21/12/09

Cupiello e gli altri. Per un Natale di antieroi bambini


Che festa imbarazzante è diventato il Natale! Con le residue scorte di ipocrisia si cerca di fronteggiare l’evento (perduta ormai la sua autentica ragion d’essere) utilizzando scene, costumi, trucco e parrucco delle passate edizioni, ma la commedia regge sempre meno. E se commedia ogni anno abbia da rappresentarsi meriterebbe optare davvero per un capolavoro del teatro e per la splendida metafora che vi è compresa: stiamo parlando di Natale in casa Cupiello.
Ebbene sì. Se il mondo con le sue tresche, egoismi e conflitti è una sorta di disastrata famiglia Cupiello in cui ciascuno replica le proprie ossessioni, converrebbe indossare le vesti del disadattato Luca per non vedere quel che succede d’attorno e dedicarsi al maniacale allestimento di o’ Presebbio. Al degrado della realtà opporre così il sogno: difenderlo, accudirlo, rimirarlo. Perché non c’è più nulla da dire, da fare, da sapere su quanto della vita fa problema; e ben venga qualcuno a dirci: “Ma che devi sapere! Che vuò sapé... Fa ‘o presebbio, tu”.
Scappare dunque dall’esistenza, dai discorsi in cui “si sono imbrogliate le lingue”. Fuggire da una realtà troppo frammentata per essere compresa, interpretata, ricondotta a una dimensione razionale. Forse ci vorrebbe davvero una Concetta (la moglie di Luca) capace di quella dolente pazienza e compassione che può ricongiungere le cose della vita al delirio. Però anch’essa è giunta all’esasperazione.
Si facciano dunque avanti tutti gli antieroi-bambini, quelli delle parole strampalate, del “parlare speciale”, e che degli adulti nemmeno capiscono la lingua. Solo il loro candore può pretendere lo spazio fisico e psicologico per allestire un presepe (una pacificata scena) in cui rifugiare i sogni e la speranza. Il loro non-sapere è la vendetta nei confronti di chi sa (o crede di sapere) già tutto. E’ il necessario paradosso per traghettare la disillusione al possibile, l’inadeguatezza della realtà al giusto della vita.
Quando all’ennesimo ed estremo tentativo di ottenere una risposta dal figlio (“te piace ‘o Presebbio?”), Luca ottiene il sospirato “sì”, il suo sguardo ingenuo si disperde (come annota Eduardo De Filippo) ”per inseguire una visione incantevole: un Presepe grande come il mondo”. Allora resta finalmente inservibile quella specie di diabolico ingranaggio morale giocato su un’idea che l’uno esprime e l’altro reprime. Luca muore: piuttosto giovane per essere un adulto, troppo vecchio per essere un bambino. Ma il suo presepe è stupendo, e belle tutte le cose che in quel sogno stanno ostinatamente racchiuse.

14/12/09

Religione e dintorni. Libri scritti con tutta l’anima


Strani tempi corrono. Populisti e xenofobi difendono il cristianesimo brandendo (per ora solo a parole) crocifissi e reclamando vescovi nostrali come “la polenta della domenica”. Ladri e frequentatori di progrediti lupanari ribadiscono (solo per un modesto tornaconto politico) gli irrinunciabili (sic!) principi della morale cattolica. La Chiesa – sempre più in affanno rispetto a un mondo che prescinde dalle fedi o che le assume in allucinanti integralismi – si barcamena fra pronunciamenti alti (come è giusto che sia) e i soliti compromessi di basso commercio. I cattolici praticanti vivono ormai in silenzio il loro credo, spesso a prezzo di molta sofferenza, procuratali, per paradosso, dalla stessa istituzione ecclesiale ogni qual volta essa si irrigidisca su questioni etiche e dottrinali, smentendo quell’Amore che è poi l’essenza dell’annuncio evangelico (terribile, in tal senso, fu l’epilogo del caso Welby).
Ma dentro quella sorta di smog dell’anima che la società post-moderna produce polverizzando se stessa in corporativismi, gelosi interessi, egoismi e chiusure, si respira inaspettatamente (?) un desiderio di spiritualità. Tant’è che persino le librerie impilano molteplici titoli su argomenti religiosi, teologici, ecclesiali.
Proprio sulle questioni che prima accennavamo (quelle etiche) si diffonde il volume di Marco Politi dall’esplicito titolo La Chiesa del no (l’intervista all’autore che in questa stessa pagina pubblichiamo ne fa capire i contenuti). Significativo, poi, che molti lettori (il libro è nella classifica dei più venduti) abbiano affrontato il tema della libertà interiore (unica condizione per non essere menzogneri di fronte a se stessi e agli altri) attraverso le pagine di La vita autentica del teologo Vito Mancuso. E persino Alessandro Baricco nel suo ultimo libro allude – e non si capisce più di tanto la pertinenza – a una delle pagine più belle del Vangelo, titolando Emmaus ciò che risulta essere un banale romanzetto di formazione.
Sempre a giudicare dalle vendite, non c’è timore nemmeno di confrontarsi con la mistica che Carlo Maria Martini propone nelle sue intense meditazioni sulla preghiera, dove l’ex vescovo di Milano, da una fragile condizione di vecchiaia e di malattia, propone Qualcosa di così personale quale è, appunto, l’esperienza della preghiera, per trarsi “fuori dalla schiavitù delle immanenze quotidiane”. Rivisitando, dunque, la celebre battuta di Woody Allen potremmo concludere che noi ci sentiamo davvero poco bene, ma Dio non risulterebbe affatto morto.

09/12/09

Giovani lettori- In aumento i ragazzi orfani di libri


Calano i lettori, crescono le vendite. E’ uno dei paradossi dell’editoria per l’infanzia, i cui dati sono talvolta contraddittori o tanto meno diversificati quando scaturiscano da analisi più articolate che considerino, ad esempio, fasce di età, estrazione sociale, zone geografiche. Resta il fatto che sono in aumento (2300 all’anno) i libri editi per i giovani lettori e che – altro elemento su cui riflettere – i titoli che gli esperti giudicano i migliori non sono poi quelli più venduti in libreria o richiesti nelle biblioteche.
Fanno da padroni Harry Potter e Geronimo Stilton. Le classifiche delle vendite registrano inoltre ai primi posti le storie di Brisingr (saga fantasy di Christopher Paolini) e Le fiabe di Beda il Bardo di Joanne Kathleen Rowling, nato come un cosiddetto pseudobiblium citato in Harry Potter e i Doni della Morte e che la stessa Rowling ha trasformato in un libro vero.
I ragazzi, dunque, sembrerebbero amare la serialità; o, tanto meno, questo viene loro proposto (imposto?) poiché, come riportava tempo fa il trimestrale LiBeR, “ci si è spostati verso un’editoria di ‘evento’ che punta al bestseller e al libro ‘fuori dai ranghi’, meglio se crossover [storia in più parti] e connotato da elementi di serialità”. Un modo, insomma, per creare attrazione e fidelizzazione.
E’ quindi abbastanza chiaro perché un maghetto e un topo abbiano quel vasto seguito di adepti. Ma ciò nonostante il numero dei giovani lettori è diminuito. L’ultimo sondaggio di Doxa Junior (5-13 anni) & Teens (14-18 anni) rilevava come i soggetti che dichiarano di aver letto almeno un libro nell’anno, fossero passati dal 71 per cento del 1997 al 64 per cento del 2007. E il valore è ancora più basso per la fascia dei 14-18enni che scende al 54%. Per non parlare dei lettori con almeno tre libri l’anno: un modesto 30%.
Sempre a proposito di analisi controverse, pare che di questa flessione non possa essere data la colpa nemmeno a Internet. Secondo Umberto Eco, infatti, il web avrebbe addirittura contribuito a spingere i giovani verso i libri, tant’è che i livelli di lettura di quanti smanettano sul pc sono decisamente superiori a quelli di coloro che non ne fanno uso.
Si considera ormai pura accademia il richiamo al ruolo della scuola e della famiglia nell’educare i ragazzi all’amore verso la lettura. Eppure (e speriamo che anche dai dati non discenda retorica) risulterebbe che nei nuclei familiari dove si possiedono più di 200 libri e in cui entrambi i genitori leggono, la percentuale dei ragazzi-lettori supera l’80%. Benedette siano quelle quattro mensole domestiche.

30/11/09

Dialetti e politica. La lingua batte dove la secessione duole


Il dibattito su lingua e dialetti sta diventando una battaglia politica, e in quanto tale un bel teatrino (ovviamente dialettale) che dai circoli di paese giungerà a calcare il palcoscenico sanremese dell’Ariston. Infatti, dopo 60 anni, al festival della canzone italiana potranno partecipare interi brani scritti in lingue locali. Come dire: il profumo delle rose di un ormai lontano “Grazie dei fior” incrocerà quello più casereccio di “polenta e osèi”. Sarà dunque il caso di prepararsi al peggio. Amiamo troppo la canzone popolare e dialettale per tollerarne imitazioni (se tali saranno) inevitabilmente kitsch.
Ma per tornare al vero nocciolo della questione, ciò che appare paradossale è fare dei dialetti e della loro indiscutibile ricchezza culturale un’arma secessionista, agitata in nome di una identità di cui a nessuno è chiesta la rinuncia. Una lucida analisi di questi temi apparve mesi fa sulle pagine del Corriere della Sera, laddove Paolo di Stefano portò proficuamente a sintesi il pensiero in proposito dello storico letterario Giulio Ferroni, il quale sostiene che la grande letteratura non può essere campanilista: nemmeno quel filone di poesia dialettale novecentesca che scelse sì il dialetto, ma in quanto “lingua pura per eccellenza, in contrasto con la lingua della comunicazione consumata dai media”. Una sorta di latte di Eva, dice altrimenti Zanzotto, che “non ha niente a che vedere con il dialetto usato oggi in certa narrativa, un colore locale, un idioma banalizzato che ha aspetti di espressionismo soltanto esteriore, un uso superficiale e di maniera”. Già Pasolini, molti anni fa, ci aveva avvertito che il ritorno del dialetto “è una piccola trovata che non ha riscontro nella realtà”. Non lasciatevi ingannare – raccomandava lo scrittore friulano – da cinema, farse e canzonette che sembrerebbero riscoprire il nostro patrimonio folcloristico. Tutto ciò “è un fatto irrilevante: riguarda la sovrastruttura, non la struttura della società. Il dialetto e il mondo che lo esprimeva non esistono più”.
Lasciamo dunque perdere l’insegnamento a scuola dei dialetti. Operazione peraltro impossibile se pensiamo alle molteplici varietà espressive praticate in ogni idioma. I micronazionalismi, anche quelli linguistici, sono fuori dal tempo. Badiamo, piuttosto, a usare bene una lingua condivisa, senza magari dimenticare (praticandolo nei luoghi e nei contesti che ci sono familiari) il parlato dei nonni, che, state certi, domani (con noi e nonostante noi) potrà ancora trasformarsi “contaminandosi”, chissà, con quali altre parole del mondo.

23/11/09

Cannibali di parole. Parliamo ormai la ex-lingua di Dante



Già da tempo stanno suonando allarmi per la lingua italiana. Una lingua – ha detto recentemente Stefano Bartezzaghi – sempre più “scalza e scravattata”, fatta “di neologismi umoristici, di tormentoni e usi informali”. Nel migliore dei casi una lingua “di plastica”, “media”, ovvero mediocre e omogeneizzata, appunto, al linguaggio dei media. La preoccupazione di linguisti e persone di cultura ha trovato sponda anche nell’edizione 2010 del vocabolario Zingarelli, dove, accanto ai 1200 nuovi ingressi che spiegano cosa debba intendersi con termini del tipo “vipperia” o ginnastica “pump”, si segnalano almeno 2800 parole da salvare, poiché cadute in disuso. Insomma abbiamo parole-panda, a rischio di estinzione, come, ad esempio, “rorido”, “intrudere”, “ubbìa”, “armigero”. Il problema dunque – evidenziava tempo fa Paolo Foschini sul Corriere della Sera – è che a minacciare il nostro parlato non è solo la smania anglofona, ma anche una sorta di “cannibalismo interno” che va ad assassinare parole di cui, invece, potremmo avere ancora bisogno. Anche perché – argomentava ancora Giuseppe Antonelli sul domenicale del Sole 24 Ore del 25 ottobre – le parole desuete non si salvano limitandoci a repertoriarle in un dizionario, ma riproponendole in contesti di larga circolazione, fosse pure la canzonetta.
Dunque saremmo arrivati al punto che scriviamo e parliamo ormai la ex-lingua di Dante. A proposito di Dante e di crisi della lingua italiana, quel grande studioso e divulgatore della Commedia che è Vittorio Sermonti apparirebbe più tollerante di altri, sostenendo che gli anglismi (alcuni utili, altri ridicoli) che si praticano attualmente nella nostra lingua sono assai meno dei gallicismi che usa Dante. E a detta dell’insigne dantista la vitalità di una lingua si vede proprio dagli innesti che possono funzionare oppure no e, quindi, nel corso del tempo andare perduti. E’ del resto noto che nella sua sorprendente ricchezza il lessico della Commedia contenga molteplici elementi dialettali, nonché dei veri e propri neologismi creati da Dante. Alcuni di essi hanno avuto una tale fortuna da essere diventati patrimonio del linguaggio comune (fertile, gabbare, mesto, molesto, quisquilia, tetragono); così come espressioni quali “senza infamia e senza lode” o “il ben dell’intelletto”.
Per quanto ci riguarda continuiamo a restare stupiti dalla modernità, dal potere evocante contenuti nella lingua dantesca (indiscutibile sorgente della nostra comunicazione) al cui confronto quella di noi odierni parlanti risulta sì pratica, ma davvero modesta come la plastica.

16/11/09

Tra “gelo” e “siccità”. In scarne parole il dramma della vita


Stile e poetica di Romano Bilenchi hanno a più riprese impegnato la critica, poiché non è stato facile inquadrare quel percorso letterario che, fin dalle prime prove, esprime una narrativa prevalentemente introspettiva, dalla scrittura “semplice” e prosciugata. Una delle definizioni più efficaci si deve a Luigi Baldacci, quando identificò la chiave compositiva di Bilenchi in una “fiaba triste immersa in un quadro lontano di memoria e di mito” e dove è “protagonista assoluta la vita con le sue epifanie, intermittenze, attimi sospesi, stati di grazia”. La vita, appunto, con il prevalere delle cose prima ancora delle parole. E proprio per questo le parole saranno essenziali e controllate, sottoposte a una continua e assillante operazione di pulizia. Da ciò è deducibile anche l’eccentricità di Bilenchi rispetto a certa letteratura del Novecento dove, invece, si assisté a una incontrollata proliferazione linguistica.
Di nuda realtà parla Bilenchi, di drammatiche verità per le quali – annota Massimo Raffaeli – la pagina spoglia non è un vezzo formale, ma costituisce “una divisa morale e civile”. E’ dunque attraverso un dire votato alla povertà espressiva (ma quale lavorio lascia intendere un sì fatto sforzo di “privazioni”!) che si racconta il tormento esistenziale dell’uomo già tutto contenuto e anticipato nell’età adolescenziale. Si legga al proposito il trittico che va sotto il titolo de Gli anni impossibili per apprendere la lezione bilenchiana secondo cui siccità e gelo denudano le piante fino alla corteccia rendendole però più forti ai rigori delle stagioni. Così è per l’uomo, allorché la verde esuberanza degli anni giovanili scolora e rattrappisce nella crudezza della vita adulta. Scena del dramma è spesso la campagna senese e toscana con le sue ruvidezze e docili pieghe, come in Conservatorio di Santa Teresa, laddove il paesaggio va quasi a segnare per il piccolo e introverso protagonista una linea di confine tra costrizione e libertà: “Nei pomeriggi di bel tempo, quando prati e alberi soggiacevano all’immobilità dell’aria e occorreva sforzarsi a raccogliere da una direzione qualsiasi della campagna o dell’orizzonte uno stimolo per fantasticare perché la mente non si assopisse nella calma immensa, gli unici soccorsi venivano dalle crete”. Alla fine, però, la fantasia rimarrà delusa e disincantata. E’ questo il travaglio psicologico narrato insistentemente da Bilenchi: lo scontro dell’io con la realtà. E di tale perenne ostilità fa testo, ma senza isterismi di sorta, quella scrittura così nitida e intensa.

10/11/09

Volare si può. La letteratura che solleva dai fardelli del vivere


Torna la festa del libro per ragazzi (e non solo per loro) con l’evocante titolo di “Leggere è volare”: Ad ammiccare, appunto, che la pagina scritta può sollevarci dai fardelli e dalla fatica (dal male?) di vivere per trasportarci non fuori dal mondo, ma almeno un po’ al di sopra. Perché il linguaggio, il racconto delle cose e dei pensieri – insegnava Italo Calvino a proposito di leggerezza – “aleggia sopra le cose come una nube”. L’autore delle Lezioni americane citando Cervantes, Shakespeare, Cyrano de Bergerac, Leopardi ebbe proprio a evidenziare come autori così diversi avessero comunque nella loro scrittura la magia di una formula quasi sciamanica per la quale la parola si fa leggera e come tale "inseguimento perpetuo delle cose, adeguamento alla loro varietà infinita". Questo è il potere della letteratura: un guizzo di ragione e sentimento per sfuggire l’inerzia e l’opacità del mondo.
Dunque un buon libro può risarcirci di tutte quelle privazioni a cui la pesantezza dell’esistenza ci costringe e offrirci una percezione diversa della vita stessa. Sempre nelle Lezioni americane Calvino scrive: “Se volessi scegliere un simbolo augurale per l'affacciarsi al nuovo millennio, sceglierei questo: l'agile salto improvviso del poeta-filosofo che si solleva sulla pesantezza del mondo”. Tra i due opposti – pesantezza e leggerezza – sta quindi la letteratura come mezzo di “levitazione”, ma anche di “puntamento” verso “il tutto”. Sarà ancora Calvino a sottolineare questo ulteriore aspetto con il suo Palomar, personaggio quasi ossessionato dallo scrutare ogni “piccolo” che è contenuto nel “grande”, perché per afferrare l’insieme non si può che partire da un piccolo punto. Ulteriore metafora calviniana per descrivere l’immensa fatica dell’uomo a “sostenere” la realtà.
Insomma leggere è volare e quindi conquistarsi un privilegiato (talvolta magico) “punto di vista” sulla realtà. Da ciò nasce il valore educativo della lettura. Lo aveva capito benissimo Jean-Jacques Rousseau, il quale, in quel capolavoro pedagogico che è l’Emilio, quando si pose il problema di insegnare a leggere al suo allievo immaginario, arguì che la questione prioritaria non era tanto il metodo da adottare, ma, paradossalmente, come far nascere l’amore per la lettura.
La letteratura, peraltro, non rappresenta soltanto il nesso tra pesantezza e levità del vivere. In essa sta lo sforzo di suturare tutti gli opposti del sentimento umano. E per tali ragioni dai libri più che notizie o storie si apprende (si comprende) l’essenza (l’anima) che davvero va a suscitare il racconto delle cose.

03/11/09

Paurose storie. Se stanno nei libri sono fuori da noi


Per non avere paura della paura bisogna farsi paura. E anche in tal caso i libri possono darci un certo aiuto. Se infatti le paure saranno in quelle pagine, significherà che non sono più dentro noi. Proprio in ragione di queste proiezioni psicologiche nacque, nel Settecento, un genere narrativo che approdò a una sua dignità letteraria con il gothic romance. Le paure individuali, ma anche quelle collettive legate all’irruenza dei mutamenti sociali, trovarono così una loro rappresentazione e una forma di simbolizzazione artistica. Eravamo nell’epoca dei Lumi, però (e probabilmente perché andavano sovvertendosi certezze credute fino allora indiscutibili) ci si volle ribaltare nelle cupezze del medioevo (da qui l’aggettivo di “gotico”) e in quelle penombre inscenare storie di amori impossibili, conflitti interiori, inquietanti fenomeni paranormali.
L’iniziatore di ciò che venne detto anche “romanzo pauroso” è considerato Horace Walpole con Il castello di Otranto (1764) e uno degli ultimi titoli del genere si deve invece a Bram Stoker, autore del celebre Dracula (1897). Nell’arco di un secolo – complice anche l’avvento del Romanticismo che non disdegnava affatto mistero, tenebre e sentimentalismi – si ebbe dunque una fiorente produzione “fantastica” che fra le sue opere più significative annovera Il vecchio barone inglese di Clara Reeve, Vathek scritto in francese da William Beckford. I misteri di Udolpho e L’italiano o il confessionale dei penitenti neri pubblicati da Ann Radcliffe, quindi Il monaco di Matthew Lewis. Finché, agli inizi dell’Ottocento, arrivano il Frankenstein di Mary Shelley, Il vampiro di John William Polidori, Melmoth l’errante di Charles Robert Maturin.
Una significativa svolta di questo genere si ebbe a metà Ottocento con Edgar Allan Poe, poiché finalmente si lasciarono perdere le sinistre stanze di castelli e monasteri neogotici o le stranezze di fenomeni sovrannaturali per scandagliare, invece, l’uomo, le profondità dell’io dove annidano paure e angosce. La narrativa anticipò insomma la psicanalisi ed ecco, oltre a Poe, Robert Louis Stevenson con Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde o ancora Arthur Conan Doyle, ritenuto il vero il fondatore del “fantastico”. Da qui scaturiranno in seguito i generi del noir, della fantascienza, dell’horror.
Quindi, poiché la paura è un’emozione che ci appartiene e che sta sospesa dentro di noi tra istinto ed elaborazione culturale, ben venga la lettura di storie paurose. Avvertiva Seneca: se volete non aver paura di nulla, dovete credere che tutto possa farvi paura.

26/10/09

Contaminazioni. Come storie create… ad arte


Se volessimo impicciarci dei nessi tra arte e letteratura, il catalogo sarebbe indubbiamente ricco. Prendere un’opera d’arte a “protagonista” (o tantomeno a pretesto) di un romanzo è operazione da sempre praticata e, soprattutto negli ultimi tempi, anche fin troppo abusata. Basti pensare ad alcuni best-seller come “La ragazza con l’orecchino di perla” di Tracy Chevalier, ispirato all’omonimo quadro di Vermeer (altrimenti detto “La ragazza col turbante”) oppure, sempre della medesima autrice, “La dama e l’unicorno”, in tal caso suggerito dagli arazzi che si conservano al Musée du Moyen Age di Parigi. Di questo accattivante gioco la Chevalier ne ha fatto un genere piuttosto redditizio, inventando, appunto, storie di personaggi tratti dalle opere d’arte. In Italia i suoi romanzi sono pubblicati da Neri Pozza che non a caso ha ideato una collana intitolata “I narratori delle tavole”. Dalla California sembra farle il verso Susan Vreeland che, intrigandosi sempre con Vermeer, ha invece pubblicato “La ragazza in blu”. Del resto il pittore fiammingo – sarà forse per quelle sue figure così misteriose e potenti – pare incontrare facilmente la fantasia degli scrittori. E’ sempre lui, ad esempio, il protagonista indiretto de “La doppia vita di Vermeer” scritto da Luigi Guarnieri e incentrato sulla turbolenta biografia di Han van Meegeren, grande falsario dello stesso Vermeer.
Procedendo a ritroso nel tempo non può essere dimenticato uno dei romanzi più riusciti di Anna Banti (“Artemisia”, edito nel 1947) che rievoca la vita della pittrice seicentesca Artemisia Gentileschi, narrando la vocazione artistica di una donna in lotta con i pregiudizi del suo tempo. Ancora la Vreeland ha ripreso recentemente questa vicenda pubblicando “La passione di Artemisia”.
E figuriamoci, poi, se poteva mancare il metaforico e allucinato Bosch: ci ha pensato l’inglese Gregory Norminton architettando divertenti storie con i personaggi de “La nave dei folli”. Da par suo, in Italia, Marosia Castaldi, attraverso una scrittura decisamente visionaria (si legga “Dava fine alla tremenda notte”) rievoca il pittore Hans Memling e le sue ripetute Madonne col Bambino, dipinte su tele grondanti rosso sangue.
Però, diciamocela tutta, il più bello e inquietante dipinto che incontriamo nella storia della letteratura resta “Il ritratto di Dorian Gray”, poiché su quella tela, infine lacerata da un coltello, è racchiuso il problema se debba essere l’arte a imitare la vita o viceversa. Questione di non poco conto, poiché baloccarsi con l’estetica non può prescindere da un giudizio morale sulla vita e – perché no – sulla (sua) bellezza.

19/10/09

Raccontare gli etruschi. Favola d’ombre e di svelati enigmi


Anche se, almeno negli aspetti fondamentali, la storia degli etruschi non presenta più insondabili oscurità, piace sempre avvolgerla nel mistero. Già il loro nome suscita un ammirato timore non poi così dissimile da chi, nell’antichità, volle descriverne le gesta. Si pensi alle Storie di Erodoto (sua la tesi che gli etruschi fossero emigranti provenienti dall’Asia Minore), alle appassionate tesi di Dioniso di Alicarnasso (che invece ne sosteneva origini autoctone), agli Annali di Livio o alle pagine di Virgilio sulla nascita di Roma. E poi il rebus di quella lingua che secondo la recente opinione di Giovanni Semeraro (Il popolo che sconfisse la morte. Gli etruschi e la loro lingua, Bruno Mondadori, 2006) altro non sarebbe che un incontro tra idiomi mediterranei.
Ciò nonostante il mistero continua a intrigarci. Le sue ombre, ad ogni tramonto, si allungano lungo le coste del Tirreno, negli anfratti delle necropoli, nelle evocanti reliquie riportate alla luce. Gina Lagorio, parlando di una giornata trascorsa a Volterra con Giorgio Caproni ebbe a scrivere: “Furono ore lente, vicino alla necropoli etrusca: un paesaggio dell’anima, dove le parole avevano un suono, e un peso, diversi”. E giusto a Volterra è ambientato il giallo di Valerio Massimo Manfredi intitolato Chimaira, dove un giovane archeologo sta cercando di decifrare una misteriosa anomalia racchiusa nella statuetta etrusca nota come L’ombra della sera (nome che le sarebbe stato attribuito da Gabriele D’Annunzio). Anche in pagine di pura fantasia come quelle di Manfredi, ecco riproporsi tutto un immaginario legato al mito etrusco, al loro culto della morte, poiché – come scrisse Curzio Malaparte – “le vere città degli etruschi sono le necropoli. Le città dei vivi non erano che sobborghi di quelle dei morti”.
Ma la citazione letteraria che forse meglio ci consegna la presunta indole di un popolo è quella di Vincenzo Cardarelli, nato a Carneto Tarquinia. Poeta di grande sensibilità e vena elegiaca, dedica ai suoi luoghi natali queste parole: “Qui rise l’Etrusco, un giorno, coricato, con gli occhi a fior di terra, guardando la marina. E accoglieva nelle sue pupille, il multiforme e silenzioso splendore della terra fiorente e giovane di cui aveva succhiato il mistero gaiamente, senza ribrezzo e senza paura, affondandoci le mani e il viso. Ma rimase seppellito, il solitario orgiasta, nella propria favola luminosa. Benché la gran madre ne custodisca un ricordo così soave che, dove l’Etruria dorme, la terra non fiorisce più che asfodeli”. E quella favola continua.

13/10/09

Palio & Misteri. Color terra di Siena tendente al… giallo


Forse disorientato dalla complessità di sentimenti e di intrighi che il Palio di Siena sottende, quel signore che nel luglio del 1891 si aggirava nei pressi di piazza del Campo con pipa e strano cappellino in testa, non pronunciò, almeno in quella circostanza, la sua fatidica frase: “elementare Watson”. Anzi, ebbe a dire che il Palio era “troppo complicato per un forestiero”. Stiamo parlando ovviamente di Scherlock Holmes che, nella finzione del romanzo d’esordio di Luca Martinelli intitolato, appunto, Il Palio di Scherlock Holmes, si trova a Siena mentre è alle prese con un complicato caso di doppio omicidio. Nelle vicende senesi che vedono impegnato il noto investigatore il Palio resta semplicemente sullo sfondo anche se – secondo la migliore tradizione giallistica – non può mancare una quasi sincronia tra lo scoppio del mortaretto e lo sparo di una pistola. Situazione che pure Carlo Lucarelli aveva riproposto nel suo racconto contenuto nel libro collettaneo Visioni di Palio (2004), poiché secondo lui il Palio potrebbe costituire la scena per il delitto perfetto: sparando in contemporanea al botto del mortaretto “e andarsene indisturbato quando la Contrada che ha vinto attraversa le vie della città cantando a squarciagola dietro al palio appena conquistato”.
Non c’è dubbio su come il Palio abbia via via stuzzicato l’immaginazione degli autori di tryller e dintorni. Anni fa Frederick Forsyth, maestro dello spionaggio d'azione, ambientò a Siena uno dei racconti (Il miracolo) compresi nel libro Il veterano e altre storie (2001). Tra luoghi comuni sulla città e descrizioni alquanto bislacche, a un certo punto egli scrive che negli “angusti vicoli, nei rioni più vecchi… non v'era traccia degli abitanti, poiché quello era il giorno del Palio. [...] Quello che giungeva da Piazza del Campo era ormai un urlo ininterrotto”.
Ma a proposito di Palio e letteratura gialla, il migliore libro scritto resta, al momento, Il Palio delle contrade morte di Fruttero & Lucentini (1983), dove attraverso la narrazione di una vicenda sospesa fra il poliziesco e il fantasy, si coglie quell’aura spiritica che sembra percorrere la Festa dei senesi. Concluderanno i protagonisti del romanzo: “Ci hanno voluti qui [...] come testimoni, per non essere i soli viventi ("viventi"?) su questa piazza, su questa terra, a veder correre questo Palio delle loro risuscitate contrade”.
Oggi è la volta di Sherlock Holmes che nel riuscito racconto di Martinelli di fatto non assisté al palio. E di ciò si pentì al punto di affermare che fu “un imperdonabile delitto”.

05/10/09

Imago urbis. La visione della città tra estetica ed etica


Da sempre la città non ha significato soltanto la delimitazione di uno spazio abitato, ma anche un concetto, l’esplicitazione di un’intima visione delle cose e dell’esistere. E’ dunque in ragione di ciò che, nel tempo, ogni città viene “raffigurata” intrecciandone immagine reale e immagine ideale. Questa imago urbis è innanzitutto legata all’esperienza figurativa della pittura e della fotografia che a vario titolo e secondo le diverse esigenze (topografiche, descrittive, ad effetto estetico) mostrano la città ora come realtà d’uso, ora come oggetto di contemplazione. Tuttavia qualunque sia il “punto di vista” del pittore o del fotografo di turno, e anche laddove egli intenda perseguire meri intenti realistici, porterà in quella raffigurazione una sua “idea” di città connessa ai propri riferimenti culturali. E proprio il tramandarsi di questi punti di vista va poi a formare la “leggenda” di determinate città (Siena è ormai fra queste).
Non di meno la letteratura offre visioni e interpretazioni delle città. Si pensi al ribollente scenario di Napoli proposto dalle pagine di Anna Maria Ortese, alla appartata Ferrara di Giorgio Bassani, alla Roma vacua di Alberto Moravia, alla Trieste quando mesta quando ridente di Svevo e Saba, al rifugio di odori e memorie che Dacia Maraini ritrova a Bagheria. O alla Siena di Federigo Tozzi, città che egli amò nei suoi scorci e recessi ma non nei suoi abitanti che ne facevano, secondo lui, una realtà angusta e asfissiante. Insomma un amore/odio tacitamente contraccambiato dai senesi verso il geniale ma troppo scontroso concittadino. Poiché essi, al profilo psicologico della città che emerge dagli scritti tozziani hanno sempre preferito l’immagine “anacronistica”, immaginifica, attraverso cui si è prevalentemente raccontata Siena. Ovvero una dannunziana “città del silenzio” posta dentro al frastornante riverbero della sua memoria. Una raffigurazione di stampo romantico che, probabilmente, continuano a cercare anche i forestieri un po’ cialtroni dei giorni nostri. Gli instancabili pulsanti delle macchinette fotografiche – e quindi gli sguardi che vi stanno dietro – sembrerebbero non voler catturare altro (di Siena e di analoghe città leggendarie) che il brivido del passato, la prodigiosa cartolina. O forse l’insistenza nel voler perpetuare questa visione straniante, è speculare alla confusione delle identità, allo stravolgimento dei paesaggi esteriori e interiori. Per cercare ancora una volta l’immagine di una città (e di se stessi) non solo estetica ma anche etica.

28/09/09

Tozzi da Poggio al Vento. Lassù dove si apprende un’intima cosmografia


Chi si trovasse a percorrere la strada senese dei Cappuccini – su quella defilata altura di Poggio al Vento che, almeno in parte, è riuscita a respingere gli assalti dell’urbanizzazione – non faticherà più di tanto a percepire il genius loci che vi risiede. Stiamo parlando di Federigo Tozzi, la cui memoria trapela non soltanto attraverso i muri della casa rossa che costeggia la strada e dove lo scrittore (nel podere di Castagneto) trascorse alcuni anni della sua vita, ma pure nella campagna che da lassù declina, si interra e si rialza finché non abbia consegnato all’azzurro il profilo della città.
E’ da questi luoghi, infatti, che muovono i primi apprendimenti dell’intima cosmografia tozziana. “Che punto sarebbe quello dove s’è fermato l’azzurro? Lo sanno le allodole che prima vi si spaziano e poi vengono a buttarsi come pazze vicino a me?”; così scriveva Tozzi in apertura a Bestie, un capolavoro di prose liriche (“liriche senza canto e senza retorica”, le definì Paolo Orano), dense e inquietanti per i loro reconditi significati, per certi sguardi sulla natura indagatori e stranianti. E’ su questa terra, in cui, per virtù delle pagine tozziane, la volta celeste rattrappisce fino al minuscolo luccichio di uno scarabeo, che lo scrittore senese opera i suoi carotaggi per sondare il “profondo”, sperimenta la sua ossessiva qualità visionaria. Nella convinzione – così disse in una novella – che “la realtà delle cose dipende dai nostri sentimenti”. Eh già: la realtà, al di là della sua apparenza, è difficile a comprendersi. Cose e persone sono sempre altro-da-sé. E non a caso anche i protagonisti dei romanzi tozziani non riescono mai ad accettarsi per come sono. Pur nello sforzo di volersi dare una identità – lo annota efficacemente Romano Luperini – rivelano poi insofferenza ed estraneità rispetto a se stessi. Cosicché il loro essere risulta qualcosa di “altro” rispetto al mondo e alla propria coscienza.
Nella narrativa di Tozzi accade ben poco dal punto di vista della trama. Ma prevale, appunto, questo scavo continuo dentro la psicologia dei personaggi che divengono, quindi, caratteri universali. Si svolge così anche l’aggrovigliato filo di una autobiografia ai limiti del subconscio, tutta giocata su un “io” che perde i propri contorni, non ha consistenza; e si proietta allora in un “doppio”, in un individuo che si vuole diverso e allo stesso tempo identico a sé.
Tale era l’universo interiore che si rivelava a Tozzi dal podere di Castagneto, laddove – scrive in chiusura di Bestie – “ci si sta così bene a piangere con la faccia su l’erba fresca, che arriva fino all’anima!”.

21/09/09

L’ora di italiano. Come (non) spiegare la letteratura del 900



“All’uscita di scuola i ragazzi vendevano i libri”, cantavamo agli inizi degli anni 70. Anche perché quei libri, ieri come oggi, se non venivano venduti erano eventualmente destinati ad alimentare le muffe di cantine e soffitte, ma quasi mai a guadagnarsi il dignitoso scaffale di una libreria. Inesorabile destino dei libri scolastici, a torto o a ragione ritenuti dei non-libri. Eppure costano un’esagerazione, e come nel caso dei manuali di letteratura italiana (questo è l’argomento che più ci preme) rappresentano un significativo punto di osservazione riguardo a ciò che gli specialisti chiamano il “canone letterario”, ovvero rispetto alla compilazione di una lista di autori considerati irrinunciabili per comprendere il formarsi di una cultura nazionale. Questione che riguarda principalmente il Novecento, secolo che piace ormai definire “breve” e che in letteratura sembrerebbe esserlo quanto mai, superando a malapena la soglia dei sessant’anni.
Accade così che nelle scuole superiori, la conoscenza della letteratura del secondo Novecento sia pressoché affidata alla sensibilità, agli interessi, alle “stravaganze” di qualche insegnante, poiché in mancanza di un canone anche scolastico si procede zompando tra Svevo, Pavese, Moravia, Calvino e quant’altri. Eppure l’istituzione scolastica, interagendo con la critica maggiormente qualificata, dovrebbe essere il principale soggetto in grado di trasmettere un patrimonio letterario definito e condiviso.
Certo è che la costituzione di un canone non può essere condotta con sbrigativi e contingenti criteri… calcistici, del tipo “esce Pratolini entra Landolfi”. Si tratterà, infatti, di formare una ideale biblioteca del Novecento che testimoni anche la “percezione” che in questo secolo si è avuta del valore di un testo letterario, in rapporto, quindi, a certi mutamenti culturali, antropologici, di immaginario collettivo. La letteratura diviene allora chiave di interpretazione della contemporaneità, costituisce giudizio, testimonianza e trasmissione di una memoria. E nel dinamismo, nella dialettica che tali processi critici suscitano non si addiverrà soltanto a una lettura della contemporaneità, ma addirittura ad una reinterpretazione del “trascorso”, cosicché non possa escludersi pure una riformulazione di ciò che è il canone letterario preso in tutto il suo arco storico, dalle origini ad oggi. Poiché anche in tal caso vale la constatazione che George Orwell fece esprimere a Winston, il protagonista di 1984, il quale ripensando a un decennio appena trascorso prendeva atto di come “il passato non solo cambiava, ma cambiava in continuazione”.

14/09/09

Disegnare la scrittura, scrivere i disegni


Con espressione acculturata viene detta “letteratura per immagini”, però, per farla breve, del “fumetto” si tratta. Definito, appunto, in tal modo perché dentro a certi sbuffi di fumo sono riportati i dialoghi tra i personaggi che animano le diverse storie, più disegnate che scritte.
Si è stabilito che la nascita del fumetto – ma il dibattito sulla sua primogenitura è tutt’ora aperto – sia da attribuirsi all’intuizione narrativa di un maestro di scuola, il ginevrino Rodolphe Töpffer, che tra il 1827 e il 1833 realizza e pubblica “Sette racconti per immagini”. Töpffer ebbe subito un gran successo e quindi anche diversi imitatori, tant’è che il fumetto si diffuse rapidamente in tutta Europa. Insomma nacque un genere (e perfino un business) che nel corso del tempo ha progressivamente scavalcato i recinti in cui lo si credeva confinato (quelli dell’infanzia e dei ceti popolari) per raggiungere anche la cultura dotta.
Non siamo esperti della materia e perciò sarà bene evitare azzardi critici. Ci limiteremo a una semplice testimonianza. Fu su Il Corriere dei Piccoli che esercitammo i primi passi nella lettura, cantilenando le gustose didascalie a piè di ogni vignetta, composte in ottonari a rima baciata (taluni ricorderanno: “Qui comincia l’avventura / del Signor Bonaventura”) e attraverso successive e casuali incursioni tra Il Monello, L’Intrepido e Tex, approdammo, da adulti, al Corto Maltese di Hugo Pratt. E fu una rivelazione per come in quelle pagine si fosse giunti a una delle più sorprendenti sintesi tra fumetto, pittura e letteratura. Folgorati, dunque, da una “narrativa grafica” di notevole livello letterario che lasciava intendere quale mole di letture vi stesse dietro (Kipling, Rimbaud, Salgari, Hesse, Conrad, Borges, tanto per fare qualche nome). Non a caso Pratt diceva che “prima di scrivere ogni storia leggo cinquanta libri” definendosi un autore di “letteratura disegnata”, perché – amava ripetere – “disegno la mia scrittura e scrivo i miei disegni”.
La nostra infatuazione prattiana nacque quando con Una ballata del mare salato realizzammo che il fumetto (quale bellezza le profonde campiture di quei paesaggi!) potesse farsi davvero romanzo di raffinata trama e ritmo narrativo in un movimento sincronico di avventura, amori, eroismi, malinconie. Ci iscrivemmo, così, alla scuola di pensiero di Umberto Eco che non ebbe remore nel dichiarare: “Quando ho voglia di rilassarmi leggo un saggio di Engels, se invece desidero impegnarmi leggo Corto Maltese”. E non neghiamo che da allora il termine “fumetto” ci sembrò molto riduttivo.

07/09/09

A proposito di Montaperti - Se la storia si fa mito, anzi letteratura


Aristotele sosteneva che "il racconto è mito poiché sa comporre gli avvenimenti in unità, in cui appare la loro verosimiglianza". Come dire che talvolta il mito appare più reale della realtà stessa, perché va oltre la mera narrazione dell’accaduto, arricchendo i fatti di molteplici suggestioni emotive e psicologiche.
Tutto questo è avvenuto anche nel caso della battaglia di Montaperti (1260), epico e sanguinoso scontro tra senesi e fiorentini, la cui drammaticità fu colta da Dante nella Commedia con quei celebri versi che miravano giusto a sottolineare “… lo strazio e ‘l grande scempio / che fece l’Arbia colorata in rosso”. Il Poeta ritornerà sull’argomento pure quando, nel Cerchio dei Traditori, inciampa sulla testa di Bocca degli Abati, cosicché il nobile fiorentino – che secondo Dante sarebbe stato il traditore della battaglia di Montaperti – lamenta: “… Perché mi peste / se tu non vieni a crescer la vendetta / di Montaperti, perché mi moleste?”.
Passeranno gli anni, ma non il ricordo di quelle vicende. Tant’è che in epoca quattrocentesca, il barbiere-letterato Domenico di Giovanni detto il Burchiello (bizzarro personaggio che da Firenze fu esiliato a Siena per esplicite antipatie verso i Medici) versificò alla sua maniera strampalata: “Quando i Romiti furono sconficti / in val di Biena dalle pastinache / e fo’ sì grande la piena al Bozzone / che l’Arbia se n’empì di ceci in brodo / donde si crucciò l’Ombrone in Serchio”. Sorprenderà, poi, vedere citato Montaperti persino nel foscoliano Jacopo Ortis. Foscolo, infatti, (in cuor suo piagnucolava la doppia delusione per il mancato matrimonio con Isabella Roncioni e per la patria ceduta all'Austria) farà dire a Jacopo: “Sono salito a Monteaperto dove è infame ancor la memoria della sconfitta de' Guelfi. Albeggiava appena un crepuscolo di giorno, e in quel mesto silenzio, e in quella oscurità fredda… mi parea che salissero e scendessero dalle vie più dirupate della montagna le ombre di tutti que' Toscani che si erano uccisi; con le spade e le vesti insanguinate; guatarsi biechi, e fremere tempestosamente, e azzuffarsi e lacerarsi le antiche ferite”. La letteratura sul tema registrerà ancora alcuni versi del giovanissimo Carducci: “Innanzi a te, splendente / pur anche nel fulgor del regno santo / balenò di vermiglia / luce il campo feral di Montaperto, / e pe 'l tristo deserto / de le crete maligne / un fioco suon correa / come sospir di battaglier morenti”.
Ecco dunque servito il mito, quello che, grazie alla sua potenza visionaria, fa sì che la storia possa diventare letteratura.

31/08/09

Cultura di sinistra, sinistra di cultura

Dagli sbrecciati muri entro cui, un tempo, si generavano idee politiche, giunge tutt’oggi qualche eco che va a smorzarsi poi nel risaputo quesito se la cultura sia necessariamente di sinistra. Alla domanda così mal posta non saprei dare risposte certe, ma non ho dubbi circa il fatto che esista una sinistra che ha prodotto e continua ad esprimere una grande cultura sulla quale si è formata una visione della storia e del mondo, una coscienza altruista, un’allertata intelligenza tesa a cogliere quanto nel presente costituisca premessa di futuro. Analoga ricchezza culturale si ritrova solo nel cristianesimo, e non a caso, lungo il tempo, questi due universi si sono spesso incrociati.
Di tutto ciò esiste, peraltro, una vasta raccolta di libri che ne testimoniano pensieri e sentimenti. Ultimo in ordine di tempo è, a suo modo, il romanzo Noi di Walter Veltroni che fin dal titolo allude alla pluralità, ai destini comuni, a come le vicende dei singoli trovino un senso all’interno della storia di tutti. Nella piccola saga famigliare descritta da Veltroni c’è, infatti, il respiro (le parole, gli oggetti, i gesti) di un microcosmo domestico che dilata, però, alle attese e alle speranze condivise dai molti. I ricordi personali vanno ad alimentare e trasmettere una memoria collettiva da cui ogni ipotesi di futuro non può prescindere; pena il rischio di sprofondare nelle sabbie mobili del contingente, come se, ogni volta, si dovessero reinventare di sana pianta i sentimenti dell’amore, della giustizia, del bene comune, del progresso, della godibilità del bello e dell’inconosciuto.
Altra cosa, insomma, da certo conservatorismo (di destra?) angusto, egoista, che conosce solo una lingua (un dialetto?) in cui non esistono termini per definire quel che si trovi al di là del raggio di un rigurgito postprandiale. Una desolante ignoranza che in questo caso non ha niente a che vedere con la quantità dei libri più o meno letti, ma piuttosto con la mancanza di consapevolezza del proprio e dell’altrui esistere. Una mendicità d’animo – spesso inversamente proporzionale all’agiatezza economica – che vive delle elemosine elargite dai luoghi comuni, da certo perbenismo, dal quel letale pieno di vuoto giornalmente somministrato dalla televisione.
Scriveva Elio Vittorini nel suo Diario in pubblico che “la cultura è la forza umana che scopre nel mondo le esigenze di un mutamento e ne dà coscienza al mondo”. Ecco, se tale è (come è) la cultura di sinistra, solo alla sua scuola si può apprendere l’indispensabile speranza per un tempo futuro.

03/08/09

Caro diario. Racconto in rete di se stessi


In principio fu il cosiddetto diario intimo. Un modo, cioè, per parlare a “qualcuno” di se stessi, della realtà vissuta e delle fantasie personali. Un escamotage per sopravvivere magari a qualche malessere esistenziale, per alimentare il Narciso che vive dentro ciascuno di noi o per arginare quel solipsismo al di qua di una ragionevole soglia oltre la quale esso diverrebbe patologia. Insomma una buona trovata per chiamare “tu” il proprio “io” e per nobilitare in forma letteraria quel finto dialogo. Al punto che alcuni di questi diari, in virtù dei loro estensori, sono poi diventati davvero letteratura. E’ il caso di titoli quali Il mestiere di vivere di Cesare Pavese (pagine – diceva il loro autore – poste a “difesa contro le offese della vita”), La tregua di Primo Levi, il noto e drammatico Diario di Anna Frank, o ancora Latinoamericana di Ernesto Che Guevara, Microservi di Douglas Copland, Buonanotte signor Lenin di Tiziano Terzani.
Scritti intimi, dunque, che una volta trapelati dalla segretezza dei cassetti (i titolari di quel riserbo, però, fin da subito ne auspicavano una fuoriuscita) sono diventati non più vicenda personale ma storia di molti.
Non ci è dato sapere quanto oggi continui ad essere in uso il diario (inteso come supporto cartaceo) cui affidare il racconto di sé. E’ tuttavia evidente l’incontenibile esercizio del parlare di se stessi attraverso pagine virtuali come quelle veicolate da blog e twitter. Definizioni che tradotte nella nostra lingua (“traccia su rete”, “cinguettii”) già indicano un bisogno di “esserci” e di comunicare. Ecco allora questi nuovi diari i cui autori non ricorrono nemmeno più al giochino del nascondimento (ti occulto sperando che qualcuno ti trovi), ma che intendono subito rivelarsi agli altri, perché invocando, attraverso la rete, una sorta di riconoscimento universale, sia forse più facile giungere all’accettazione di se stessi. Questa, però, è materia di psicologi. A noi interessa, piuttosto, il risvolto “letterario” del fenomeno, poiché tale modo di raccontarsi sta trasformando addirittura lessico e sintassi, finanche la grafia (quella a mano, quando ancora la si adoperi). Inoltre si sta quasi costituendo una forma di “pragmatismo” narrativo, attagliato, appunto, sul bla-bla delle cronache individuali e quindi tutto declinato al presente, quasi a voler negare la probabilità di un tempo storico, di un “prima” e “dopo” noi. Si intende così descrivere una contingenza egocentrica, frammentata e disperatamente effimera. E un dubbio sorge: che anche questo neo-minimalismo possa produrre comunque letteratura.

27/07/09

Vista dalla terra. Luna narrante per voce d’uomo


Alla esplicita domanda di un pessimista curioso (“Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai, / silenziosa luna?”), il seducente faccione non mosse ciglio. Si avvalse della facoltà di non rispondere, e in quel silente pallore continua a mostrarsi tutt’oggi. Ma già il Leopardi sapeva benissimo che la luna, lassù, non fa un bel niente, se non far smuovere nell’uomo reiterate domande su ciò che, oltre la terra, si percepisce vago e indefinito. Cosicché la luna, per voce umana, è divenuta “astro narrante” (tale è il titolo di un originale libro di Pietro Greco, Edizioni Springer, 2009) al punto che, in letteratura, è cosa assai frequente trovare pagine percorse dal suo lucore. Perché – come diceva il vecchio Qfwfq nelle Cosmicomiche di Italo Calvino – “l’avevamo sempre addosso, la luna, smisurata: quand’era il plenilunio, notti chiare come di giorno, ma d’una luce color burro, pareva che ci schiacciasse; quand’era lunanuova rotolava per il cielo come un nero ombrello portato dal vento; e a lunacrescente veniva avanti a corna così basse che pareva lì lì per infilzare la cresta d’un promontorio e restarci ancorata”.
Persino sopra l’esasperante immobilità della Fortezza Bastiani (Dino Buzzati, Il deserto dei Tartari) “la luna cammina cammina, lenta ma senza perdere un solo istante, impaziente dell’alba”; e sono ancora selenici bagliori a fendere certe introspezioni psicologiche dei personaggi di Gita al Faro (Virginia Woolf), allorquando “la luna li stupì, enorme, pallida”.
Dentro il paesaggio tragico e tenebroso in cui Verga colloca la vicenda di Rosso Malpelo il protagonista odia invece “il verecondo raggio della cadente luna”, poiché per lui destinato a vivere sottoterra “ci dovrebbe esser buio sempre e dappertutto”. Mentre un’altra luna di Sicilia – quella pirandelliana in Ciaula scopre la luna – illumina l’approdo ad una raggiunta serenità: “E Ciaula si mise a piangere, senza saperlo, senza volerlo, dal gran conforto, dalla grande dolcezza che sentiva, nell'averla scoperta… la Luna, col suo ampio velo di luce, … ignara di lui, che pure per lei non aveva più paura, né si sentiva più stanco, nella notte ora piena del suo stupore”.
Ai silenzi della luna hanno dunque dato parole gli uomini, per rispecchiare in essa le opposizioni e contraddizioni del loro esistere, per tentare di scorciare quella siderale distanza che separa il “lassù” dal “qui”, nella consolante illusione che con Leopardi fa bisbigliare: “Pur tu, solinga, eterna peregrina, / che sì pensosa sei, tu forse intendi, / questo viver terreno, / il patir nostro, il sospirar, che sia”.

20/07/09

La lingua della poesia. Nella regione estrema delle parole possibili


La poesia è la regione più estrema in cui la parola sia ancora possibile. Oltre quel luogo c’è il non-detto e forse proprio per questa contiguità con l’inespresso, la poesia talvolta riesce a dire anche l’indicibile. In uno dei suoi testi più intensi, Mario Luzi, non a caso, ebbe a scrivere: “Vola alta, parola, cresci in profondità, / tocca nadir e zenith della tua significazione, / giacché talvolta lo puoi…”, quasi a voler invocare il verbo poetico affinché esso scandisse finalmente tutto ciò che ancora non aveva trovato una pronunciabilità.
D’altra parte – e la poetica luziana vi insiste continuamente – permane muta nell’universo una magmatica potenzialità che talvolta il poeta (e solo lui) riesce ad afferrare, e dunque a svelare (se pur a schegge, per frammenti) al sentimento umano; così che l’inconosciuto trovi un nome, venga battezzato.
Non meravigli, allora, come la poesia – e piace sintonizzarci sulla stessa lunghezza d’onda dell’ultima silloge di Cesare Viviani – possa fornire anche la grammatica per leggere quell’invisibile che, magari indecifrabile e incomprensibile, non è comunque al di fuori della natura e dell’esperienza dell’uomo, poiché – dice Viviani – “arriva un tempo in cui finisce il tempo / e sempre più si assottiglia e aderisce / alle rughe della terra e dei massi” e persino la morte “non è condanna, non è sventura, / è natura”.
Ecco, allora, che leggere poesia è apprendere la lingua dell’essenzialità, di una disarmata presunzione, della compassione e della comunione con il mondo; per dirla ancora con Luzi, è costringere i nostri cuori ad una “spoliazione di carità”. E in ragione di ciò ogni poesia è a suo modo misteriosa, tanto da far affermare a Borges che nessun poeta “sa interamente ciò che gli è stato concesso di scrivere”.
Se dunque ai poeti è affidata la compilazione di questo sorprendente codice, valgano per loro gli ammonimenti che Orazio espletò fin dal I secolo avanti Cristo in quel componimento conosciuto, giustappunto, come Ars poetica. Nel precetto conclusivo egli esorta gli autori di versi alla paziente riflessione (mora), a un lungo lavoro di limatura (labor limae), a cancellazioni e riscritture (multa litura), per togliere quanto risulti superfluo, fino a sottoporre l’ultimo risultato creativo alla prova dell'unghia (quella con cui gli scultori constatavano la levigatezza della propria opera conclusa). Del resto l’ironico letterato di Venosa sosteneva che ai poeti non è concesso di essere mediocri: perché non lo permettono né gli uomini, né gli dei, né le colonne (sulle quali, a quei tempi, si affiggevano gli annunci di vendita dei libri).

13/07/09

Leggende interrotte. La crisi dei miti letterari legati ai luoghi


Nell’epoca odierna dei revisionismi finanche “sentimentali”, pure i miti letterari legati ai luoghi risentono di qualche crisi. Pensate all’aura che una volta avvolgeva Firenze e guardatela oggi, ogni mattina costretta a risvegliarsi nel fulgore della sua memoria e subito offesa dagli sfiatatoi delle pizzerie, percorsa da turisti arrancanti, vittime volontarie di viaggi organizzati, che guardano (quando guardano) senza “vedere” niente.
Davvero altri tempi da quelli in cui (1908) Edward Morgan Forster poteva scrivere in Camera con vista: “E’ piacevole svegliarsi a Firenze… sporgersi fuori nella luce del sole con le belle colline, gli alberi, le facciate marmoree delle chiese, e più sotto l’Arno, gorgogliante contro gli argini”. Era indubbiamente una visione alimentata ad uso di una borghesia turistica, disposta ad estasiarsi magari anche di fronte a qualche falso architettonico, pur di mantenere l’alone letterario (in verità eccessivo) entro il quale la città viveva come sospesa. Un mito che, pur con qualche sussulto, ha resistito per buona parte del Novecento, se si considera che persino Lawrence Ferlinghetti, uno dei massimi interpreti della beat generation, trovò il modo di scrivere (Scene italiane, 1969) che “Arrivando a Firenze da Ovest / guidando in autostrada fra / le macchine filanti / e nuovi condomini al cielo e case di vetro / verso la vecchia città / verso il vecchio Arno / con i suoi vecchi ponti / noi / molto lentamente / ri / co / stru / iamo / le nostre vecchie vecchie / illusioni”.
E’ dunque inevitabile non chiedersi cosa attualmente resti di quell’alone, anche perché – come osservava Mario Luzi verso la metà degli anni Ottanta – Firenze continua a vendere la sua immagine, mette a profitto le sue trascorse glorie, “si pasce delle sue viscere…, fornisce vili o preziosi prodotti per il proprio culto”.
E forse proprio Firenze potrebbe rappresentare un efficace esempio per comprendere come di certi miti estetizzanti (oserei dire mistici) se ne sia perduto una certa immagine e interpretazione letteraria. E’ andata infatti confondendosi una loro “riconoscibilità”, una sorta di sentimento dei luoghi che viveva della proiezione simbolica di architetture, opere d’arte, memoria storica. Siamo dunque di fronte a una leggenda interrotta? O forse dovrà solo ritrovarsi il filo di un racconto dentro il labirinto delle nuove geometrie interiori, nei linguaggi, nelle allusioni attraverso cui i luoghi del mondo vanno riconfigurandosi: tra i retaggi (talvolta le inutili nostalgie) del passato e i comprensibili timori per il futuro.

06/07/09

Toscana letteraria. Dalla Versilia alla Maremma un mare… a belle lettere


Le terre di Toscana che, lungo la costa, dalle Apuane scivolano fin dentro i misteri dell’antica Etruria, hanno il profumo del salmastro, dei pini e di tutte le parole che le hanno saputo raccontare. Potremmo addirittura dire che sono state proprio certe pagine letterarie ad “inventarle”, come nel caso di quelle del D’Annunzio (l’acuta osservazione è di Cesare Garboli) che "vide la Versilia nella sua nudità e la fece parlare… la fece esistere". Scriveva il Vate nell’Alcyone: “Non temere, o uomo dagli occhi / glauchi! Erompo dalla corteccia / fragile io ninfa boschereccia / Versilia, perché tu mi tocchi”. L’aneddotica dannunziana narra, peraltro, che sul letto di morte il poeta avrebbe chiesto una zolla di terra del parco della Versiliana per poterne aspirare il profumo un’ultima volta.
Sarà invece il mare di Viareggio ad essere teatro di alcune storie raccontate da Mario Tobino, che ebbe a dire come il segreto di quel suo luogo natale fosse “un’umana anarchia, piacere e sfrenata libertà, assomigliare alle risate e alla forza del Libeccio”.
Terre, dunque, che suscitano sentimenti forti e che, magari scendendo verso la Maremma, riecheggiano dei carducciani versi: “Dolce paese, onde portai conforme / l'abito fiero e lo sdegnoso canto / e il petto ov'odio e amor mai non s'addorme, / pur ti riveggo, e il cuor mi balza in tanto”. Eh già…, la fascinosa Maremma, di cui Dante, nell’Inferno, ne aveva così definito i confini: “Non han sì aspri sterpi né sì folti / quelle fiere selvagge che ‘n odio hanno / tra Cecina e Corneto i luoghi colti”.
Di maremmane atmosfere saranno anche intrisi molti dei romanzi di Carlo Cassola come “Il taglio del bosco” o “Un cuore arido” dove (siamo a Marina di Grosseto) “Una striscia di mare illuminata dalla luna emergeva dal buio… Sembrava una striscia di stagnuola. Avanzando, si ondulava: finché, troppo tesi per reggere allo sforzo, i cavalloni si rompevano in uno scintillio di spume”. E torna alla mente anche il romanzo d’esordio di Antonio Tabucchi (Piazza d’Italia, 1975) in cui la Maremma toscana dagli anni dell'Unità d'Italia e fino alla metà del Novecento è narrata alternando vivace realismo, racconto corale, toni quasi fiabeschi.
E poi c’è il mare dell’arcipelago toscano da cui Raffaello Brignetti (nato al Giglio, vissuto tra Roma e l’Elba) fa affiorare (si legga “Il gabbiano azzurro”) belle storie di uomini e di terre: “Prima che quella notte iniziasse, il mare si era sollevato; aveva stretto l’isola più da vicino e più sopra: più grande che mai, ferma, l’acqua era intorno a una terra senza proporzioni rispetto ad essa”.

29/06/09

Palio e Poesia. La Festa dei senesi tra pathos e lirismo


Vasta è la letteratura che, lungo il tempo, ha raccontato il Palio di Siena; non esclusa la poesia, che per sua natura è l’arte dell’indicibile. Cominciò nel 1783 Vittorio Alfieri componendo rime che bene coglievano la rattrappita tensione della Mossa (“Eccoli al teso canape schierati…sol l’un l’altro emulando in vista irati”) finché – scrive l’astigiano – un suono di tromba “al sospirato aringo apre lor via” e “de’ sonanti piedi il ciel rimbomba”.
Alcuni lampi senesi irromperanno persino nei vertiginosi e inafferabili Cantos di Ezra Pound (“e laggiù hanno fatto il loro Palio”), mentre l’approccio poetico di Corrado Govoni (1950) è tutto giocato in una metafora che fa del Palio e dell'esercizio poetico una medesima corsa sfrenata: “Ma tu corri lo stesso, o maledetta, / sputa l'anima e corri, o poesia, / il traguardo è già in vista: / corri anche solo con la spennacchiera / della mia tradita primavera!”.
Certo è che il testo poetico più "alto" che nella storia della letteratura sia stato dedicato al Palio di Siena è quello di Eugenio Montale, compreso nella raccolta poetica Le Occasioni e datato 1939. Si tratta di un componimento estremamente complesso, in cui ogni immagine o suono della Piazza (“purpurea buca”, “tumulto d'anime”, “sommossa vastità”) rimandano a più universali e tormentati destini. E, quindi, a interrogativi di cui "tu (cioè Clizia, la montaliana donna-angelo) ritieni tra le dita il sigillo imperioso ch'io credevo smarrito". Così il Palio (“giro di trottola”) diventa l'inesorabile ciclicità della vita, e la donna amata un traguardo.
Non meno drammatici risultano i versi di Mario Luzi dove l’abbacinante policromia del Campo è per il poeta metafora di molteplici accecamenti: “Finché nel furore policromo / del bruciante mulinello / mi guarda Siena / da dentro la sua guerra… percossa dai suoi tamburi / trafitta dai suoi vessilli ”.
Alla storia letteraria più recente appartengono, poi, i versi di Alda Merini che accompagnarono il drappellone dipinto da Ugo Nespolo per il Palio dell’Assunta 2007. Un testo che ha l’impronta visionaria tipica della produzione poetica della Merini: “Udite, udite / stanche contrade / messaggeri d’amore / e di guerra che correte / nel nome della Vergine / in bocca ai leoni. […] Bevete il vino / e acqua per incoraggiarvi / e sperate che poi vi / abbandoni per la gloria della vita”.
Ecco: la gloria della vita e il suo contrario. Questi sono, infatti, i sentimenti che sottostanno al gioco del Palio; gli stessi che, da sempre, costituiscono il rovello della poesia.

22/06/09

Versi futuristi. La “rombante” poesia delle parole in libertà


Ci fu un tempo in cui quasi tutti i poeti divennero… aviatori grazie a Filippo Tommaso Marinetti, che non a caso nel suo Manifesto del Futurismo (1909) aveva dichiarato un virulento disgusto per la letteratura, fino ad allora espressione “dell’immobilità penosa”, mentre era arrivato il momento di “esaltare il movimento aggressivo”, la velocità che si esaltava nell’aereo, nell’automobile, in ciò che rappresentava il trionfo tecnologico dell’uomo sulla natura.
Proprio per queste ragioni il futurismo fu molto affezionato all’estetica dell’aviazione, tant’è che agli inizi degli anni Quaranta si pubblicarono molteplici raccolte di poesie, dette aeropoemi futuristi, la cui caratteristica comune era quella di un ostentato “paroliberismo”, poiché, come si era sostenuto nel Manifesto marinettiano, la sintassi e la punteggiatura andavano scardinate, facilitando la comunicazione con le “parole in libertà”, seguendo l’onda di una immaginazione senza fili.
Sulla scia di questi vezzi trasgressivi, nacque persino un Aeropoema futurista delle torri di Siena ad opera della poetessa senese Dina Cucini, uscito nel 1942 per le Edizioni Futuriste di Poesia dirette dallo stesso Marinetti. Non neghiamo che dinanzi a quella plaquette (oggi una rarità bibliografica), il primo moto che viene spontaneo sia di bonaria ironia, in quanto fatichiamo un po’ a immaginare la scrittura futurista – concitata, verbosa, percussiva – applicata al racconto poetico di una città oltremodo tranquilla, adagiata sotto la coltre di un irrisolto medioevo. Ed, in effetti, la poesia della Cucini trova il suo autentico e migliore risultato lirico, allorché sa distanziarsi dalle facili concessioni al “terrorismo linguistico” predicato da Marinetti (come quando fa risuonare in una stradina di Siena “la rombante ansia impennata / di motore a scoppio) e ripiega, invece, su versi del tipo: “Qui la pace respira inanellata / dolce di cirri candidi veleggia / a sfioccolii di chiarità distesa / tutta sui rossi vividi dei tetti […]”.
Verrebbe quasi da concludere che anche l’esperienza poetica della Cucini, sintetizzi nel suo piccolo, certi giudizi sul futurismo letterario. Ricordiamo, ad esempio, quello di Franco Fortini, che pur riconoscendo l’importanza complessiva delle intuizioni marinettiane, fa però notare come i risultati maggiori dell’età e del gusto futurista siano stati quelli di autori (Palazzeschi, Govoni) che il futurismo attraversarono per tornare poi alle loro sensibilità originarie, ancorché decadenti, crepuscolari, della tradizione decorativa.

15/06/09

Lingua o dialetto. Il perenne dibattito tra naturalità e artificio


C’è chi sostiene che la lingua sia adatta per affermare concetti, ma che per esprimere i sentimenti funzioni decisamente meglio il dialetto. Niente male la provocazione, magari per riaprire un dibattito che a più riprese ha trovato opinioni diverse tra i letterati.
La questione, peraltro, ha radici profonde di secoli. Almeno dal Trecento, quando – grandi complici Dante e Petrarca, successivamente l’Ariosto – il dialetto toscano diventa lingua italiana ancor prima che l’Italia esistesse. Inizia così l’opposizione tra lingua e dialetti. Questi ultimi – dice Cesare Segre – “più vicini alla naturalità, al gusto popolare, alla corporeità, ai bisogni immediati, all’espressione istintiva, al parlato”. Tale antinomia proseguirà, lungo i secoli, riformulandosi di volta in volta in una lingua appartenente alle classi più istruite, opposta a quella del popolo che per comunicare nella propria quotidianità, altro non adotterà se non il dialetto.
Una certa ingessatura della lingua letteraria comincerà però ad incrinarsi allorché il dialetto troverà un efficace utilizzo in poeti come Porta, Belli, Di Giacomo, Tessa. E ancora di più nel Novecento, giungendo a maggiori e sorprendenti esiti (attraverso una lingua scarna, raffinata, di grande musicalità ed efficacia) con Marin, Noventa, Guerra, Baldini, Pasolini, Loi, Zanzotto.
Ulteriori considerazioni andrebbero poi svolte circa la poesia popolare, quale espressione “alternativa” alla lingua colta, e quindi alla cultura delle classi dominanti. Giusto Pier Paolo Pasolini vi dedicò grande attenzione con l’antologia del Canzoniere italiano (1955). Una notevole raccolta di canti popolari, suddivisi per regione, preceduta da una denso saggio introduttivo, ove, fra le altre cose, si dice che la lingua parlata dal popolo si è evoluta di invenzione in invenzione per forza autonoma, per quella ricchezza interiore che è comune a tutti gli uomini, nessuno escluso.
Le questioni attorno al bimonio lingua/dialetto restano aperte ancora oggi. E mentre la lingua italiana va sempre più uniformandosi allo sbrigativo lessico tecnologico e televisivo, non mancano coloro che, praticando una scrittura in dialetto (e in vernacolo) ricercano in esso l’espressione primigenia e forgiata da un vissuto autentico, il suono evocante di una saggezza atavica. Certo è che la poesia in dialetto per essere all’altezza dei suoi intenti non ha magari da confondersi con gli angusti e ormai vieti codici della “poesia dialettale”. Si capirà che la distinzione non è di poco conto.

08/06/09

Cinema e Letteratura. Due codici narrativi sempre più somiglianti


Prendiamo un film di culto come Ombre rosse (1939), per dire subito come il cinema abbia avuto, fin dagli inizi, una contiguità con la letteratura. Non solo perché la pellicola di John Ford, sceneggiata da Dudley Nichols, trova spunto da un racconto di Ernest Haycox (Stage to Lordsburg) a sua volta ispirato a Boule de suif di Guy de Maupassant, ma ancor di più per la sua struttura narrativa che utilizza, giustappunto, tipici modelli letterari: quello del viaggio, innanzitutto; nonché la rappresentazione di un microcosmo (in tal caso racchiuso in una diligenza), campionario di umanità diverse da cui far emergere, comunque, una morale universale.
Ciò che, infatti, risulta interessante del rapporto tra cinema e letteratura, non è tanto il lunghissimo elenco di soggetti cinematografici tratti da racconti e romanzi (del resto la letteratura rappresenta per la settima arte un bel deposito di storie), quanto, piuttosto, le contaminazioni che tra i due linguaggi si sono prodotte. Magari, a questo proposito, potrebbe essere curioso analizzare la sceneggiatura del San Francesco d’Assisi di Gozzano, così come L’uomo che rubò la Gioconda di D’Annunzio, e ancora gli adattamenti per lo schermo che Verga ebbe a fare di alcuni sue opere narrative e teatrali. Oppure proiettarsi in ben altre e più complesse dimensioni per scandagliare il retroterra letterario (e in tal caso non si parla banalmente di opere narrative divenute soggetti cinematografici) che costituì la formazione di registi quali Rohmer, Truffaut, Ophuls.
Però insistiamo nel dire che quel che maggiormente intriga sono le analogie tra le due tecniche narrative, fino a constatare come la letteratura contemporanea sia giunta ad adottato codici che sono propri del linguaggio cinematografico: nei dialoghi, nel “montaggio” del racconto, nel forte impatto audiovisivo di certe descrizioni. Un esempio su tutti è costituito dalla scrittura di Niccolò Ammaniti, ma già le prime avvisaglie si erano avute con la prosa di Leonardo Sciascia, Ignazio Silone e addirittura in Cesare Pavese.
Circa questa reciproca dialettica tra cinema e letteratura, il regista Eric Rohmer si chiede: “Non è uno dei meriti minori del cinema l’averci resi più severi nei confronti dell’arte del bel dire che segna l’impotenza di dire, più sensibili al vigore dello stile che alla sua enfasi, al verbo che all’aggettivo, all’intenzione e alla dinamica che alla sensazione e alla statica?”. Ci pare che la domanda contenga già la risposta. Ovvero una presa d’atto.

05/06/09

Il romanzo storico. In fantasiosa menzogna il vero della Storia


Nelle notti prima degli esami, loro non possono mancare: sono I promessi sposi, con il Manzoni che rizza le scene secentesche dell’occupazione spagnola in Italia per ammiccare, però, al dominio ottocentesco dei crucchi nelle regioni italiane del nord e quindi ai giusti sussulti risorgimentali del momento. Perché – ed è questo l’argomento che ci interessa – quello che è ritenuto il più importante romanzo della nostra letteratura è un cosiddetto romanzo storico. Genere di indubbio fascino di cui fu iniziatore Walter Scott, allorché (1814) lo scrittore scozzese vide bene di mettersi a raccontare in Ivanhoe le vicende che, poco dopo il Mille, avevano visto le antiche popolazioni dei Sassoni contro quelle dei Normanni, da poco conquistatori dell’Inghilterra. Peraltro qualcuno non ha mancato di far notare certi “prestiti” che il Manzoni potrebbe aver contratto proprio da Scott, come la vecchia che nel castello dell’Innominato si prende cura di Lucia (quasi controfigura dell’anziana scottiana che fa compagnia in cella a Rebecca) o, in termini più generali, il tema dei “giovani perseguitati” posto nelle pagine di Ivanhoe e che nel Manzoni si impersona in Renzo, Lucia, Gertrude.
Bella invenzione fu dunque il romanzo storico. Un modo, cioè, per raccontare i grandi fatti attraverso le vicende di singoli non obbligatoriamente esistiti, non necessariamente eroi, ma comunque rappresentazione dei diversi frangenti della Storia e dei suoi accadimenti.
L’Ottocento italiano registrò in proposito una significativa produzione. Da Tommaso Grossi con il suo Marco Visconti, all’Ettore Fieramosca ossia la disfida di Barletta di Massimo d’Azeglio, passando attraverso L’assedio di Firenze di Domenico Guerrazzi o la Margherita Pusterla di Cesare Cantù. Vicende del passato, dunque, quasi sempre prese a pretesto per sensibilizzare una coscienza morale e politica sul tempo presente. Anche la prolifica editoria novecentesca testimonia quanto questo genere narrativo funzioni ancora. Fra le decine e decine di titoli ci piace citare Baudolino di Umberto Eco, perché proprio in questo libro è forse spiegata la ragione del successo del romanzo storico. C’è una pagina dove Niceta, cronachista di Baudolino, domanda a quest’ultimo: “Sì, ma cosa racconti?” ed egli: “Signor Niceta, il problema della mia vita è che ho sempre confuso quello che vedevo e quello che desideravo vedere”. Ecco dunque il segreto del romanzo storico: una fantasiosa menzogna (menzogna?) per svelare il vero delle storie individuali e della Storia tout court.

25/05/09

In “sincopate” pagine. Quello stato d’animo chiamato jazz


Conobbi il jazz in età giovanile e per interposta emozione: quella letteraria (Pavese, Soldati, Bertolucci). Dai libri, infatti, compresi che il jazz era innanzi tutto uno stato d’animo, un modello estetico e di comportamento, ed era… l’America. Allora non avevo ancora del tutto chiaro cosa esattamente fosse accaduto nei primi decenni del Novecento, mi mancava la piena cognizione della storia ma non del “sentimento” (e della sua musica) che quella storia aveva spinto a superarsi in un “nuovo mondo”. E’ abbastanza normale che da giovani si percepiscano le cose senza saperle spiegare e ho dovuto aspettare la maturità per farmi rivelare dal trombettista Tim Tooney (leggasi Novecento di Alessandro Baricco) che se ascoltando una musica “non sai cos’è, allora è jazz”.
Insomma mi accadde qualcosa di simile a ciò che era successo ai ragazzi che avevano visto lo sbarco degli americani in Italia, affascinati non solo dai gracchianti V disc di musica jazz, ma – lo ricorda Pupi Avati – altrettanto presi da chi aveva parlato e scritto di quella musica.
Così, per quanto mi riguarda, già in Cesare Pavese ebbi la possibilità di sentire qualcosa dell’epos jazzistico d’America: “Tutta l’anima mia / rabbrividisce e trema e s’abbandona / al saxofono rauco. / E’ una donna in balia di un amante, una foglia / dentro il vento, un miracolo / una musica anch’essa” (A solo, di saxofono). Negli Strumenti di Attilio Bertolucci il saxofono era invece “torbido grido / di un mulatto vestito di cotone”, mentre un banjo suonato da “una mano monca” splendeva di “lunare nostalgia”. Perfino la descrizione piuttosto cartolinesca di Harlem redatta da un giovane Mario Soldati non mancava di un suo fascino, con il racconto di lussuose limousines che scaricavano dame e gentiluomini venuti “a pescare un po’ di brivido” in eleganti locali dove suonava un certo Duke Ellington. O meglio ancora quando Soldati, spintosi nei bassifondi per ascoltare veri jazzmen, scriveva: “Strepiti, risa, richiami mi turbinano attorno e mi stordisce la musica, frenetica, sussultoria, galvanizzata a intermittenze irregolari dalle laceranti scariche degli ottoni”.
Poi, dentro le nostre camerette tappezzate a miti, sarebbe arrivato Jack Kerouac e la sua prosa “spontanea”, a tratti bop. (quasi un jazz trasposto a scrittura letteraria). E ancora l’America romantica e ribelle tradotta da Fernanda Pivano. Anni in cui un buon blues aiutava molto a colmare la distanza fra sogno e realtà, convinti con Miles Davis che (nella musica come nella vita) si dovesse suonare ciò che mancava e non quello che ormai c’era.

11/05/09

Il cibo raccontato. Aprire un libro per leggere… di gusto


Già il fatto che in epoca quattro-cinquecentesca sia esistita una poesia… maccheronica (un bel pasticcio di lingua italiana ripassata in latino) la dice lunga sul rapporto tra letteratura e cucina. Battute a parte non si possono davvero ignorare i significati culturali del cibo. In esso, infatti, sono rappresentate vere e proprie metafore sociali, differenze e identità di gruppo, modi e tempi di socializzazione, linguaggi e parole. E quindi letteratura.
La bibliografia in materia è ricca di prelibatezze. Verrebbe da cominciare, ad esempio, con quella Cena di Trimalcione che ad un’analisi letteraria (da preferire senz’altro a quella dei trigliceridi) mostra l’efficacia teatrale e grottesca che può assumere la descrizione del cibo. Non certo ai livelli esagerati di Petronio, ma anche Boccaccio nel suo Decamerone non fa mancare niente sulla tavola: soprattutto prelibati arrosti abbinati a ottimo vino, come la bella lingua che quelle novelle ha costruito in coerenza tra forma e contenuto.
Del resto mangiar bene è un’arte, e non di meno è lo scriverne, come dimostrò Pellegrino Artusi offrendo una nutrita (e nutriente) raccolta di ricette alla borghesia di fine Ottocento che volentieri sedette a tavola più per fama (ovvero per affermazione di se stessa) che per fame.
La lista delle leccornie letterarie sarebbe davvero lunga. Proseguendo per assaggini meriterebbe piluccare dalla tavola di Nero Wolfe una raffinata insalata brasiliana di aragosta. Mentre, almeno per quanto ci riguarda, eviteremmo “il sapore dell’olio rifritto che aveva fatto da base a una paella cucinata da uno specialista in scienze naturali, ossessionato dall’idea di combinare tutta la botanica e tutta la zoologia possibile in un solo piatto”, quale ce la serve l’insuperabile Manuel Vasquez Montalban (“Il centravanti è stato assassinato verso sera”). Per noi ghiotti di dolci e di Proust non sarà invece da tralasciare quel soffice dolcetto a forma di conchiglia detto “madeleine” che intinto in una tazza di tè fa assaporare nella Recherche i lontani ricordi dell’infanzia.
Parlare di cucina è parlare di vita e non è a sproposito che convito voglia significare “vivere insieme”, perfino riappacificarsi con se stessi e con gli altri. Ricorderete quel miracolo della riconciliazione raccontato da Karen Blixen nel Pranzo di Babette, durante il quale ciascun convitato rivela il meglio di sé, abbandona il ghigno dei rancori e sembra finalmente capire che le cose dello spirito non sono alternative a quelle della carne.

04/05/09

Da Alessandria a Babele. Immaginare un luogo con il Sapere del mondo


Con la parola biblioteca si accendono subito due suggestioni. La visione di ciò che doveva essere quella antica di Alessandria d’Egitto (III secolo avanti Cristo) e l’ancor più immaginaria Biblioteca di Babele scaturita dalla angosciante fantasia di Borges.
Pare fosse stato il filosofo Aristotele a suggerire l’idea a Tolomeo I che in Alessandria dovesse esistere un luogo in grado di contenere tutta la linfa del Sapere, il conoscibile che poteva essere reperito in giro per il mondo. Si giunse così ad una raccolta di oltre 700.000 rotoli di papiro che da Omero in poi documentavano e raccontavano la civiltà. E intorno a quei rotoli nacque un vero e proprio polo culturale dove non ci si limitava soltanto a conservare conoscenze, ma anche a ragionarle: tanto che un bibliotecario-sovrintendente guidava un nutrito gruppo di grammatici e filologi nella elaborazione e produzione di edizioni critiche delle opere là custodite. Ecco allora comparire anche i primi “topi di biblioteca”, come Eratostene che, senza mettere il naso fuori da Alessandria ma solo nei papiri degli srotolabili saperi, riuscì a stabilire quanto misurasse la circonferenza della Terra, disegnò con discreta approssimazione la prima carta geografica delle terre abitate e, arguendo che la Terra fosse rotonda, indicò anche una possibile rotta per giungere dalla Spagna all’India.
Se dunque è antica l’aspirazione a voler raccogliere tutto il Sapere del mondo, ben oltre si spinse Jorge Luis Borges con il suo racconto fantastico La Biblioteca di Babele, dove la biblioteca stessa va a coincidere con l’Universo. Un universo allucinante e spazialmente infinito, composto di sale esagonali, che raccoglie in ordine sparso tutti i possibili libri, rigorosamente formati da 410 pagine, in cui, alla rinfusa, si sviluppano sequenze di caratteri in ogni possibile combinazione. Tutto ciò per dire (era questa l’ossessione filosofica di Borges) che esiste un mondo-biblioteca in cui è compresa la vita di ciascun individuo e come la nostra vita sia una storia che un Dio-romanziere-sconosciuto (“divinidad que delira”) scrive con penna indefinita e infinita.
Ergo. Per sfuggire proprio a quella borgesiana vertigine filosofica, sarà bene, ogni volta che si entri in una biblioteca, osservare con attenzione le “vie di fuga”, rinviando magari alla volta successiva (tanto la biblioteca del Dubbio e della Conoscenza non osserva turni di chiusura) la ricerca del libro che spieghi il Tutto. Uscire, dunque, appena in tempo per non fare (almeno in spirito) la fine del topo… di biblioteca.

29/04/09

Caterina da Siena. Il fremito della fede diventato letteratura


L’esperienza mistica è di per sé “indicibile”, perciò per essere raccontata non può che servirsi di una lingua letteraria, di una forma, cioè, che si esprima per ellissi, metafore, prepotenti simbolismi. Basti leggere (tre nomi su tutti) gli scritti di Teresa d’Avila, Giovanni della Croce, Caterina da Siena. Personaggi che non a caso sono repertoriati nelle storie della letteratura per la loro abilità retorica, eleganza poetica, vigore descrittivo.
Della santa senese, ad esempio, colpisce l’armonia espressiva con cui, nelle Lettere, sa alternare la verticalità dello slancio spirituale con la “bassezza” del dire quotidiano. Questo doppio pedale della scrittura cateriniana venne evidenziato anche da Giacomo Devoto, il quale colse proprio il pregevole risultato letterario che si otteneva da quel periodare strategicamente alternato fra “alto” e “basso”, con accorti cambi di ritmo, con efficaci inserti di lingua “parlata”.
Si ricorda peraltro che pure quando il beato Raimondo da Capua decise di volgere in latino il Dialogo della Divina Provvidenza dovette precisare che “altissimo è lo stile di questo libro, sì che a mala pena trovasi maniera di parlar latino che possa corrispondere all’altezza di questo stile…”.
Certo è che tale qualità e unitarietà di forma sono dovute anche a quel gruppo di trascrittori, giovani intellettuali di cui Caterina si circondava, quali Jacopo del Pecora, Neri di Landoccio Pagliaresi (il sensibile poeta che alla morte della santa scrisse i versi: “Al cielo è tornata la sposa allo sposo, l’amorosa all’amoroso, e all’amante l’amata), Barduccio Canigiani che raccolse tutto il Dialogo della Divina Provvidenza.
Sorprendente è comunque la personalità di quella scrittura che si contraddistingue per rapidità, stratagemmi allocutori, forza di similitudini come quando nella lettera a Tuldo (il condannato a morte convertito da Caterina) ella scrive: “Volsesi come fa la sposa quando è giunta all’uscio dello sposo suo e volge l’occhio e il capo addietro inchinando chi l’à accompagnata e con l’atto dimostra segni di ringraziamento”. Dall’intensità di questa immagine che porta a sintesi il visibile e una più sfuggente situazione psicologica, scaturisce il fremito di una scrittura che è propria dei poeti e dei mistici. Entrambe (ma sovente sono la stessa persona) sanno portare le parole fino alla regione estrema del dicibile, laddove si giunge per dono di una grazia. Tale è infatti – per dirla ancora con Caterina – “l’attitudine dello scrivere… perocché le mani e la lingua s’accordano col cuore”.

20/04/09

Letteratura per ragazzi. Un mondo fantastico per sopravvivere a quello reale


Le conclusioni a cui era giunto Benedetto Croce non lasciavano margini di discussione: “L’arte per bambini non sarà mai vera arte”. Da ciò si spiega come mai la cosiddetta letteratura per l’infanzia, solo in epoca recente abbia avuto un opportuno recupero critico e dignità di materia universitaria. Oggi si può parlare a ragion veduta di quel genere erroneamente ritenuto “minore” per evidenziarne, invece, tutta la sua autonoma ricchezza, le complessità semantiche e sociologiche in esso contenute.
In Italia la nascita dei libri per ragazzi può essere fatta risalire a un’opera secentesca di Giovambattista Basile intitolata Lo Cunto de li Cunti overo lo trattenimento de li peccerille, una raccolta di fiabe che, per quanto destinata all’infanzia, ebbe un prevalente pubblico di adulti forse in grado di apprezzare i barocchismi linguistici di cui era farcita. Oltralpe, diversi anni dopo (1699), Charles Perrault avrebbe scritto I racconti di mia madre l’oca, alcuni dei quali (come La bella addormentata) sono diventati famosissimi. Nel Settecento poi si intese passare dai principi azzurri al grigiore dei princìpi morali, facendo sì che anche le fiabe avessero una loro funzione educativa. Ma i ragazzi pure allora non si lasciarono buggerare e preferirono fantasticare sulle pagine di Robinson Crusoe e di Gulliver, due testi originariamente non rivolti all’infanzia, ma che incontrarono subito il gusto dei più piccoli.
Però sarà soprattutto la produzione ottocentesca a dare una svolta di qualità al genere. Avremo, infatti, Le avventure di Pinocchio (Collodi), Alice nel paese delle meraviglie (Carrol), Il libro della Jungla (Kipling). Per giungere alla metà del Novecento con una rinnovata cifra stilistica (meno retorica e più metaforica) quale può essere riscontrata nel magico e poetico Piccolo Principe (1943) di Antoine de Saint-Exupéry o nella trasfigurata (ma mai tradita) avventura che si sviluppa lungo Il sentiero dei nidi di ragno (1947) del giovane Italo Calvino.
In tempi a noi più prossimi giungerà quindi Gianni Rodari (grande apologeta dell’immaginazione) e i contemporanei successi commerciali della serie dei Piccoli brividi di Stine (quando l’horror si insinua fra i peluches) o della saga di Harry Potter dell’abile Bowling, che ha saputo ripassare in una appetitosa salsa certi elementi (fantastici, folclorici e favolistici) tipici dei racconti per l’infanzia.
Fra alterne pagine resiste dunque e fortunatamente un genere capace di raccontare l’esistenza di un mondo possibile e parallelo a quello “vero”: indispensabile l’uno per sopravvivere giustappunto all’altro.

14/04/09

I diari dei pellegrini. Se il viaggio non ha fine ma un intimo fine


Già in precedenza abbiamo accennato alla letteratura di viaggio, tralasciando però di parlare di quei testi che raccontano un particolare modo di “andare” e raggiungere luoghi. Alludiamo cioè al pellegrinaggio, a un muoversi lento e finalizzato, che intende far uscire dal tempo dei giorni ordinari per ricongiungere con il sacro o, tanto meno, con un rinnovato senso dell’esistenza. Del resto è proprio dall’idea dell’incedere che deriva la raffigurazione del cammino umano nell’ordine fisico, psichico, spirituale. C’è infatti una visione dinamica dell’uomo che appartiene alle più diverse correnti di pensieri: lo storicismo, l’evoluzionismo, l’esistenzialismo. Si cammina per “divenire” persone singole e umanità.
Quanto al peregrinus è questo un termine antico derivante dalla locuzione per agros, poiché definisce individui che percorrono, appunto, un territorio esterno alla città. Essi, infatti, sono estranei alle comunità con cui vengono in contatto, dunque stranieri e strani che vengono da lontano e vanno altrove. Ed è a questo loro sguardo “altro” sulle cose e sulle persone incontrate che si devono interessanti diari di viaggio come quelli dei pellegrini alla volta di Santiago di Compostela. Si cominciò nell’anno Mille con il Liber sancti Jacobi per arrivare – attraverso i diari del monaco Hermann Künig (XV secolo), Domenico Laffi (1666), Nicola Albani (1743) – fino alle recenti e fin troppo spiritualiste pagine di Paulo Coelho e Shirley Mac Laine.
Ciò che comunque si percepisce da tali scritti è che la scelta del pellegrinaggio pone il soggetto nella condizione di colui che non si trova ad essere ma a farsi straniero, assumendo di questa condizione tutti i rischi e le fatiche in vista di un vantaggio interiore.
I libri di viaggio dei pellegrini descrivono luoghi, tappe intermedie, una meta (una fine) e soprattutto un fine. Un po’ come in quel poetico Viaggio celeste e terrestre di Simone Martini in cui Mario Luzi immagina il ritorno del pittore senese da Avignone a Siena. Un pellegrinaggio che ha come approdo una sorta di Siena/Gerusalemme e, dunque, il suo sofferto raggiungimento descritto in versi di grande tensione: “Ti perdo, ti rintraccio, / ti perdo ancora, mio luogo, / non arrivo a te”. Ma il pellegrino ha spirito tenace anche se la meta “vanisce / nel celeste / della sua distanza”, “si ritira nel suo nome, / s’interna nell’idea di sé, si brucia / nella propria essenza / e io con lei in equità, / perduto / alla sua e alla mia storia…”. Per concludere nell’imminenza del ricongiungimento: “Oh unica / suprema purità… Oh beatitudo”.

06/04/09

Letteratura di viaggio. Lontano da noi per trovare se stessi


Un grande viaggiatore quale fu Michel Eyquem de Montagne, a quanti gli domandassero il perché del suo viaggiare era solito rispondere che sapeva bene da quel che fuggiva ma non quello che cercava. Arguta sintesi che a suo modo spiega anche come il mito del viaggio costituisca uno dei nuclei più profondi attorno ai quali la cultura occidentale abbia narrato il senso della vita, la ricerca della verità e della salvezza di sé. Basterà ricordare l’Odissea, la Commedia dantesca, Il Milione di Marco Polo, il Robinson Crusoe di Daniel Defoe dove l’autore pone il problema della solitudine dell’uomo, tema che ritroveremo anche nel Viaggio sentimentale di Laurence Sterne che in Italia ebbe l’autorevole traduzione di Ugo Foscolo. E ancora le colte impressioni di viaggio annotate da Goethe, Byron, Stendhal. O per rifarsi a geografie immaginarie (ancorché verosimili nella loro forza metaforica) le splendide pagine de Le città invisibili di Italo Calvino Così come è da ritenere libro di viaggio l’Ulisse di Joyce che, per quanto circoscritto nell’ambito di una città (Dublino) rappresenta un errare per tutto il cosmo.
Certo è che quando in letteratura si adotta la metafora del viaggio, significa scatenare una contaminatio di sentimenti i più diversi. Distacco, spaesamento, esilio, perdita, solitudine. Ma non di meno, viaggiare significa stupore, divertimento, trasgressione, avventura, conoscenza, prova. E in tutto ciò, ricerca di se stessi, poiché per ritrovarsi è necessario perdersi. Insomma, per dirla con John Steinbeck, non sono le persone a fare i viaggi, ma i viaggi a fare le persone.
Come insegna proprio l’Ulisse di Joyce, costruiamo la nostra identità viaggiando e arricchendola delle diversità con cui entriamo in contatto, senza esserne distrutti ma, anzi, “edificati”. Da qui l’attualità di quel libro che può continuare ad essere preso come una educazione al viaggio e all’interpretazione del mondo. Le diverse personalità che il protagonista joyciano incontra significano, infatti, le culture e le storie dell’umanità. Il monologo interiore del Signor Bloom (drammatico, ironico, sentimentale) raccoglie frammenti di coscienza di noi tutti. Nel suo “flusso di coscienza” troviamo il pensiero umano quasi allo stato nascente, prima ancora, cioè, che subentri qualsiasi forma di pre/giudizio.
Ecco, pertanto, il senso del viaggio che andrebbe stipato in valigia a ogni nostra partenza. Quando siamo a preoccuparci di quale vestiti portarci dietro, dimenticando che gli abiti da scegliere con cura sono quelli che indosserà la mente.