poi un’altra di forma. Qual è il confine tra letteratura e giornalismo? E’, infatti, dalla fine dell’Ottocento – da quando cioè il giornalista, da pedissequo cronista diventa sempre più ‘narratore’ di notizie – che i due àmbiti vanno reciprocamente ad influenzarsi. Basti pensare a nomi come Theodore Dreiser o Jack London che, nati giornalisti, finirono per diventare letterati. Ed è celebre l’aut-aut posto da Gertrude Stein a Ernest Hemingway: bisogna scegliere tra l’essere scrittore o giornalista, perché entrambe le cose non sono possibili. Hemingway fece come meglio gli parve. Continuò a fare il corrispondente dal fronte e trasferì quella sua esperienza nel romanzo Per chi suona la campana. In ambedue i casi i risultati furono niente male. Dunque: il giornalismo è letteratura? In Italia provò a dirimere la controversia Benedetto Croce con il suo breve saggio Il giornalismo e la storia della letteratura (1910), definendo “espedienti pratici” i migliori esiti letterari di certe cronache, che però, a suo parere, non potevano dirsi Arte. Diversamente la pensò Antonio Gramsci, che, invece, individuò nella prosa giornalistica una sorta di liberazione dalla lingua ridondante di D’Annunzio. Sta di fatto che le due sfere avrebbero avuto reciproche e felici invasioni di campo firmate (citiamo fra i molti) Curzio Malaparte, Orio Vergani, Dino Buzzati, Achille Campanile, Arrigo Benedetti, Pier Paolo Pasolini, Guido Piovene, Alberto Arbasino. Memorabili i reportages dall’Urss di Italo Calvino, le cronache dal Vietnam di Oriana Fallaci, il racconto dell’allunaggio scritto da Alberto Moravia, fino ai resoconti del Giro d’Italia dovuti alla penna di un poeta, Alfonso Gatto, o di una raffinata scrittrice come Anna Maria Ortese. O ancora i resoconti delle Olimpiadi di Helsinki prodotti dallo stesso Calvino, dove un titolo come questo era già letteratura: “Sembravano uscire dalla preistoria gli uomini-gazzella della Giamaica”. Dinanzi ai brutti pezzi di cronaca nera che oggi siamo soliti leggere (e sopratutto vedere nei notiziari televisivi), bisognerebbe andare a rileggersi un articolo di Dino Buzzati del 1947 (“I bambini di Albenga”) dove, senza mai cedere al dolorismo e alla eccessiva drammatizzazione, si descrive lo strazio dei parenti di quelle 43 piccole vittime che persero la vita durante una gita in mare. Tutto ciò per dire che le due strade del giornalismo e della letteratura si sono spesso incrociate e continuano a farlo con risultati di indubbia qualità. Non prestate orecchio al solito e caustico Oscar Wilde, quando insinua che “La differenza tra giornalismo e letteratura è che il giornalismo non è leggibile e la letteratura non è letta”. Non è vero, o tantomeno è un ulteriore problema.

28/05/12

Contro le mafie. Chi ha paura muore ogni giorno

In un’intervista a Raitre, Giovanni Falcone ebbe a dire che “la mafia non è invincibile. E’ un fatto umano e come tutti i fatti umani ha un inizio e quindi una fine”. Aggiunse che si tratta di un fenomeno molto serio al quale si risponde impegnando le istituzioni. A proposito del coraggio in questo impegno, il suo amico e collega Paolo Borsellino si spinse ad affermare che “chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola”. Purtroppo la seconda ipotesi accomunò entrambe in un tragico destino. La mafia è dunque un fatto umano. Aberrante e complesso, fitto di intrecci e collusioni. Il suo racconto ha contribuito, talvolta, a farne un mito sbagliato che trova radici nella visione romantica, aureolata del mafioso. Dal punto di vista letterario tutto cominciò nel 1863 con la commedia I mafiosi de le Vicaria di Giuseppe Rizzotto e Gaspare Mosca. Eccovi tracciato il paradigma letterario della mafia: anti-borbonica, disposta a venire a patti con la classe dirigente; associazione criminale ‘a fin di bene’, perché essa è contro il potere e dalla parte del popolo. Ammicca a questa idea persino Luigi Pirandello con La lega, novella il cui protagonista impone una tassa ai proprietari terrieri per integrare la misera paga dei contadini. Una associazione segreta, nata a difesa dei deboli e della giustizia appare inoltre nel romanzo d’appendice I Beati Paoli, pubblicato a puntate tra il 1909 e il 1910 sul “Giornale di Sicilia” e dovuto alla penna di William Galte (pseudonimo di Luigi Natoli). Mafiosi, insomma, a guisa di provvidenziali Robin Hood. Si produsse in tale filone anche Giovanni Alfredo Cesareo, autore nel 1921 della commedia La mafia, che con efficacia drammaturgica e introspezione psicologica rappresentò, appunto, tutti gli stereotipi di una mafia erogatrice di giustizia. Nella vicenda di Cesareo trionfa la violenza ‘giusta’ di un avvocato mafioso sulle ‘ingiuste’ tesi di un aristocratico che sosteneva la legalità dello Stato. Ed è ancora da ascrivere a questo genere il romanzo Sette e mezzo di Giuseppe Maggiore, edito nel 1952 (il titolo allude ai sette giorni e mezzo (16-22 settembre 1866) che videro Palermo teatro di sollevazioni popolari. In epoca più recente è noto l’impegno anti-mafia di Leonardo Sciascia, che al tema dedicò diversi romanzi. Eppure in certe sue pagine (si prenda Il giorno della civetta
) anche lo scrittore siciliano ha qualche cedimento di ‘ammirazione’ verso il personaggio mafioso, come quando fa dire al capitano Bellodi che il padrino don Mariano Arena è nonostante tutto ‘un uomo’, quindi al primo posto di quella graduatoria che vede in testa “gli uomini, poi i mezzuomini, gli ominicchi, i piglianculo e i quaquaracquà”. D’altra parte – avvertì in proposito Andrea Camilleri – il romanziere fantastica, travisa, si invaghisce dei propri personaggi. Meglio che a raccontare la mafia (le sue trasformazioni, le sue atrocità) siano gli storici e i sociologi. Affinché si sappia che i mafiosi sono dei criminali senza attenuanti. Oggi, peraltro, sanno leggere e scrivere. E delle parole hanno paura.

21/05/12

Di che sperare. Se i giovani crescono a pane e cultura

L’ultimo Salone del Libro di Torino si è chiuso con un bilancio positivo. Un 5 per cento in più di visitatori, vendite di libri in aumento, un pienone di giovani (e non si parla delle solite scolaresche in libera uscita). Soprattutto quest’ultimo dato offre di che sperare. Numerosi ragazzi hanno sostato negli stand del Lingotto, sfogliato, annusato e acquistato libri di carta, naturalmente privilegiando le edizioni economiche. Hanno tralasciato quasi del tutto il luccichio degli e-reader che per loro, abituati a vivere le giornate in perenne touche screen, non rappresentano niente di eccezionale (la fregola del libro digitale la lasciano ai genitori). Lo scrittore e magistrato Gianfranco Carofiglio definisce questi ragazzi ‘lettori consapevoli’, li ha trovati preparati, curiosi, perfettamente ‘sulla palla’ (tanto per usare una metafora calcistica). Dunque le nuove generazioni leggono. E ne dà conferma anche Tullio De Mauro, che bada a ricordare quanto molto più ignoranti siano i genitori e i nonni di quegli stessi ragazzi. Visti i tempi, c’è insomma da essere soddisfatti se è vero che sta crescendo una generazione di persone che ritiene la cultura un genere di prima necessità. Pensava diversamente l’ex ministro Giulio Tremonti (persona simpaticissima ai più) quando ironizzò suggerendo di provare a mozzicare un inconsistente panino imbottito di cultura. Ma noi non siamo del suo partito (in tutti i sensi). Ci siamo lasciati suggestionare da quel fessacchiotto di Aristotele e dalle sue balzane considerazioni, del tipo che “gli uomini colti sono superiori agli incolti nella stessa misura in cui i vivi sono superiori ai morti”. O peggio ancora – per il rubicondo ghignetto dell’ex ministro Giulio e per quanti condividono le sue opinioni – fummo abbindolati da personaggi equivoci della risma di Antonio Gramsci (bene fecero a metterlo in galera) che considerava la cultura una disciplina del proprio io interiore, una presa di possesso della propria personalità, la conquista di una coscienza per rendersi consapevoli della storia, dell’impegno nella società, dei diritti e dei doveri di ciascuno. Prescindendo dalle ottuse teste di certi ragionieri di Stato, avere giovani – domani adulti, classe dirigente – di sana e robusta cultura (che ovviamente non consiste soltanto nel leggere libri) sarebbe un investimento di non poco conto: per rifondare la politica, la società, un’economia e un vivere (avremmo detto un tempo) a misura d’uomo. Al punto in cui siamo arrivati c’è veramente da rielaborare una visione del mondo, ripristinare ragioni di senso, ritrovare sentimenti e capacità per esprimerli. Ebbene, sembrerà strano, ma per dirsi persone concrete (di una concretezza lungimirante, a servizio del progresso e del bene comune) è necessario ‘informare’ scelte e progetti al sapere della storia e dell’esperienza umana. Occorre conoscere nel profondo la condizione dell’uomo, le molte narrazioni che ne hanno scandagliato drammi, fasti, incongruenze, bellezza e fatuità. A questo servono i panini imbottiti di cultura.

14/05/12

La stagione del digitale. Primavera o autunno?

I dati sulla vendita dei libri nel primo trimestre 2012 sono preoccupanti. Si calcola, complessivamente, un calo del 10 per cento di copie con dei picchi negativi come il 17 per cento nella saggistica. Un po’ meglio la fiction che registra soltanto un meno 7. I cosiddetti lettori forti (quelli che leggono almeno un libro al mese) nel giro di un anno sono calati dal 15,1 al 13,8. A fronte di questi numeri che rendono mesti i conti degli editori e dei librai, fa invece clamore, su scala globale, la cifra che può vantare Amazon – la libreria on line nata nel 1995, leader dell’e-commerce e pioniera dell’editoria digitale – il cui titolo in borsa è cresciuto del 397 per cento, tanto da far stare il suo fondatore, Jeff Bezos, tra i 30 uomini più ricchi del mondo. Ecco la sintesi di una crisi e la foto utile per interrogarsi sul futuro del libro. Non a caso la venticinquesima edizione del Salone del Libro di Torino ha posto al centro dei dibattiti il tema della “Primavera digitale”, che non significa soltanto il trasferimento della parola scritta dalla carta al web (con il temuto dominio di quest’ultimo) ma capire, in termini culturali e sociali, quale valore aggiunto possa fornire il digitale, quali nuove opportunità offra ad autori e editori. Non sono cose di poco conto e il dibattito è quanto mai vivace. Lo hanno dimostrato due figure di spicco dell’editoria europea: Stuart Proffit, direttore editoriale della britannica Penguin ed Èric Vigne, direttore della saggistica della mitica casa francese Gallimard. Due prestigiosi marchi editoriali, due culture di notevole tradizione, due visioni antagoniste. Da un lato la Penguin che, in ragione del business e di una mentalità economica liberista, ammicca positivamente alle trasformazioni in atto. Sul fronte opposto la stizza dei francesi gallimardiani che ritengono come le logiche emergenti vadano a discapito della qualità dei libri. Eric Vigne si domanda, ad esempio, come la grande letteratura e i testi ‘di pensiero’ potranno essere adattati ai formati delle nuove tecnologie. Ed arriva a ironizzare su quando la Recherche sarà ridotta a una sorta di tweet di Marcel Proust, del tipo: “Questa sera sono andato a letto tardi”. Cambierà, dunque, l’oggetto-libro diventando ipertesto, strumento multimediale? Qualcuno cita in proposito la profezia di Italo Calvino che aveva prefigurato un’opera che si sarebbe prodotta al contatto dell’occhio che legge. Insomma: cibernetica e fantasmi. Altri si stanno chiedendo quanto il web stia modificando proprio la parola, il nostro modo di relazionarsi con la lingua, sempre più contenuta in forma brevi, veloci, sommarie. O in che modo la rete stia cambiando le nostre menti, la memoria, l’idea di privacy, la visione della vera realtà continuamente confusa con realtà fasulle. E’ appunto la primavera digitale che sta impollinando l’universo mondo con l’esuberanza delle sue fioriture. Stagione affascinante perché foriera di novità. Comunque problematica, soprattutto per chi soffra di allergie.

07/05/12

In forme umane. Quando la realtà “prende corpo”

Lo scultore Antony Gormley ha idee suggestive sul corpo umano e su come esso si rapporti con lo spazio in generale. L’artista inglese fa continui calchi del proprio corpo, ne ricava dei ‘vuoti’, così che – egli dice – riesce a “scolpire dall’interno, da una posizione radicale di alterità, per considerare non il corpo che fa qualcosa ma che è qualcosa”. E così ottenere non più la rappresentazione del corpo umano, ma la sua ‘riflessività’. Niente di nuovo – qualcuno potrà obbiettare – anche perché la rappresentazione (esteriore e interiore) del corpo ha da sempre trovato nelle arti le più diverse modalità espressive, rendendo dell’entità corporea le concezioni ideologiche, la sua portata dualistica (parliamo del pensiero occidentale) materiale e spirituale. Questo è accaduto anche in letteratura che, rispetto alla scultura, non può utilizzare la rappresentazione plastica della materia, ma affidare solo alla parola il movimento del corpo, le sue reazioni interiori. Un atto fisico diventa così pensiero, scandaglio intimo. In letteratura, infatti, non esiste descrizione del corpo che non sia pure un’idea. E in proposito, variegate e plausibili sono le tesi. Da Friedrich Schiller che, nel pieno dell’ubriacatura romantica, badava a dire che è lo spirito a costruire il corpo, all’anticonvenzionale Frank Wedeking il quale ribatteva sostenendo come sia la carne ad avere uno spirito, a Samuel Beckett che intese ricomporre il diverbio con approccio esistenzialista: il corpo ha il suo magazzino, lo spirito i suoi tesori. Comunque sia, in letteratura, dietro a un corpo c’è sempre l’affermazione di una visione della vita. Si pensi all’idea di forza naturale e di bellezza contenuta nell’antica letteratura greca che andava a impersonarsi nella figura dell’eroe (uomo e quasi-dio), nell’esaltazione mitica del corpo, sia esso trionfante (Achille), abbattuto (Ettore), razionale (Ulisse). Oppure a quanto la parola letteraria abbia indugiato sul corpo quale luogo del piacere e dell’erotismo: dall'Antologia Palatina a Ovidio alla poesia amorosa dell'età umanistica, dall'Aretino ai libertini e a Casanova, da Lawrence a Miller a Bataille. E ancora l’oltranza di De Sade, l’esercizio retorico-immaginifico del nostro D’Annunzio, l’allegra pornografia di Apollinaire o le sconcezze di Bukowski. E’ chiaro che con il Novecento (con la psicoanalisi, i saperi scientifici) la nozione di corpo andrà ad assumere un nuovo carattere culturale, concettuale, simbolico. Anche il corpo ‘letterario’ acquisterà una sempre maggiore soggettività. Viene in mente il testo poetico di Andrea Zanzotto Esistere psichicamente
(1956), splendidamente giocato in una compenetrazione di corpo e psiche, di parola e di fisicità: “Da questa artificiosa terra-carne / esili acuminati sensi / e sussulti e silenzi, / da questa bava di vicende […] da tutto questo che non è nulla / ed è tutto ciò ch’io sono […]”. Potremmo dunque concludere che, almeno in letteratura, il corpo è diventato l’uomo stesso, fisicamente presente come portatore di idee, come ‘corpo’ della realtà. La fisicità si è fatta parola, e viceversa.

23/04/12

Ieri come oggi. Davanti alla Pace di Ambrogio Lorenzetti

Il rapporto con il passato non è mai semplice. A complicarlo sono i miti fascinosi, le nostalgie, le frustrazioni dell’attualità. Oppure, per liquidarla con la civettuola supponenza di Oscar Wilde, il bello del passato è che è passato. Resta il fatto che ricordarsi di ‘essere stati’ è condizione utile per continuare ad ‘essere’. Ne sanno qualcosa coloro che vivono in contesti dove la storia trascorsa non risulta mai ‘remota’ ma, a suo modo, coniugabile al presente. Chi qui scrive gioca spesso con tale con/fusione di luoghi, tempi, sentimenti. L’ultima volta è accaduto davanti all’allegoria della Pace dipinta da Ambrogio Lorenzetti nel ciclo di affreschi del Buongoverno racchiusi nel Palazzo Pubblico di Siena. Guardatela. Finalmente una Pace vera, dal volto umano, muliebre. Siede serena ma non distratta, meditabonda ma vigile. Tutto intorno brulica una quotidianità di cose e di persone, di fatica e di spensieratezza. Una operosità che lei apprezza sostenendosi garbatamente la nuca (i pensieri) con una mano, mentre l’altra, con gesto sicuro, erge un ramoscello d’olivo. La Pace ha grembo largo e materno. Un corpo saldo i cui piedi poggiano su residui armamentari di guerra, quindi inibiti all’uso, pena il rischio di vedere tanta pacata femminilità trasformarsi in una madre-coraggio fiera e ringhiosa. Di lei, poi, piace lo sguardo per niente pago, anzi spalancato su una sorta di attesa. Occhi allertati sull’orizzonte, che la dicono qui presente, però anche oltre: a prefigurare un futuro, nuovi scenari. Indossa, peraltro, un abito che non la connota più di tanto nel suo tempo, che ne lascia intuire forme e nudità. Quasi a significare che ‘per essere in pace’ occorra svestirsi dai più diversi orpelli. Certo è che quella donna lascia intendere un carattere difficile. Non può che essere amata nel confronto, poiché l’incontro con lei passa necessariamente dal conflitto (che è altra cosa dell’inimicizia). In nome di un amore ancorché tradito, ella chiede sempre di poter ricominciare. Fateci caso. I suoi occhi non sono ripiegati su se stessa e sulle proprie malinconie. Cercano altro-da-sé, rifuggendo dai palliativi delle facili consolazioni, e a tutto vantaggio di sguardi che accendino nuove visioni del mondo. Vuole dunque ‘vedersi’ nel riflesso inatteso di amori rinnovati e condivisi. Ecco, a quali pensieri può portare una figura che ad ogni nostro oggi attraversa quasi 700 anni di storia. Così che dentro le secolari stanze, un tempo della repubblica senese, irrompe il presente. Qualcuno srotola la mappa delle possibilità umane finora inespresse. Già l’iridescenza dell’alba illumina un tempo che procede verso ciò che è ancora latente, possibile. In quel riflesso lei, la Pace
, semisdraiata e insonne, vestita solo della sua trasparenza, diventa pazzamente desiderabile. Ieri come oggi. C’è dunque la suggestione di un passato che sa iscriversi perfettamente nel presente. Poiché – Adorno e Horkheimer docent – la questione non è di conservare il passato, ma di realizzarne le speranze.

16/04/12

Lo specchio della fatica. E’ il lavoro umano a configurare i luoghi


Già verso il II secolo dopo Cristo esisteva in Italia la damnatio ad metalla, la crudele condanna ai lavori forzati in miniere e cave. Come a dire che quel lavoro era da ritenersi punitivo, espiatorio, comunque tremendo. E, se non altro per la fatica che richiede, tale è rimasto fino ai giorni nostri, conservando giustappunto il peso di una pena che dal corpo va a stremare tutto l’essere. Persino i luoghi, paesi, villaggi, case che vicino a miniere e cave sono sorti, paiono, nella loro condivisa umanità, non aver potuto prescindere da quanto una condizione di lavoro rendesse l’esistenza ruvida, scheggiata, essenziale. Quasi che all’azione dello scavo non restasse indenne la vita intera, le sue feriali modalità, i suoi affanni.
Così si presentava anche l’immaginaria ma credibile Sleescale, la cittadina in cui è ambientato il popolare romanzo E le stelle stanno a guardare di Archibald Joseph Cronin, scrittore e medico minerario nel Galles ai primi decenni del Novecento. Tra melodramma (tale è il registro su cui Cronin modella il racconto), realismo, romanticismo e impegno politico, la fittizia Sleescale è geografia di destini, di conflitti morali e sociali, di legittime aspirazioni e sentimenti. La miniera e ciò che ne deriva opera uno scavo pure negli animi, disegna in superficie il reticolo delle relazioni umane, fa esplodere le contraddizioni, brillare le passioni. E’ uno spaccato antropologico.
Non è invece luce di stelle, ma lunare quella della novella pirandelliana (Ciàula scopre la luna) in cui il giovane protagonista, che non ha paura del buio di una zolfara siciliana, ha però terrore dell’esterna oscurità della notte, finché al cospetto della luna il timore volge in lacrime di dolcezza. Lo scrittore siciliano aveva ben presenti le condizioni di sfruttamento e miseria di chi lavorava nelle zolfare (in Ciàula si fa riferimento alla miniera “Taccia Caci” nei pressi di Aragona). Dei minatori vengono colti i caratteri interiori, ed anche nel caso di Pirandello essi divengono come lo specchio del luogo.
Di letteratura militante dobbiamo infine parlare citando il libro I minatori della Maremma (inchiesta, ricerca, empatica vicinanza ai lavoratori delle miniere) scritto da Luciano Bianciardi e Carlo Cassola nel 1956. Documento socio-politico di un’epoca, di una realtà lavorativa e, ancora una volta, storia di paesi e villaggi, di miserie e casi umani. In quelle pagine troviamo, tra le altre cose, il racconto dettagliato della tragedia di Ribolla (tristemente ricordata come la Marcinelle toscana), quando «fra le 8,35 e le 8,45 del 4 maggio 1954, nella sezione Camorra della miniera di Ribolla, si verificò uno scoppio di grisou». Vi morirono 43 persone («tutte le salme che venivano estratte dal fondo della miniera, venivano portate in un’autorimessa»). Come scrivono Bianciardi e Cassola, Ribolla era, allora, «un villaggio sperduto in una breve pianura ondulata sotto le colline di Montemassi e di Roccastrada», era ed è tutt’oggi «un crocevia di tante storie». Perché a fare i luoghi sono le vicende e il lavoro dell’uomo.

10/04/12

Morti di camorra. Vittime sacrificali dei giorni nostri


E’ pasqua. Per i cristiani il felice epilogo di un ‘paradosso’ (Dio condannato e messo a morte da uomini, poi risorto) su cui ha trovato fondamento una fede millenaria. Festa anche tragica, dunque, poiché nel suo antefatto c’è una vittima sacrificale, l’«agnus Dei qui tollis peccata mundi» che conobbe la solitudine in cui tutte le vittime si trovano, quando diviene incommensurabile lo spazio frapposto tra la nera notte dell’abbandono e il rosso del sangue.
E sappiamo quante pasque (davvero difficile distinguere se religiose o laiche) continuino a consumarsi nel mondo. Ogni dove l’affermazione di un’idea, di una fede, di un diritto negato, di un principio di giustizia, libertà, bene comune venga assurdamente a coagularsi con sangue di vittime.
Nel nostro Paese l’esempio più eclatante e drammatico continua ad essere quello dei martiri per mafia e camorra. Una malattia degenerativa di certe realtà, una saga del male che va raccontata non certo per alimentarne un distorto mito, ma per educare le coscienze di quanti – magari complici inconsapevoli – ritengono sia ‘normalità’ quella crudele anomalia.
Da questo punto di vista è stato provvidenziale (una svolta, in termini mediatici) anche Gomorra (Mondadori, 2006), il best-seller di Roberto Saviano. Prima volta in cui un racconto di camorra diviene un caso letterario, un film di successo, occasione di dibattiti, di approfondimenti e chiacchiericci televisivi. Peraltro, sempre sul tema, c’erano già state testimonianze letterarie di gran pregio. Ricordiamo Sandokan di Nanni Balestrini (Einaudi, 2004) incentrato sulla figura del capo dei Casalesi, Francesco Schiavone (Sandokan per la sua somiglianza con l’attore indiano Kabir Bedi). In una riedizione del romanzo (DeriveApprodi, 2009) proprio Saviano, nella prefazione, ha parlato di quanto quelle pagine, a suo tempo, fossero state espressione di «una letteratura in grado di aprire come grimaldello le grate della storia» di un determinato territorio, testimoniando che «raccontare finalmente era possibile; e sembrava soprattutto necessario per tentare una qualche forma di resistenza». Mentre forse troppo presto, rispetto ad una diffusa sensibilità e cultura anticamorristica, era arrivato Il camorrista di Giuseppe Marrazzo (Pironti Editore, 1984) da cui Giuseppe Tornatore, due anni dopo, avrebbe tratto l’omonimo film. Nel libro di Marrazzo il criminale al centro della vicenda è o’Prufessòre, cioè Raffaele Cutolo (il Don Raffaè della canzone deandreiana) e la cosiddetta Nco (Nuova Camorra Organizzata).
Proprio per mano armata di quella nuova camorra, fu assassinato pure Peppino Diana, un prete schierato contro il clan dei Casalesi, che, in forza della vocazione che gli era propria, andava dicendo: «per amore del mio popolo non tacerò». Venne ammazzato nella sacrestia della sua chiesa, la mattina presto del 19 marzo 1994. Stava indossando i paramenti per celebrare messa. Il dramma della pasqua giunse per lui con due settimane d’anticipo. A Casal di Principe c’è ancora chi spera in una risurrezione, per lo meno delle idee che lo videro martire.

02/04/12

Un genere letterario. Romanzo storico o antistorico?


Con le recenti celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia, è stato richiamato più volte il cosiddetto romanzo storico che, giusto nell’Ottocento, svolse una indiscutibile funzione nell’alimentare ideali ed amor patrio, mito romantico dell’eroe, educazione ad una morale e a sentimenti, spinti talvolta fino al patetico. D’altra parte – e compatibilmente con il grado di alfabetizzazione degli italiani – si trattava di una produzione letteraria destinata al ‘largo’ consumo (popolare e populista) che ambiva ad uscire dal ghetto della ‘letteratura di intrattenimento’, collocandosi sulla nobile scia di quei Promessi sposi in cui si era saputo coniugare qualità e popolarità. Sorprese, infatti, quando nel 1845 Manzoni giunse a sconfessare se stesso scrivendo il saggio Del romanzo storico ed in genere de’ componimenti misti di storia e invenzione, e argomentando come il limite di tali libri stesse proprio nella loro inattendibilità storica, nell’alto tasso di falsità in essi contenuta.
Il genere, però, resistette. Nell’ultimo scorcio dell’Ottocento si piegò (forse snaturandosi) ai temi della contemporaneità, divenne sempre più ‘realista’. Basti pensare a romanzi quali Il ventre di Napoli di Matilde Serao o a I Viceré di Federico De Roberto.
Giungemmo così al secolo successivo e il romanzo storico – o tantomeno l’utilizzo del suo contenitore – si trasformerà sempre più in ‘giudizio storico’. E’ il caso de I vecchi e i giovani di Pirandello (1913), severa analisi del processo di riunificazione dell’Italia visto dalla Sicilia. Oppure ebbe intenti retrospettivi, per ricordare e capire la storia che si era attraversato, come intese fare Riccardo Bacchelli con Il mulino del Po. Per approdare, poi, al ‘realismo socialista’ di Vasco Pratolini, esplicitato nella sua trilogia compresa nel titolo Una storia italiana (il primo dei tre romanzi, Metello, fu pubblicato nel 1952) e dove l’autore pone chiaramente i termini ideologici ed economici della ‘questione di classe’.
D’ora innanzi, perciò, il genere potrebbe definirsi quasi ‘antistorico’, come ebbe a scrivere il critico Vittorio Spinazzola in un saggio di qualche anno fa, portando ad esempio I Viceré, I vecchi e i giovani e Il gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Pagine che testimonierebbero, appunto, una sorta di ‘antistoricità’, ovvero un nuovo atteggiamento (una ‘dolorosa consapevolezza’) verso la storia, distante dai trionfalismi di Manzoni e Nievo e dalla ottimistica fiducia nel progresso umano.
Con gli ultimi decenni il romanzo storico – o, per meglio dire, ‘neostorico’ – ha visto molti titoli di successo che qui non staremo ad enumerare, per citarne, invece, uno soltanto e così fare omaggio ad uno scrittore recentemente scomparso, Antonio Tabucchi, che con Sostiene Pereira (1994) dimostrò la praticabilità di un genere letterario ancora efficace per asserire la giustezza dei sentimenti l’irrinunciabilità di certe verità storiche e morali. E magari riuscire a farlo con una scrittura precisa, nitida, avvolgente.

26/03/12

Fantascienza. Se l’incredibile è possibile


In principio era la fiaba, la narrazione epica e mitologica, i resoconti di viaggi in terre esotiche e ‘fuori dal mondo’. Quindi il racconto gotico, il fantasy, il fantastico. Finché, con il progresso scientifico riferito soprattutto alla fisica e all’astrologia, nasce la fantascienza (la science fiction, per dirla all’inglese). Così che i paradigmi scientifici ormai acclarati potessero essere spinti anche ‘oltre’, grazie a quella infrazione praticabile quando si alleano razionalità e fantasia. Pertanto, a costo di ‘farsi paura’, ecco storie dove l’assurdo diviene reale, il prodigio (quasi) credibile. E’ a questo punto – e non certo ignorando precursori quali Poe, Shelley, Verne, Wells – che sorge la fantascienza moderna, un vero e proprio genere letterario che successivamente troverà ulteriori espressioni nel cinema, nel fumetto, nella televisione.
D’ora innanzi la fantascienza vorrà dire ‘meraviglia’, momentanea sospensione dell’incredibile; significherà, a suo modo, la trasposizione di una incondizionata fiducia nel progresso, un atteggiamento mentale aperto al futuro (e al futuribile). Poi l’inquietante fungo della bomba atomica ottenebrerà improvvisamente gli entusiasmi nell’angoscia e nel lutto. Tragedia immane, nonché monito a come la scienza non fosse certo estranea all’opzione tra bene e male. Non a caso, allora, a partire dagli Anni ‘60 e prevalentemente in America, la fantascienza si presterà ad essere anche critica sociologica, interpretazione del presente, giudizio morale, ironia su miti, tabù, certezze. Pensiamo, ad esempio, a racconti quali Villaggio incantato di Alfred Elton van Vogt (parabola satirica sul relativismo), Miraggio di Clifford Simak (a dimostrare che l’incontro tra culture diverse è possibile), Servocittà di Walter M. Miller Jr. (in uno scenario post-atomico le macchine abbandonate ai loro automatismi rendono impossibile la vita ai pochi superstiti), Il costo della vita (grottesca rappresentazione del consumismo). Fino ad affrontare le tematiche dell’emarginazione come ne L’esame di Richard Matheson, dove si descrive una società che mette a morte gli anziani o nel toccante Fiori per Algernon di Daniel Keyes in cui si narra di un ritardato mentale che a seguito di un esperimento scientifico diviene iperdotato, ma solo per breve tempo.
Così – nata popolare – la letteratura fantascientifica si farà sempre più colta. E non a caso i racconti che abbiamo ora richiamato saranno pubblicati la prima volta in Italia nel 1959 in una antologia diventata celebre (Le meraviglie del possibile) nel blasonato catalogo di Einaudi Editore per la cura di Sergio Solmi e Carlo Fruttero. Fu, quella, una vera svolta. Dopo di che – sempre per restare in Italia – non stupirà vedere sulle librerie di letterati e intellettuali l’intera raccolta dei romanzi di Urania (iniziati da Mondadori nel 1952 e ancora in edicola). D’altra parte come ebbe ad avvertire proprio Carlo Fruttero, la fantascienza “non è profezia, ma una proiezione appassionata dell’oggi su di un avvenire mitico: e per questo aspetto partecipa della letteratura e della poesia”.

19/03/12

Ad Est dei pensieri. Un solo mare molte sponde


I luoghi mostrano molto più che paesaggi di cose, perché sono anche pensieri, ‘punti di vista’. Viene in mente, ad esempio, Otranto: la Bisanzio del Salento, estrema terra ad Est che si aggetta come ponte verso Oriente; protesa frontiera dove i millenni hanno incrociato civiltà, religioni, lingue; luccicante attracco di speranze. Ecco, da quella postazione di confine che l’acqua rende indefinibile, nasce spontaneo pensare al Mediterraneo. Nome di un mare, ma soprattutto di sponde, su ciascuna delle quali troviamo storie, pluralità, modi di concepire lo stesso Mediterraneo. Per Hegel, esso era “il centro della storia del mondo, il suo animatore, la sua condizione di vita…”. Era ed è, questa, la rappresentazione del Mediterraneo in un ‘unicum’ geografico-culturale di concezione molto europea e moderna. Vera solo in parte, in quanto non tiene conto delle divisioni, delle frammentazioni, delle differenze che appaiono quando le risacche di quell’unico mare restituiscono alla sabbia le più diverse rive. Basta del resto l’attualità con le sue guerre, conflitti, fondamentalismi, le esasperate rimostranze di identità, a mettere in crisi la visione idealizzata di un immenso territorio i cui confini piacerebbe ancora immaginare segnati dagli ulivi, le menti forgiate al crogiolo delle antiche filosofie, gli animi disposti alla Sapienza delle religioni del Libro. Ma non è così. Il Mediterraneo è ‘liquido’ anche quando si fa terra. E’ arcipelago complesso e molteplice. Costituisce, oggi, una sfida ai nuovi assetti geo-politici, mettendo in discussione il paradigma sul quale si è inteso fondare l’Occidente che alcuni ritengono ormai giunto al declino. E dunque non meraviglia se dinanzi a un tramonto si ripensi all’alba, al nascere dell’Occidente, e quindi ad una ‘mediterraneità’ difficilmente riconducibile ad unità storica e antropologica. Lo scrittore palestinese Edward Said parlava del Mediterraneo come di una complessità “di territori sovrapposti e storie intrecciate” e non disgiungeva la sua riflessione da una critica del concetto di ‘Orientalismo’ che – a suo dire – gli studiosi occidentali avrebbero relegato in stereotipi funzionali ad una visione eurocentrica del mondo. Da ciò – sempre a detta di Said – discendono le opposizioni radicali, le ossessive insistenze di ‘diversità’ rispetto a tutto ciò che è ‘altro’ dall’Occidente.
E’ comunque chiaro come vada ridisegnandosi una geografia che risponda a più aggiornate raffigurazioni di un Mediterraneo plurimo e meticcio. Vaste terre di frontiere che, giustappunto, pongono a-fronte i popoli. Lingue che si apprendono per trasporre parole, ma, anzitutto, per tra-durre esperienze umane. Così che su quel mare possa navigare la fluidità del dialogo, la certezza delle rotte, la pedagogia degli incontri. Forse già nella mitologia biblica è racchiuso il desiderio di tale prodigio, allorché “Mosè stese la mano sul mare. E il Signore durante tutta la notte risospinse il mare con un forte vento d’oriente, rendendolo asciutto”. Anche in tal caso si trattò di un passaggio da una storia all’altra.

12/03/12

Ecco i ‘millennials’. Ragazzi mettetevi in fila


Chiunque, oggi, vada verso la vecchiaia senza acrimonia, ma con la generosità d’animo che auspica per le nuove generazioni una vita congrua a dirsi felice (pur con tutti i balzelli che l’esistenza pone su questo difficile aggettivo), non può che provare scoramento nel vedere, invece, l’assoluta mancanza di tale prospettiva. Mentre la ‘generazione X’ (gli attuali trentenni con laurea, master, affetti e sogni in standby) di lavoro cercano ancora lavoro, sta entrando sulla scena sociale la ‘generazione Y’, i cosiddetti ‘millennials’. Antropologicamente diversi dai loro predecessori, credono che il mondo sia stato sempre così: perennemente connesso in rete, in vendita nei centri commerciali, ovunque raggiungibile low cost. Convinti, dunque, che il mondo sia nato con loro, ritengono di poterlo un giorno gestire con lo stesso piglio smagato con cui dominano la tecnologia. Dio voglia che anch’essi non restino delusi. Ma ad essere realisti sono arrivati troppo presto pure loro, rispetto al tempo che sarà necessario affinché il nostro Paese riequilibri in termini economici e demografici certi rapporti tra generazioni.
Già qualche anno fa, con un libro molto esplicito, Tito Boeri e Vincenzo Galasso avevano tracciato il quadro di una nazione Contro i giovani. Come l’Italia sta tradendo le nuove generazioni (Mondadori, 2007) descrivendo in quale modo egoismi e scarsa lungimiranza avessero portato ad una situazione che, tradotta in soldoni, faceva sì che su ogni giovane italiano gravassero 80.000 euro di debito pubblico e 250.000 di debito pensionistico. Suona come un giudizio morale anche il titolo dato da Carlo dell’Aringa e Tiziano Treu ad un corposo saggio dedicato a Giovani senza futuro. Proposte per una nuova politica (Il Mulino, 2011). Qui, dopo un’analisi tanto documentata quanto allarmante (in Italia circa 2 milioni di giovani tra i 15 e i 29 anni restano fuori sia dall’occupazione che da processi di istruzione e formazione) gli autori individuano percorsi possibili per disinnescare un meccanismo decisamente perverso.
I giovani sono stati quindi traditi non privandoli di futuro, ma costringendoli a questo futuro. Si è così tolto loro Il diritto di sognare – per citare un altro libro di Riccardo Petrella (Sperling & Kupfer, 2005) – laddove il sogno costituisce il rifiuto del presente e il desiderio di un futuro che io decido e non quello che altri hanno disposto per me.
Certo è che il futuro non può progettarsi nel precariato (lavorativo, ma, conseguentemente, anche psicologico, esistenziale). Alcuni ricorderanno il racconto (Il mondo deve sapere, ISBN Edizioni, 2006) che Michela Murgia – oggi scrittrice affermata – fece della sua esperienza di operatrice telemarketing nel call center di una multinazionale. Giunse ironicamente a questa conclusione: “Mi daranno il Premio Nobel per il precariato. E me lo leveranno dopo due mesi”. Amaro sarcasmo su una condizione ingiusta ed offensiva. La vita – perché di questo si tratta – non può essere rinnovata con contratti di sei mesi in sei mesi.

05/03/12

“Ricorditi di me”. Leggenda medievale anzi romantica


Le fiction che sfarfallano dentro le nostre serate televisive hanno discendenze antiche e di gran lignaggio. Una storia su tutte, quella di Pia de’ Tolomei. Leggenda medievale dai drammatici accenti che intreccia sapientemente giallo e mélo, costruita sui pochi (anche se intensi) versi con cui Dante chiude il canto quinto del Purgatorio: “Ricorditi di me che son la Pia. / Siena mi fe’, disfecemi Maremma: / salsi colui ch’inanellata pria, / disposando, m’avea con la sua gemma”.
Racconto che, dall’Evo di mezzo, sedimentò fino a riaffiorare, vibrante, nell’Ottocento. Quella storia romantica di vita, d’amore e di morte era, infatti, perfetta per lo spirito dell’epoca. Vi erano tutti gli ingredienti: il tormento, l’ineluttabilità del destino, la sensualità, lo strazio della lontananza e dell’assenza.
Ma non solo. La vicenda di Pia andava a sovrapporsi ad un’altra narrazione mitica: la Maremma, pelago malsano e destino di morte per chi vi abitava o vi andava a lavorare. Non sarà un caso se il ventenne granduca di Toscana, Leopoldo II, farà dipingere nelle sue stanze del palazzo senese situato in piazza del Duomo, proprio un ciclo di affreschi raffiguranti la Istoria della Pia. Omaggio alla leggenda di Pia de’ Tolomei, ma anche dichiarata premura verso la Maremma che con lui vedrà veramente una rinascita. E’ persino commovente leggere, in proposito, quanto ebbe a scrivere lo stesso Leopoldo alla morte della sua giovane moglie: “raccolto l’ultimo respiro della buona sposa, corsi in Maremma, lei piangendo che mi aveva lasciato, e Maremma desolata e piena di lutto come il cuor mio”.
Gli affreschi dell’anticamera granducale raccontano la storia di Pia seguendo il filo narrativo della “novella in versi” (1822) di Benedetto Sestini, fondamentale testo per comprendere il mito ottocentesco della Pia. Seguirà poi la tragedia di Carlo Marenco (1837), mentre in quello stesso anno Gaetano Donizetti, su libretto di Michele Cammarano (sempre desunto dal poemetto del Sestini), compone un’opera musicale. Fu ghiotta trama anche per un romanzo pubblicato nel 1879 da Carolina Invernizio, popolare autrice di romanzi d’appendice. E nemmeno il cinema del Novecento si lasciò sfuggire il drammone di Pia con i film di Gerolamo Lo Savio (1910), Esodo Pratelli (1941), Sergio Grieco (1958). Negli anni Trenta sarà Marguerite Yourcenar a rappresentarne la storia nell’atto unico Il dialogo della palude. Vi si immagina l’ultimo incontro tra Nello e Pia, ormai resa demente dalla prolungata reclusione. Un Nello pentito e introspettivo che giunge a chiedere perdono fuori tempo massimo. Le vicissitudini della nobildonna senese saliranno inaspettatamente anche sul proscenio del nuovo millennio con il musical che a lei dedicò nel 2010 Gianna Nannini. La rockstar già nel 2007 aveva anticipato il suo racconto musicale nel disco Pia come la canto io, graffiando con la voce parole che dicevano “dolente Pia innocente è prigioniera”.
E provatevi a dire che Pia non è mai esistita.

27/02/12

C’era una volta la classe operaia. Dal paradiso al limbo


Dal paradiso al limbo. Percorso davvero inconsueto quello della classe operaia che, per citare il celebre film di Elio Petri, dalla beatitudine (non certo delle condizioni di lavoro, ma di una coscienza di classe) si è ritrovata in una assoluta vaghezza identitaria. Continuano, infatti, ad esistere gli operai, ma non una classe operaia che fin dai luoghi e dall’organizzazione del lavoro è ormai priva di ‘fisicità’, di un ’inveramento’ (e quindi di una forza) un tempo rappresentati dalle migliaia di persone gomito a gomito sotto i capannoni delle fabbriche. Si è destrutturato (parcellizzato) un sistema produttivo ed un corpo sociale. Così che, nel nuovo secolo del post, chi ancora lavora in fabbrica è un solitario e demodé post-operaio.
Esiste una archeologia industriale fatta non soltanto di edifici abbandonati, ma pure di un dismesso immaginario politico, emozionale, letterario. Per ricordarlo basterebbe andare a rileggere certa narrativa del Novecento, magari partendo a ritroso dal romanzo di Oddone Camerana Il centenario (ovvero i cento anni della Fiat, 1899-1999), una vicenda – annunciava la fascetta del libro – “ambientata tra le macerie del capitalismo”, con il suo giovane protagonista che giunge nella città di Ligonto, vive per qualche giorno all’interno di quella che era la fabbrica più importante dell’intera regione. Là dentro incontra degli anacronistici militanti-funzionari (i Pattumeros) che continuano a comportarsi come se niente fosse cambiato. Una tragicomica che può essere presa ad allegoria della fine del secolo industriale. Quel Novecento che vide la grande trasformazione del nostro Paese, così come ce la raccontarono Paolo Volponi (Memoriale), Lucio Mastronardi nella trilogia di ambientazione vigentina, Giovanni Arpino in Una nuvola d’ira. Storie di boom economico, di esistenze sospese tra alienazione e realtà spesso crudeli e grottesche.
Poi, verso la fine degli anni Settanta, sarà Primo Levi, con La chiave a stella, a riprendere il filone della ‘letteratura industriale’. Lo farà dal punto di vista di un operaio specializzato che lavora in proprio. Un personaggio quasi epico, sempre in giro per il mondo a montare tralicci; sospeso tra terra e cielo ad assicurare bulloni, ma soprattutto un’idea morale e positiva del lavoro.
Per venire ai giorni nostri (i giorni del lavoro ‘flessibile’ e ‘interinale’) forse non c’è ancora una letteratura che sappia interpretarne appieno le contraddizioni. Ci si limita a descriverle, anche efficacemente, come ha fatto Andrea Bajani in Cordiali saluti, che narra di un tizio il cui mestiere consiste nello scrivere lettere di licenziamento guardando i colleghi ‘in esubero’ che ripongono gli oggetti personali dentro piccole scatole e si avviano lentamente verso casa. Un killer che uccide con parole ben costruite facendo un uso estetico e mistificatorio della scrittura messa a servizio del profitto. E la metafora non necessita di spiegazioni, ma di risposte.