19/12/11

Giovani lettori. I figli meglio dei genitori


Pur con percentuali al di sotto dei coetanei europei, pare che i ragazzi italiani leggano più libri dei loro genitori. Se la cosa è vera ci troviamo dinanzi a una di quelle situazioni in cui sono i figli ad educare chi esercita su di essi la patria potestà, in tal caso con autorevole ignoranza. Allora coraggio ragazzi, intervenite finché siete in tempo. Prima che babbo e mamma vi portino in gita al tunnel del Gran Sasso a vedere i neutrini che arrivano dalla Svizzera più veloci della luce; salvate vostra madre dal credere che Il piccolo principe sia la biografia non autorizzata del principino William. Sorprendeteli, vendicatevi con eleganza di tutte le paternali (e maternali) che siete costretti a sciropparvi. A Natale regalate loro un libro.
Giusto per indicare il senso della genitorialità potreste depositare sotto l’albero il sempreverde Profeta di Gibran, magari con il bigliettino di auguri infilato tra le pagine in cui si legge che “I vostri figli non sono i vostri figli … Potete sforzarvi d’essere simili a loro, ma non cercate di renderli simili a voi”. Esemplare anche il Pirandello di Tutto per bene, commedia utile a capire la differenza che c’è tra fare il padre ed esserlo, perché non è sufficiente credersi genitori se poi non si è riconosciuti come tali dai figli. A voler essere spietati ci sarebbe poi la drammatica Lettera al padre di Kafka, aspro sfogo di un figlio verso un soverchiante padre che lo confinava tra paure e inettitudine. Ma anche Svevo con La coscienza di Zeno non scherza: tutto il libro ruota attorno alle implicazioni psicoanalitiche di uno schiaffo paterno a seguito del quale “mi si contrasse il cuore dal dolore della punizione ch’egli aveva voluto darmi…”. Così come risulta illuminante Pura vita, romanzo di De Carlo sul tema del dialogo generazionale, dal quale emerge che una figlia sedicenne è perfettamente coerente con la sua esistenza adolescenziale, mentre il padre non ha ancora imparato a vivere da adulto. Infine se volete dare a vostra madre una sublime botta emotiva, suggeriremmo In nome della madre di Erri De Luca, laddove Miriam dopo aver partorito Ieshu dice: “Che vuoto mi hai lasciato, che spazio inutile dentro di me deve imparare a chiudersi. Il mio corpo ha perso il centro, da adesso in poi noi siamo due staccati, che possono abbracciarsi e mai tornare una persona sola”.
Ecco, ragazzi, qualche idea-regalo. In modo che dinanzi alla ennesima rampogna genitoriale “non la puoi intendere sempre al tuo libro”, questa volta abbiate decisamente ragione voi.

12/12/11

Vicissitudini. Quando si dice il caso…


Tra i casi insoluti della nostra esistenza c’è giustappunto ‘il caso’. Ovvero quanto, con termini più gravi e pensosi, viene altrimenti detto destino, fato. Insomma tutti quegli accadimenti riconducibili alla categoria “vai a sapere perché…” e dei quali, proprio riconsiderandoli, non riusciamo a trovare una causa oggettiva. Sarebbe ciò che il filosofo Antoine Augustin Cournot (1801-1877) chiamò “il caso come causalità non-lineare”, perché a suo dire una serie di cause non sempre risulta consequenziale, laddove si presenta in ripetuti e disorientanti incroci.
Se poi la vogliamo fare più semplice, diciamo pure che la nostra vita è costellata di “sliding doors” e che pure noi, come nell’omonimo film di Peter Howitt (ma già l’idea l’aveva avuta quasi vent’anni prima il regista polacco Krzysztof Kieslowski con Destino cieco) riusciamo, soddisfatti, a prendere (e chissà come mai) certi treni in corsa, mentre altre volte l’affanno della nostra fretta svapora su portiere irrevocabilmente chiuse in faccia, lasciandoci (e ancora una volta chissà come mai) su desolanti marciapiedi. Da questi treni, afferrati al volo o perduti, dipendono poi fatti, scelte, affari, incontri, amori, convinzioni. Ecco, allora, che una singola – talvolta poco ponderata – azione può avere conseguenze imprevedibili e determinare il futuro. E’ nota a questo proposito la suggestiva definizione di ‘effetto farfalla’, secondo cui “il minimo battito d’ali di una farfalla è in grado di provocare un uragano dall’altra parte del mondo”. Immagine che sarebbe stata ispirata dal racconto fantascientifico A sound of thunder (“Rumore di tuono”, 1952) di Ray Bradbury in cui lo scrittore statunitense immagina futuribili macchine del tempo su cui far salire turisti desiderosi di avventurarsi in safari temporali. Ma sarà proprio durante una di queste escursioni in una remota era preistorica che un gitante calpesterà una farfalla scatenando così allucinanti conseguenze per la storia dell’umanità. La poetica metafora della farfalla si prestò bene, in seguito, a considerazioni scientifiche su elettroni e molecole, tanto che Edward Lorenz in una conferenza del 1972 sviscerò l’argomento: “Può il batter d’ali di una farfalla in Brasile provocare un tornado in Texas?”. E per tornare a noi: quante farfalle abbiamo inavvertitamente calpestato nella nostra esistenza? O forse eravamo noi le farfalle – vittime e colpevoli allo stesso tempo – in balia di avventati safari che la vita promuove con tragicomiche offerte ‘tutto incluso’. Quando si dice… il caso.

05/12/11

Tele visioni. Zapping sul nulla


Ne è passata di acqua… dai tubi catodici. Da quando ‘la televisione’ era ‘il televisore’, ad oggi in cui sullo schermo converge una multimedialità fatta di testi, immagini, telefonia, suoni, notizie, relazioni (?) sociali. Ed è in questa nuova era del tele-vedere che è arrivato anche lo switch off, l’inappellabile transizione dalla televisione analogica a quella digitale. Rivoluzione tecnologica, collasso d’antenna che ha tolto il sonno ad eserciti di anziani, i quali portano al collo il tasto salvavita ma non il bottone del pronto soccorso Tv. Così che – perfida ambivalenza delle parole – se a base di digitalis purpurea sono le pasticche che riequilibrano i loro scompensi cardiaci, il digitale, stavolta, li ha prodotto ansie e patemi rispetto a una quotidianità che proprio la televisione fodera di rassicurante monotonia.
Si è spalancato perciò, e non solo per gli anziani, un vasto disorientante palinsesto che, scorso per intero oltre quota 200 – tanti sono i canali della nuova (s)offerta televisiva – ha dato l’impressione di quelle botteghe “tutto a 99 cent”, fitti di un ciarpame persino simpatico quanto inutile. Mai zapping era stato tanto deludente nel rapporto quantità/qualità. Fatta salva la gratificazione di un inevitabile sorriso che può scaturire dall’ascolto di persone che discutono seriamente dei problemi calcistici del Compiobbi, mentre altrove si vendono brillanti (questi a poco più di 99 cent) o frullatori risparmia-tempo tali da mettere le casalinghe nelle condizioni di poter esercitare fuori casa altre redditizie attività (vedasi i relativi canali ‘tematici’). Finché la scintillante desolazione trova riparo in chiese a 40 pollici dove si recita sempre il rosario con la voce di disperanti misteri dolorosi, a ricordarci che tale è la vita terrena (anche, e a maggior ragione, se guardata in alta definizione).
A prescindere… – direbbe Totò, magari riproposto da provvidenziali canali movie – resta il fatto che la televisione vive una fase di trasformazione rispetto alla quale andrebbero aggiornate anche le analisi a suo tempo formulate da Karl Popper (“Una democrazia non può esistere se non si mette sotto controllo la televisione”) e Marshall McLuhan (“televisione cattiva maestra”). Il medium televisivo è sempre più globale, generalista ma pure generico, schermo ‘piatto’ in tutti i sensi. E di fronte alla crisi strutturale della democrazia (e ad essa collegata della cultura) non vorremmo che il mondo subisse uno switch off irrecuperabile da qualsiasi tipo di decoder.

28/11/11

Moti a luogo. Se la poesia è… ciclabile


Il giorno che, vincendo la pigrizia, decidessimo di scappare dal mondo, converrà farlo in bicicletta. Tutti i veicoli, ancorché più veloci, non consentono, infatti, la soddisfazione fisica (e la sua benefica ripercussione sullo spirito) di una fuga a due ruote: che in tal caso non significherebbe tanto la ricerca di ‘altri’ luoghi, ma di un modo per attraversare, percepire, ritrovare gli stessi luoghi in maniera ‘altra’. E in quella “velocità silenziosa” avvertire il sentimento del mondo, quasi fosse ascoltabile a rime baciate, perché – Paolo Conte non ha dubbi in proposito – “una bici si declama / come una poesia / per volare via”.
Peraltro, se volessimo davvero buttarla in poesia, rinveniamo ‘pedalate’ di indubbia nobiltà letteraria. Pensate che Giovanni Pascoli fa salire in bici pure i temi impegnativi della sua poetica, così da dire: “Mia terra, mia labile strada, / sei tu che trascorri o son io? / Che importa? Ch’io venga o tu vada, / non è che un addio”. Ciclista più o meno immaginario, egli lascia che i pensieri si allertino al “dlin… dlin” della “piccola squilla” e nonostante l’inesorabilità di ciò che al poeta risulterà comunque un addio, non nega che “bello è quest’impeto d’ala”, “grata è l’ebbrezza del giorno”.
A porvi mente scopriamo che la letteratura da tempo dispone di proprie ‘piste ciclabili’. Guido Gozzano si ritrova, affidatagli momentaneamente in custodia da una fanciulla, una “bicicletta accesa d’un gran mazzo di rose”, finché la ragazzina non recupera la rutilante macchina che “il fruscio ebbe d’un piede scalzo, / d’un batter d’ali ignote, come seguita a lato / da un non so che d’alato volgente con le rote”. Se poi il velocipede evoca amori, Corrado Govoni non può dimenticare quando “Tu pedalavi vaporosa avanti, / ed io a volo dietro il tuo cappello, / come in un delizioso carosello / mosso da Dio sol per noi amanti”. E sempre sul filo dei ricordi ronzano le ruote di Giorgio Caproni: “E come dolcemente geme / ancora, se fra l’erba un delicato / suono di biciclette umide preme / quasi un’arpa il mattino”.
In bicicletta, insomma, non si fugge da nulla; anzi, ritroviamo noi stessi e sé medesimi, con rinnovati sguardi, dentro paesaggi, umanità e cose della vita. Forse per tali ragioni H.G. Wells, popolare scrittore britannico e convinto pacifista, sosteneva che vedere una persona in bicicletta fa pensare a come per l’Uomo possa esserci ancora speranza. Sia chiaro: per spingersi su quei pedali un po’ di fatica è richiesta. Oltre a un’intima sintassi che sappia cogliere i moto a luogo… del cuore.

21/11/11

Da Saffo a Freud. Squassa Eros l'animo mio


Nella sua Lettera aperta al diavolo (1972), il letterato e sociologo Robert Escarpit tagliò davvero corto dicendo che l'erotismo altro non è che una pornografia di classe. Ovviamente sapeva benissimo che le cose non stanno esattamente così, ma forse anche lui intendeva dare un po’ di levità al gran discettare su questa materia, tanto semplice e ‘naturale’ nella pratica, quanto arzigogolata nelle teorie. A cominciare dal fatto che erotismo, sessualità, pornografia sono categorie contigue ma tra sé diverse.
Certo è che appena il piacere si emancipò culturalmente dalla sola idea della procreazione, i diritti della carne trovarono subito argomentazioni letterarie. Nella cultura classica greca si sosteneva, ad esempio, che Eros è figlio di Poros (acquisto) e di Penia (povertà). E’ dunque questo certificato anagrafico ad attestare come il nostro insaziabile desiderio sia, ahinoi, condannato all’indigenza. E da tale consapevolezza ecco spiegata ‘la passione’ che avrà i suoi cantori in Saffo (“Squassa Eros / l'animo mio, come il vento sui monti che investe le querce”), in Meleagro cui si deve la prima antologia licenziosa (La Ghirlanda) o Luciano di Samosata che con i suoi Dialoghi delle cortigiane (“O Corinna, e’ non era quel gran male che tu credevi di vergine diventar donna”) è ritenuto il precursore della pornografia.
Anche nell’area latina un erotismo filosofico argomenterà le proprie ragioni con l’esplicita poesia di Catullo, Orazio, Ovidio. Mentre, quanto a realismo, resta insuperabile il Satyricon di Petronio dove, a detta di Federico Fellini, i due protagonisti “metà vitelloni, metà capelloni, passano da un’avventura all'altra, anche la più sciagurata, con l'innocente naturalezza e la splendida vitalità di due giovani animali”.
Tali rappresentazioni dell’amore non piacquero, però, alla cultura giudaico-cristiana che le sbaraccò presto dalla scena (ob scaena, appunto). Si dovrà aspettare l’umanesimo rinascimentale per ritrovare aedi della lussuria quali Pietro Aretino. Quindi il Settecento francese (che contagiò anche l’Inghilterra) con raffinate opere erotiche e pornografiche. Attraverso romanticismo e decadentismo le tematiche dell’eros incroceranno successivamente la psicoanalisi. E da qui in avanti tutto si complicherà, almeno nelle teorie. Sul versante, invece, della pratica e dell’attualità, l’OMS in questi giorni ha informato che nel mondo avvengono quotidianamente cento milioni di rapporti sessuali, sessantacinquemila al minuto. In tal caso non si tratta di letteratura, ma di matematica.

14/11/11

Città mito. Leggenda romantica ma non solo


Come drappelli di riservisti, pluridecorati dalla vita e con gli inevitabili acciacchi dell’età, incedono compatti dietro un ombrellino che a mo’ di guidone è segnale di marcia e di raccolta. Sono i turisti a tempo (solo diurno), fanti di cuori (in affanno) su e giù per le piagge di Siena, salvo imbambolate soste nei luoghi deputati alla cartolina che ciascuno ormai ricava dalla propria fotocamera… con vista. Strana categoria di viaggianti non-viaggiatori, guardano il mondo senza vederlo, attraversano località senza che nulla resti loro addosso. Non si accorgono nemmeno della scontrosità degli indigeni, che tali invasioni mal tollerano per una sorta di supponenza ‘sentimentale’; cioè a dire: non può essere trattata così questa città tanto bella e amabile. Ben altri sguardi, attenzioni, intimi struggimenti ella richiede.
Ma, forse, proprio da questo legittimo risentimento, potrebbe nascere un quesito che si fa quanto mai attuale nel momento in cui si pensa Siena capitale europea della cultura. Ovvero: sono certi i Senesi che il loro modo di vivere e di ‘interpretare’ la città, sia, oggi, quello giusto? Esiste (e resiste) infatti, anche da parte loro, il ‘consumismo’ di un mito che per quanto nobile è ancora troppo legato alla leggenda romantica di Siena. Quella nata poco più di un secolo fa e che ha intessuto un racconto sulla città definendone la visione, la percezione ideale ed emotiva. Con tale registro narrativo ci è stata tramandata una educazione sentimentale verso il luogo (meraviglioso, non v’è dubbio) in cui abbiamo avuto la fortuna di venire al mondo. E con immutato ‘lessico famigliare’ si è continuato a trasmettere la leggenda che piace, rassicura, inorgoglisce. Chissà, però, se non sia giunto il momento di far progredire quel racconto, non certo smentendo il già detto (peraltro detto assai bene fino a costituire un mito letterario), ma per far sì – parafrasando quanto scrisse Alfonso Gatto – che questa città antica, mai diventi ‘remota’. Si tratta, insomma, di ricomporre al presente una narrazione per poter nuovamente decifrare e ‘comprendere’ Siena. Seguendo magari – se ci è permessa la suggestione di un paragone – il procedimento analogo a quello attuato in Palazzo Pubblico da Simone Martini con la sua Maestà: stupendo sviluppo di una consuetudine figurativa che andò ad ‘informarsi’ a nuovi universi culturali. La questione per Simone non fu solo di forma, ma di significati; di come, dall’interno di una tradizione, si potesse capire, illuminare (e di quale luce!) la realtà del momento.

07/11/11

Pagina su pagina. Se il piccolo è grande


E’ notizia di qualche settimana fa. Rischia di chiudere anche la graziosa libreria londinese diventata celebre per avere ospitato alcune scene del film Notting Hill. A nulla sembra valere il ricordo di Julia Roberts che tra quegli scaffali insinuò la sua bellezza e una rassicurante storia d’amore con poco sesso ma tanto frizzante romanticismo. E non date la colpa al timido libraio William (ovviamente stiamo parlando della finzione cinematografica) se anche quella porta che ad ogni spinta muoveva un campanello d’altri tempi, sarà obbligata a serrare il proprio ingresso (e questa è realtà). La colpa è della crisi che, come si sa, ha costretto gli innamorati dei libri a doversene disamorare, pena il rischio del default, famigliare in tal caso.
Lasciamo pure Notting Hill e (a malincuore, se ci è concesso) Julia Roberts. Usciamo insomma di metafora per dire che i numeri che leggiamo a proposito del mercato dei libri variano a seconda delle analisi e dei segmenti di mercato che di volta in volta vengono presi in considerazione. Ma il calo complessivo delle vendite è innegabile.
In tale situazione, ammirevole è la tenacia di chi gestisce certe librerie indipendenti e quella dei piccoli-medi editori che spesso si contraddistinguono per qualità di contenuti, raffinatezza, lungimiranza. Non meno lodevole è l’editoria erroneamente detta ‘di provincia’, la quale privilegia – è vero – l’ambito locale, ma che, così facendo, arricchisce e continua a dare voce al racconto di micro-universi che, altrimenti, andrebbero perduti nel chiasso della globalizzazione. E’ questa una editoria di storie, di memorie, di dettagli, di enclave geografici e culturali, dove persone, cose e giorni narrano la vicenda umana vista ‘da qui’. Perché un cannocchiale è talvolta utile anche nel suo rovescio. Più è lontana la prospettiva e maggiormente si allarga la postazione da cui si scruta.
Qualcuno ricorderà alcuni tipografi-editori che tenevano bottega nella vecchia Siena, dentro labirintici antri, saturi dell’inconfondibile odore di stampa. V’era il crogiolo delle linotype con le loro cascatelle di piombo, il tenace stantuffo delle macchine, il miracolo della carta che dall’anonimato del bianco acquistava l’autorevolezza della parola impressa, indelebile. Là prendevano forma anche libri che aggiungevano storia a storia, pensieri a sentimenti, notizie a curiosità. Era uno dei modi – Borges l’avrebbe detto molto bene – per ribadire che la storia universale è comunque una sola piccola storia. Talvolta un piccolo libro.

31/10/11

Senza futuro? Ma che storia è questa


Forse per un senso di colpa (se non altro generazionale), quando guardo i giovani studenti che gridano con brufolosa velleità “salviamo la scuola non le banche” e, di contro, la smorfia di sufficienza di certi incanutiti signori, viene spontaneo parteggiare per i primi. Perché, pur nella ingenua semplificazione di quello slogan, hanno ragione i ragazzi ad urlare quanto gli analisti, da tempo, gorgogliano nel loro dire pacato: che, cioè, alcuni fenomeni degenerativi dell’economia e della finanza hanno portato ad una crisi di sistema. Al punto che ora – quasi fosse giaculatoria di penitenti – in molti si appellano alla parola ‘etica’; mentre nel sottofondo non accenna comunque a spegnersi la risatina degli incanutiti di cui sopra, a ricordare come ‘economia etica’ sia una contraddizione di termini e che – Adam Smith docet – “il nostro pranzo non è dovuto alla generosità del macellaio e del fornaio, ma alla valutazione che essi fanno dei loro interessi”. A questi irriducibili ‘realisti’ c’è chi ancora replica facendo notare che, invece, sarà proprio l’etica il vero business dell’economia. In quanto le logiche di mercato non possono più prescindere da criteri morali, anzi valoriali.
Intanto là fuori sfilano le nuove generazioni, indignate (e pure qualcosa di più) a reclamare un domani che offra certezze partendo dalla scuola e dal sacrosanto diritto al ‘sapere’. Non può esserci, infatti, futuro senza una cultura, che è poi ciò che fornisce una visione del mondo, consapevolezza della storia e dei suoi processi, ‘coscienza del tempo’ e quindi una progettualità. Negare ai ragazzi formazione culturale è condannarli a vita alla prigionia di un presente che non diverrà mai storia, costretto com’è dentro la ‘contigenza’ (non solo economica, ma anche ideale). E’ come rinchiuderli nell’acquario della ‘modernità liquida’ (per dirla con Zygmunt Bauman) in cui tutto ha vita breve e dove risulta addirittura autolesionistico legarsi a qualcosa che intenda proiettarsi nella lunga durata. Non è insomma giusto che il pragmatismo di Downing Street assurga a stile di vita, deprivi di progetti e di sogni chi ha il diritto ad averne. Sognare non è un lusso, ma un genere di prima necessità. Quello di cui godemmo noi, padri dei ragazzi di oggi, e che alla domanda su cosa volessimo fare da grandi potemmo rispondere per bocca de Il giovane Holden: “colui che salva i bambini, afferrandoli un attimo prima che cadano nel burrone, mentre giocano in un campo di segale”. Da ciò le ragioni odierne di un terribile senso di colpa.

24/10/11

Cronache sportive, tra tecnicismi ed epicità


L’ora è tarda. Il barista ha ammainato a mezz’asta la saracinesca e con essa un altro giorno di ovvietà, là dentro consumatesi ad esorcizzare le brutte evenienze di quando la vita smette, sì, di essere banale ma per lanciarti qualche tegola in testa. Alla definitiva archiviazione della giornata resiste sul bancone un quotidiano sportivo, intristito da maneggi e frittelle. E così ridotto se ne sta con i suoi titoli sgualciti, ma non del tutto domi, ad annunciare cose quasi fossero guerre, intrighi, diplomazie, arrivi e partenze di eroi trascinanti con sé allori e polvere. Perché tale è il linguaggio con cui si racconta lo sport. Un divertente intreccio di tecnicismi ed epicità. Ecco allora che si “lotta fino all’ultimo respiro”, il campo avversario viene “espugnato”, la squadra riduce l’antagonista “ai propri piedi”, è “aggressiva” e se non lo è “manca di cattiveria”. L’etnia del giocatore vale un rito battesimale, dunque lui è chiamato “il serbo”, “l’argentino”, al pari de “l’ispanico” che non a caso era il nomignolo dell’aitante gladiatore nell’omonimo film di Ridley Scott. In tale festival dell’iperbole eccellono indubbiamente le cronache calcistiche, subito seguite da quelle della pallacanestro che, forse proprio perché giocata dentro un’asfittica arena, evoca quanto mai corpi a corpi madidi di sudore.
Nonostante l’evolversi dei linguaggi, l’aspetto agonale dello sport continua insomma a suggestionarne le cronache. Diviene attestazione letteraria di quanto le gesta sportive mantengano quasi intatta, dall’antica Grecia ai giorni nostri, la stessa allusività a ciò che nella vita è, appunto, competizione. Nell’Iliade Glauco è esortato dal padre ad “essere sempre il migliore ed eccellere sugli altri”; e quando necessario, affermava Pindaro nelle sue Istmiche, niente scrupoli “ad annientare il nemico con ogni mezzo”.
Capostipite dei contemporanei autori di epinici giornalistici è stato indubbiamente il colto e disincantato Gianni Brera. Memorabile la sua pagina in cui per raccontare il secondo posto del mezzofondista Mario Lanzi alle Olimpiadi di Berlino, scriverà di come “Lanzi morse le nuvole correndo senza cervello”. Metafora degna del miglior Pindaro che fissò l’immagine di un lottatore sconfitto mentre “con l’invidia nello sguardo atterra nel buio una vuota illusione”. Ma se i canti epinici della grecità consegnavano gli atleti all’immortalità, più caduca è la gloria affidata alle attuali odi. Ne è convinto anche il barista che ha già buttato il giornale, spento tutte le luci.

17/10/11

Censurare è vergogna di sè


Arriva sempre un momento in cui il potere, incarognito nella propria arroganza e stupidità, teme notizie, idee, persino la satira. Ed allora mette in atto forme di censura (le modalità possono essere brutalmente dirette, ma anche trasversali). In proposito la storia non è solo maestra di vita, ma anche di morte, nel ricordarci, cioè, come gli accanimenti censorii preludino (potrà magari variare il timing) la fine di chi ne è il fautore. Solitamente è la fase che il grande Ennio Flaiano definiva “grave ma non seria”. Ovvero quando il potere, di fatto, deve censurare se medesimo, poiché non vuole che si sappiano le porcate e malefatte da esso compiute. E’ lo stadio dell’obnubilamento, del grottesco, della scompostezza, dell’acchiappa-sberleffi. Diversa, invece, è la censura sulla circolazione delle idee. Salvo rare eccezioni, chi esercita malamente la potestà, di idee ne ha poche e balorde. Perciò teme quanti siano in grado di elaborare davvero pensieri e opinioni. Non c’è infatti cosa più minacciosa di quella che, per propri limiti, non si riesce a capire. Meglio, allora, fermare tutto alla fonte. Non può essere corso l’azzardo di censurare solo il poco che risulta comprensibile, a rischio, poi, che un qualsiasi Karl Kraus possa ironizzare su come “il potere censura solo le battute che capisce”.
Aleksandr Solzenicyn, che della repressione esercitata dal regime comunista subì tutta la crudeltà, in una lettera del 1967 indirizzata all’Unione degli scrittori sovietici ribadiva proprio il ruolo di coloro che attraverso la scrittura debbono “preavvertire a tempo debito dei pericoli morali e sociali incombenti”. Diversamente – diceva l’autore di Arcipelago Gulag – la letteratura sarebbe ridotta a pura “cosmesi”.
Sono cambiati i tempi, le circostanze, le modalità di circolazione delle idee e delle notizie, ma non il goffo tentativo, da parte delle egemonie, di inibire informazione, cultura, critica, ogni qualvolta queste rivelino verità, smascherino trame, diventino luogo (auspicabile e necessario per la salvaguardia della democrazia) di antagonismo e resistenza al potere. Continua, insomma, dopo oltre mezzo secolo, a riproporsi l’allegoria di Fahrenheit 451 circa la gestione delle conoscenze e il controllo della società. In quel romanzo di Ray Bradbury (reso poi celebre dal film di Truffaut) ambientato nell’ipotetico futuro degli anni Sessanta, leggere era reato e guardare la televisione governativa un sufficiente esercizio di apprendimento e di goduria. Fantascienza sociologica? Fantapolitica? Dite un po’ voi.

10/10/11

La vita è un rebus


“Tanto, non si confonda, la vita è tutta un indovinello”, sentenziò la signora prendendo congedo dalla sua omologa sgonnellante in mezzo a un ingorgo di carrelli da spesa. Era stato un duello all’ultimo sospiro. Si erano raccontate reciproche disgrazie e scoramenti, finché con quella conclusione sospesa tra l’abisso dell’inconosciuto e il banco dei surgelati le due tipe giunsero ai saluti. Ormai, anch’esse, sciarade deambulanti, mentre, tutt’intorno, i fasti alimentari del supermercato ribadivano, se non altro, come la vita sia in buona misura sussistenza.
Difficile controbattere l’assertiva casalinga (non più e soltanto di Voghera) circa il fatto di quanto enigmatica sia la vita, che in effetti ‘parla doppio’, è ambigua. Delle sue ragioni propone sempre un bisenso. E noi da essa ci troviamo ridotti a indovinelli, dunque ‘soggetti apparenti’ e fuorvianti dietro cui il Grande Enigmista nasconde, chissà, quale ‘soggetto reale’. Non sarà un caso se l’indovinello ritenuto più antico, posto a Edipo dalla Sfinge, aveva come risposta proprio l’uomo: “Qual è l’animale che al mattino avanza con quattro zampe, a mezzodì procede con due e quand’è sera cammina con tre?”. Tali infatti sono le posture dell’essere umano che da piccolo si sposta gattonando, in età matura su due gambe e da vecchio con l’ausilio del bastone. Bravo fu Edipo nella soluzione, al punto che la Sfinge fu costretta ad ammazzarsi. Leggenda vuole che altrettanto perspicace non sia stato Omero, morto dalla vergogna per non essere riuscito a risolvere un rompicapo formulato dai pescatori di Ios. Gli indovinelli, insomma, possono arrivare ad avvilirci, soprattutto quelli che la vita pone come insensati. I maestri zen ne hanno un ampio repertorio da affidare agli allievi che magari sono invitati a riflettere su quale suono faccia un applauso a una mano sola.
Ricorderete, in proposito, come anche verso la fine del film La vita è bella, l’ottenebrato e paradossale dottor Lessing sia ossessionato da un indovinello insoluto, ovvero da lui stesso che in quella scena surreale impersona la folle, inspiegabile vicenda della Shoa.
Tutto questo per dire che il gioco enigmistico allude, talvolta, a un esercizio ben più serio: saper svelare le parole nella loro ‘verità’. C’è, del resto, una “sovranità delle parole con le quali l’enigma innalza scene mute” (lo scrisse Michel Foucault parlando di Raymond Roussel), c’è una sovrapposizione del visibile e del nascosto, della superficie e della profondità. Ebbene, questo gioco siamo noi. Noi l’indovinello, noi la soluzione.

26/09/11

Storie di carta. Pagine aperte a seconda vita


Lui abitava al piano nobile vicino a suoi pari. Bell’aspetto nonostante l’età; anzi, proprio dagli anni gli derivavano fascino, autorevolezza, garbo e disponibilità a rapportarsi con il mondo circostante. Lui era un libro. La sua dimora il privilegiato palchetto di una libreria dove risiedeva tra altri simili che qualcuno aveva collocato alla giusta altezza perché interlocutori privilegiati, consiglieri e confidenti. Da là partecipava ad una quotidianità domestica di cui conosceva ogni cadenza. Aveva visto le diverse stagioni di persone, affetti, cose – conviventi e complici – domandandosi spesso se fossero state loro ad avere scritto le sue pagine o se, grazie a lui, quelle stesse persone e cose avevano potuto trovare, di volta in volta, parole, pensieri, ragioni; persino gli spazi bianchi che necessitano tra un capitolo e l’altro…, della vita in tal caso.
Le stanze poi erano divenute sempre più silenziose, abitate soprattutto da assenze, da un ispessito rimpianto. Vi era rimasto solo l’uomo che di libri le aveva stipate. Non si poteva certo dire che quei libri venissero trascurati, oggetto com’erano di carezzevoli riletture, rinnovati incontri dove il tempo portava saggezze e acclarati convincimenti. Ma le premure crescevano con il pacato tormento che prelude gli addii. Se ne accorsero per primi i volumi che del sentimento umano meglio raccontano il groviglio e che erano tornati ad essere sfogliati da dita – come ebbe a dire uno di essi versato nella musica – simili ad arpeggio di tonalità minore. I libri avevano già capito tutto. L’uomo, infatti, prese definitivo congedo in un’alba feriale, ovvia ad ogni pertugio che andava accendendo. Nella casa seguirono giorni alterni di silenzio e di forsennato tramestio, finché anche la biblioteca – ingombrante quanto irrisa eredità – fu svenduta e dispersa.
Dopo il comprensibile spaesamento, a lui (il libro che per una vita aveva abitato al piano nobile vicino a suoi pari) non andò poi male. Si ritrovò tra le mani di un ragazzo dai gesti e dall’intelligenza svegli. Il libro, ormai rassegnato a un’esistenza di riuso, portava scritto in costola Don Chisciotte della Mancia. Determinante per la sua consolazione fu la sera che vide il ragazzo indugiare meravigliato sulle parole introduttive di Borges che dicono: “Chiuso il libro, il testo continua a crescere e a ramificarsi nella coscienza del lettore. Quest’altra vita è la vera vita del libro”. Così anche il libro del piano nobile etc. etc., poté comprendere appieno il senso di quella sua seconda vita.

19/09/11

Andar per sagre. Il revival alla brace


La bistecca cotta al sangue è sacra, ovvero… sagra. Ecco in giocosa sintesi ciò che i linguisti chiamerebbero uno slittamento semantico e che, nel caso specifico, ha portato a chiamare sagra non più, come accadeva verso la metà del Trecento, la festa anniversaria della consacrazione delle chiese (sacra), ma appuntamenti gastronomici, fiere e mercati di natura varia. Si presume comunque (e già in questi termini ne parlava il Boccaccio) che fin da quando sacra era la sagra, venissero ugualmente mescolati i profumi dell’incenso a quelli dell’arrosto, i suoni d’organo a canzoni e balli, l’acquisto della salvezza eterna ad altri mondani baratti.
Dunque la sagra fu, e continua ad essere. Resistono – addirittura prolificano – questi convegni popolari anche nell’epoca del web e del globale. Così che la banda larga sa farsi stretta e chiassosa in ben diverse bande di pifferi e tamburi. L’universo mondo tornare ad essere paese, ed il paese quinta di teatro rizzata alla bisogna.
Fenomeno anch’esso post-moderno? Stai a vedere che la madre di tutte le sagre odierne non sia proprio la fiera postmodernista con i suoi banchi di filosofia spicciola, sincretismo a buon mercato, bricolage di idee e sentimenti. Tra business, turismo, nostalgie, folclore di origine più o meno controllata, abbuffate e rigurgiti a chilometro zero, tale è il modo con cui la società urbana ricerca qualche nesso con la tradizione rurale, con un universo – sia detto – in cui non prevaleva certamente la dimensione ludica e festaiola. Ricordarlo oggi, fosse anche con una semplice zuppa, mette invece allegria: effervescenti e bisunti gli organizzatori attorno ai bracieri, soddisfatto il pubblico che vi partecipa a frotte. Contenti tutti, insomma, nel rivangare un tempo al netto della miseria e della disperazione che lo abitavano.
Capitò una volta a chi qui scrive, di trovarsi a notte fonda in una piazza di paese dove da qualche ora si era conclusa la sagra annuale. Sedie scomposte, tripudio di plastica e vento, rumori come residui passi di mazurke, un cielo basso che faticava a smaltire vapori di salsicce e umanità. Dismesso il revival, abbandonati i suoi travestimenti, partiti gli attori. Mai simile squallore, però, mi era parso tanto gravido di poesia. Esagerai a tal punto da farmi tornare in mente il Leopardi della Sera del dì di festa: “Questo dì fu solenne: or da’ trastulli / prendi riposo; e forse ti rimembra / in sogno a quanti oggi piacesti, e quanti / piacquero a te…”. Ebbene sì. Finita la sagra, persisteva d’essa un rimpianto, una sua imprevedibile poesia.

11/09/11

Quel giorno che Il futuro crollò sul presente


Correva – o comunque teneva il passo verso la conclusione – l’anno 2001. Garruli e contenti eravamo lì a zompare sul proscenio del terzo millennio come bambini sopra il palco della recita scolastica. Non perché la situazione fosse proprio esaltante, ma in ragione di un moderato ottimismo che quel principio di secolo trasmetteva nonostante-tutto. La corte suprema degli Stati Uniti aveva dichiarato George W. Bush vincitore delle elezioni presidenziali, una non-personalità di spicco, incerto nell’eloquio, dalle poche idee ma confuse. Il prodotto interno degli Usa veniva sorpassato di due punti da quello europeo. Si era dovuto assistere allo scempio, per mano talebana, dei Buddha giganti di Bamiyan, colpevoli di essere nati troppo prima dell’Islam. Un papa tremante, accartocciato sulla propria sofferenza aveva chiuso i battenti della Porta Santa, già santo pure lui. L’Italia era alle prese con la mucca pazza e con il secondo governo Berlusconi.
La mattina di martedì 11 settembre il bandierone stelle e strisce issato sulla Liberty Island stava facendo il suo onesto lavoro (sventolare a gloria degli stati uniti d’America), fino al fatidico momento in cui, incredulo, vide collassarsi vetri, cemento e cielo, ed egli stesso mortificato dentro un’enormità di polvere. Comincerà così il reiterato racconto per il quale ogni aggettivo parve inadeguato; ma soprattutto sembrò impraticabile qualsiasi narrazione del reale. L’atroce e spettacolare accadimento mise in crisi coscienze, certezze residue, pallide idee di futuro; ed anche la scrittura dovette fare i conti con la sua connaturale ambiguità tra verità e finzione, per ridefinire le modalità di ciò che, da allora in poi, si potesse raccontare come vero o falso o virtuale. Perché il crollo delle Torri Gemelle è un’immagine in cui il reale ha imitato il virtuale. Sappiamo bene che al cospetto dei 2753 morti del giorno in cui vedemmo le “rovine del futuro” (l’espressione è di DeLillo), dinanzi allo sconquasso provocato nel comune sentire, il problema non è certo letterario. E infatti non lo è in quanto tale, ma come specchio della nostra coscienza storica. Ininterrottamente linkati con il mondo ne abbiamo la visione in tempo reale ma non la cognizione realistica. Qualcosa del genere accadde anche l’11 settembre 2001. Pertanto all’odierno esercizio emotivo di raccontare ciò che noi stavamo facendo quando crollarono le Twin Towers, proviamo ad aggiungere una variante: a quale mondo pensavamo in quel momento. E soprattutto a quale mondo stiamo pensando ora.

06/09/11

Ebraismo. Una lettura del mondo


Chi abbia avuto l’opportunità di assistere alla celebrazione di un matrimonio ebraico, sarà rimasto affascinato da una liturgia così arcaica che ancora va a inscriversi nella vita di due persone e in un tempo – il nostro oggi confuso e interlocutorio – distanti millenni da ciò che quel rito evoca. Lui e lei sotto la huppà, baldacchino-casa così solenne e precario; il corteo che incede verso i rotoli della Torah mentre una voce (più che voce, singulto di memoria) cantilla versetti che parlano di mogli come vite feconde e di figli come germogli di ulivo; lo scialle del rabbino, benedizione carezzevole sulla testa degli sposi; e infine la rottura di un bicchiere, perché non può esserci festa se venisse dimenticato il dolore provocato dalla distruzione del tempio di Gerusalemme («Si paralizzi la mia destra se ti dimentico Gerusalemme», proclama il maschio).
Proprio in ragione di tali suggestioni, ci spingiamo a dire che quella cerimonia sponsale apparentemente anacronistica e che va a suggellare una relazione di corpi, di storie e di sentimenti, potrebbe benissimo essere presa ad allegoria del rapporto tra ebraismo e modernità, farsi cioè chiave interpretativa per capire quanto Sergio Quinzio (si legga il suo libro Radici ebraiche del moderno, Adelphi, 1990) chiamava «il senso ebraico della radicale contingenza del mondo». Ovvero stare dentro le cose della vita con l’adattabilità di un nomade sempre pronto a partire; con la consapevolezza che la realtà non solo “è” ma “diviene”; ridere e piangere a seconda degli accadimenti, senza mai distogliere lo sguardo dai frantumi di quel bicchiere nuziale e quindi con l’idea di mettersi a servizio della ricomposizione di ciò che si è rotto.
Esiste, insomma, una visione ebraica della storia da prendere come possibile chiave di lettura del tempo che stiamo attraversando. Visione, ben inteso, piuttosto complessa che nella letteratura contemporanea, ad esempio, viene spesso rappresentata dallo scrittore Abraham Yehoshua. Egli nei suoi romanzi racconta, anche con una certa crudezza, tormentate vicende di relazioni umane entro contesti storici i più diversi; narra di pregiudizi e intolleranze, di culture e religioni differenti, di incontri e scontri generazionali, di sentimenti e risentimenti.
Ecco. Nella contingenza di un presente che pare aver perso tutti i verbi coniugabili al futuro, risulterebbe utile confrontarsi sull’attualità di questa cultura. Avvertiti dalla sapienza del Talmud che, pur trovandoci in mano agli stolti, «il mondo non si mantiene che per il fiato dei bambini».

08/08/11

Canto popolare, com’è perfetta la semplicità


“Fior di giaggiolo, / gli angeli belli stanno a mille in cielo, / ma bello come lui ce n’è uno solo”. Così cantava mia madre per casa, certi giorni in cui l’intimità domestica la faceva contenta di quel poco di mondo. Lei che aveva voce da mezzosoprano, alla maniera di Lola che nella Cavalleria rusticana intona proprio quello stornello. Io ascoltavo, preso dalle assonanze, dalla fluidità delle parole ben poste di seguito per dire molto più di quel che dicono. Prodigio di una poesia popolare – o comunque, per osmosi e contaminazioni, fatta patrimonio di popolo – che soprattutto in Toscana può dirsi testimonianza letteraria. La questione l’aveva colta con acume Mario Luzi introducendo una riedizione dei Canti popolari toscani di Giovanni Giannini (Edikronos, 1981), allorché sottolineava l’oggettiva ambiguità del termine ‘popolare’ attribuito ad una produzione poetica nella quale non sappiamo in che misura il ‘rustico’ abbia attinto dalla cultura egemone e, viceversa, quanto il ‘letterario’ abbia trattato in maniera popolaresca spunti autentici di poesia provenienti dal suo opposto e primario universo. Ammesso – diceva sempre Luzi – che si fosse trattato di realtà veramente opposta e primaria rispetto a quella di ‘corte’.
Considerazioni in qualche modo anticipate pure da Pier Paolo Pasolini nel suo Canzoniere italiano (Guanda, 1955) che annotava come in Toscana, mancando una distinzione glottologica tra lingua e dialetto, “un cantante popolare e un poeta ‘culto’ usano la stessa langue, l’identica grammatica, gli identici termini strumentali”. Sicché – concludeva lo scrittore friulano – poesie che presentano aspetti formali, altrove negativi, di semi-popolarità, qui restano in effetti ‘popolari’; oltre ad essere prive di quella rozzezza e quell’ingenuità che caratterizzano di un sia pur infantile realismo i versi che si ascoltano in altre regioni.
Ma le suggestioni esercitate dal vasto repertorio della tradizione popolare non si limitano soltanto all’ambito letterario. Ad esempio la storia della musica attesta che molti sono gli autori ad avere subìto il fascino delle melodie di estrazione popolare. A partire dalle prime espressioni monodiche del canto liturgico fino alle Folk songs di Luciano Berio, passando per i corali di J. S. Bach, le danze ungheresi di Brahms, alcuni temi delle sinfonie di Mahler provenienti direttamente dai Café chantant. Tutti affascinati dalla sfida a rimodellare una materia sonora elementare (banale, direbbero alcuni), tanto semplice quanto perfetta.

01/08/11

Il poeta di Bolgheri. Nel limbo pop dei ricordi


La maestra si pose in piedi dinanzi alla cattedra, chiese attenzione, inclinò leggermente la testa come a farsi pendant della carta geografica che sulla parete di destra piegava in direzione opposta. E prese a leggere con la pacatezza che può essere scelta a registro di commozione: “I cipressi che a Bolgheri alti e schietti / van da San Guido in duplice filar…”. L’aula era racchiusa in un silenzio più distratto che partecipe, anche perché i bambini non è che ricavassero molto da quelle parole tanto solenni; poi l’insegnante fermò la lettura e prese a parlare di sentimenti, ricordi, fanciullezza, nonne, e persino dell’inesorabilità del tempo che non torna indietro. Perché Giosuè Carducci – proseguì la maestra – riuscì ad esprimere tutti i più intimi sentimenti dell’animo umano. Ecco, bambini, per sabato imparerete a memoria fino a “guardando io rispondeva – oh di che cuore!”.
Questa scenetta in cui molti si saranno rivisti, bene si presta a richiamare la dimensione popolare del Carducci, ma non di meno il limbo in cui è stato relegato. Anche, e soprattutto, in considerazione del fatto che la critica non ha mai sciolto le proprie riserve su una poesia alla quale il suo autore intendeva dare responsabilità civili e di analisi storica, oltre che di sperimentalismo formale tutto giocato attraverso le forme classiciste. Un giudizio critico, rimasto appunto sospeso, ove troviamo l’iniziale e positivo riconoscimento di Benedetto Croce (che vide in quei versi un esempio di “integra umanità”), le perplessità di chi successivamente ne evidenziò la scarsa originalità rispetto al panorama europeo (Natalino Sapegno parlò di “poeta minore”), i cauti recuperi di una critica più recente che nella lirica carducciana ha comunque rilevato una sofferta e autentica tensione continuamente rapportata ai temi fondamentali della vita e della morte.
Sappiamo che Carducci, con foga antiromantica, intendeva ripristinare nelle lettere l’antico splendore dell’arte classica che a suo dire era l’unica congeniale al popolo italiano. Ma indubbiamente egli non seppe cogliere il vero senso del romanticismo europeo. E il mondo letterario lasciò ben presto perdere lui e i suoi roboanti versi. Quasi alla maniera del bigio quadrupede che il Vate aveva visto dal treno in corsa, nei paraggi di San Guido, prescindere completamente dai suoi elegiaci sussulti: “Tutto quel chiasso ei non degnò d’un guardo / e a brucar serio e lento seguitò”. Diciamo, dunque, che agli effetti della storia letteraria, Giosuè ebbe a perdere il treno, anzi la coincidenza.

25/07/11

Ah, l'amore. Ditelo con una poesia


“Amor, ch’a nullo amato amar perdona / mi prese del costui piacer sì forte / che, come vedi, ancor non m’abbandona”. Cioè a dire che quando si è amati non si può che riamare. Tant’è che la drammatica vicenda di Paolo e Francesca mise in crisi anche Dante, la sua concezione stilnovistica del sentimento amoroso e ancor di più le sue certezze morali. Alla domanda di Virgilio (Che pense?) il Sommo ha difficoltà a rispondere, si trova inadeguato rispetto ai principi etici di riferimento. Dante non riesce a considerare peccato un amore tanto tragico quanto sublime. Colloca all’Inferno i due amanti più per convenzione dottrinale che per convinzione. Per il Poeta deve essere stato terribile dover ammettere come il sentimento da lui teorizzato nella Vita nova (“Amore e ‘l cor gentil sono una cosa”) potesse precipitare dall’elevazione spirituale alla morte.
Si inaugura così una riflessione letteraria sull’amore che troverà molteplici scritti per dirne grovigli e pene. Un Leopardi nemmeno ventenne e alle prese con Il primo amore capisce subito quale ‘battaglia’ debba affrontare un’anima innamorata (“oimè, se quest’è amor, com’ei travaglia!”) per proseguire affranto “Ahi come mal mi governasti, amore! / Perché seco dovea sì dolce affetto / recar tanto desio, tanto dolore?”.
E saranno ancora certi libri a notificarci ciò che magari faticheremmo ad ammettere. Ovverosia che la passione amorosa per essere tale deve essere ‘impossibile’, come si premurò di dimostrarci la cultura romantica. Pensiamo all’Ortis di Foscolo dove la forza del sentimento prevale sul calcolo e sulla ragione. O alla sensibilità tardo-romantica del Verga in Una peccatrice e Storia d'una capinera, storie di amori passionali e travolgenti che portano alla disperazione o alla morte. Per non dire delle esasperazioni (in verità fin troppo ‘estetiche’) di D’Annunzio che si ricavano dalle pagine del Trionfo della morte (aridai!), Il piacere, Il fuoco.
A tranquillizzare quanti si ritrovassero a vivere un amore autentico e ‘normale’ sono fortunatamente intervenuti diversi poeti del Novecento. Tra costoro Attilio Bertolucci, che per sua moglie scrisse versi di grande nitore anche formale: “Coglierò per te / l'ultima rosa del giardino, / la rosa bianca che fiorisce / nelle prime nebbie”. / Le avide api l'hanno visitata / sino a ieri, / ma è ancora così dolce / che fa tremare. / E' un ritratto di te a trent'anni, / un po' smemorata, come tu sarai allora”. Ebbene, quel fiore (e quell’amore) può essere davvero alla portata di tutti.

18/07/11

Postmoderno. Un mondo di antieroi


Altri tempi quelli in cui si parlava di letteratura ‘specchio della società’, allorquando sistemi ideali e ideologici fornivano giustappunto interpretazioni letterarie come rispecchiamenti della realtà. Tanto che un romanzo poteva ‘spiegarci’ il presente che stavamo attraversando. O, viceversa, sembrava che i processi sociali in atto fossero delle perfette esemplificazioni di ciò che un autore – guarda caso – aveva pensato e scritto. Era insomma la drammatizzazione della società, giocata tra una sorta di poetica storica e di esegesi sociologica. Ma ovviamente i termini della questione erano più complessi e non sempre i mondi letterari erano il mondo. Finché giunse (certo, non improvvisamente) il postmodernismo che, come qualcuno ha ritenuto di dover precisare, più che un ‘dopo’ cronologico rappresenterebbe il superamento di un modo di porsi rispetto alla modernità: né ‘contro’ né ‘oltre’, piuttosto in maniera… diversa. Diciamo che può dirsi postmoderno quanto oggi risulta sempre più spesso indefinibile, comunque complicato, relativo, con/fuso, sincretico. E a suo modo anche la letteratura (quella che passa il convento) dà conto di questa postmodernità globalizzata e frammentata. Prevalentemente essa narra di antieroi che dalla loro marginalità (quasi sempre dalla loro sconfitta) indicano, rifiutano e implicitamente condannano la società attuale. Il fallimento individuale coincide così con quello collettivo. Intendiamoci, l’idea non è proprio nuova: basti andare a rileggere il Werther di Goethe o il foscoliano Jacopo Ortis per assistere allo scacco di esistenze mortificate dall’universo sociale in cui vivono e che rende loro impossibile qualsiasi tipo di azione o di impresa ‘eroica’. Antieroi, dunque, dentro un mondo che, alla maniera di un disperante ossimoro, si agita continuamente nella più assoluta immobilità. Tale risulta per lo meno il mondo occidentale da qualunque angolo sia guardato (e vissuto). Possono esserci forse differenze di percezione che variano tra una zona e l’altra del globo (zone non solo geografiche ma anche culturali ed esperienziali). Per mitigare il disagio potremmo pure dire che è sempre più comodo osservare (e perché no, irridere) l’universo dagli angoli della sua provincia che dal plumbeo anonimato delle sue città. Magari seduti a un bar della periferia del mondo, dove l’accidia può essere sorseggiata, con un amaro, fino alla soglia della completa inettitudine. O al racconto di essa, che in tal caso opererebbe come provvidenziale salvezza: letteraria?

11/07/11

Di gusto. Mangiarsi tutte le parole


Anche i libri hanno un sapore, e non solo quelli che trattano di cibo. Esistono d’altra parte i gusti letterari e pure in tal caso si può parlare di palati fini. Così come abbiamo persone avide di lettura, romanzi indigeribili e pagine gustosissime; e c’è chi, masticando piuttosto bene il francese, legge Baudelaire in lingua originale. Oppure, per nostro inconsolabile smacco, si possono avere figli che magari stanno molto sui libri ma non assimilano. Ecco, dunque, che le medesime parole vanno a definire il nutrimento del corpo e della mente, quasi a conferma della celebre battuta con cui diverte richiamare i tre perenni interrogativi dell’essere umano: da dove veniamo, dove andiamo, a che ora mangiamo. Figuriamoci poi se i libri presi in pasto discettano di filosofia, la quale, notoriamente, “ipse alimenta sibi”, cioè trae da se stessa il proprio nutrimento, tanto che in antico era raffigurata come un’orsa nell’atto di spolparsi le zampe.
Se volessimo continuare in questo gioco lessicale (ma non soltanto), va aggiunto che ingurgitare smodatamente libri non è nutrimento, ma solo una forma di ingordigia che poi la bocca restituisce in malo modo, ovvero in chiacchiere, le quali non sempre significano cultura. A tavola come in biblioteca esiste dunque un bon ton. La questione si pone per ragioni salutistiche, ma non di meno “estetiche”. Anche se su questo rapporto tra golosità, necessità, appetiti, senso della misura, la storia dell’umanità ha dovuto registrare alle sue origini un episodio assai inquietante, poiché mai ci fu pasto più frugale di quella maledetta mela che (forse questo fu il problema) sarebbe stata fin troppo gustosa (e nutritiva) poiché in grado di fare assaporare tutta intera “la conoscenza”. Del resto gli unici due umani del creato non sapevano di certo a cosa potesse condurre una errata alimentazione. Ma fu davvero un… peccato che tale morso venisse inibito dall’Onnipotente: la morale venne così confusa con la dietetica, creando da allora in poi sottigliezze come quelle che arrivò a formulare Tommaso d’Aquino, cioè a sceverare il legittimo “appetito naturale” dal peccaminoso “appetito sensitivo”. Ingegnosi e cavillosi distinguo che nell’epoca nostra dei relativismi (sorta di diete del pensiero e dell’etica) e di un mondo multiculturale (tale è anche la cucina), risultano incomprensibili. E nell’ambiguità di un linguaggio che dalla bocca fa transitare indifferentemente vivande e discorsi, qualcuno può sempre dire: scusa ma non ho capito…, ti stai mangiando tutte le parole.

20/06/11

Librerie. Le botteghe dei miracoli


Coloro che amano i libri vanno a cercarli in qualsiasi parte del mondo. Da questo punto di vista i bibliofili non soffrono di jet lag. Sbarcano vispi ovunque e si incamminano verso quelle librerie che loro sanno, laddove il profumo di carta stampata è assai più di una fragranza: trattasi, infatti, di uno status symbol. Prendiamo ad esempio la parigina Shakespeare & Co, nel Quartiere Latino: piccola, polverosa e assiepata di libri, vi aleggiano ancora i fantasmi dei poeti beat americani che negli anni ’60 ebbero a frequentarla. O per restare in tema viene in mente la City Lights di San Francisco, in cui nacque proprio la beat generation con Lawrence Ferlinghetti, Jack Kerouac e Allen Gisberg. Oppure l’immenso Strand Book Store di New York (18 miglia di scaffali in un edificio sorto nel 1928), vera mecca del libro usato, antico, raro, fuori stampa. Ma quanto a dimensioni (occupa un intero isolato di Portland), è Powell’s a vantare di essere la più grande libreria degli States. Per dare poi un vero sguardo british sul mondo è fondamentale, a Londra, varcare la soglia di The Travel Bookshop. Così come rappresenta un’immersione nell’universo culturale portoghese la Livraria Lello di Porto con il suo arredamento in stile neogotico, lo spettacolare ponte di legno (un ricamo sospeso) che collega uno scaffale all’altro.
In termini di storia e di fascino non sono comunque da meno certe antiche librerie italiane a Firenze, Roma, Milano, Torino. Una su tutte la triestina Libreria Antiquaria Umberto Saba sui cui scaffali d’epoca è possibile trovare le Poesie del grande poeta pubblicate nel 1911 o la prima edizione del Canzoniere stampata nel 1921. Racconta Saba che passando un giorno da via San Nicolò, avesse sbirciato oltre la porta l’allora gestore della libreria, commentando fra sé come fosse triste trascorrere una vita intera in quel buio antro. Il destino – o per meglio dire, la necessità – volle che, nel 1919, la libreria antiquaria venisse rilevata dallo stesso Saba. Il letterato-libraio ebbe a scrivere in seguito: “Mi piacerebbe, adesso che sono vecchio, dipingere con tranquilla innocenza il mondo meraviglioso. E, fra le altre cose, la mia oscura bottega di via San Nicolò 30 a Trieste; quella che, quando l’amava e passava volentieri fra le sue pareti le sue ore d’ozio, il mio amico Nello Stock chiamava, non senza qualche buona ragione, ‘la bottega dei miracoli’”.
Potremmo benissimo universalizzare quella ‘buona ragione’ per giungere alla conclusione che qualsiasi libreria contiene in sé lo stupore del mondo, il miracolo della conoscenza.

13/06/11

Fatti ad arte. Se il capolavoro è immortale


Anche l’arte festeggia i compleanni. In questi giorni è la volta della Maestà di Duccio di Buoninsegna. Sono trascorsi 700 anni esatti (9 giugno 1311) da quando la sfavillante ancona uscì dalla bottega del pittore per essere portata sull’altare maggiore del Duomo di Siena con un corteo che fu festa di popolo e di un’intera città. La Maestà è ritenuta a ragione il capolavoro di Duccio e una delle più significative testimonianze della pittura trecentesca. Opera di notevole modernità per il modo con cui seppe evolvere certi modelli figurativi (quali quelli di matrice fiorentina) verso un ulteriore realismo.
Constatare come il capolavoro duccesco continui, dopo sette secoli, a suscitare stupore e commozione, conferma nell’idea che l’arte è grande quando, attraverso il tempo – e pur essendo espressione di un determinato tempo – riesce a parlare (e ad emozionare) in ogni epoca. L’arte sopravvive dunque al suo artefice; testimonia una società, una cultura, una visione del mondo, ma ne va oltre. Certo è che non avrebbe senso, oggi, dipingere alla maniera di Duccio. Perché le forme artistiche si trasformano per rappresentare la società del momento o, in alcuni casi, per indicare come differenziarsi da quella stessa contingenza storica (che è poi un altro modo per rappresentarla). Però ogni qualvolta l’arte resiste alla storia mantenendo intatto nei secoli il suo messaggio emotivo, essa diviene “eterna” (e chiediamo scusa per l’aggettivo tanto solenne quanto logoro).
Perciò se la Nike di Samotracia, ormai fuori dalla società, dalle credenze e dalle forme estetiche del suo tempo lontanissimo, tutt’ora ci incanta, sta a dimostrare che i significati in essa compresi superano una forma non solo artistica ma anche sociale, per collocarsi, appunto, nel divenire del tempo.
E’ ovvio che quando noi definiamo “eterna” un’opera artistica non intendiamo illuderci sulla sua incorruttibilità materiale, ma alludiamo ad una immortalità che appartiene comunque al senso dell’arte. Solo il pensiero che l’Assunta del Tiziano possa andare distrutta turba le nostre sensibilità, pur tuttavia abbiamo la percezione che le “ragioni” che un giorno la crearono troverebbero nel tempo altre forme per manifestarsi come capolavoro. Per lo meno così è accaduto fino adesso.
Qui si fermano le nostre considerazioni rispetto a un tema che sappiamo complesso e molto dibattuto. Quanto poi a stabilire un giudizio di valore sull’arte contemporanea, valga per tutti la risposta dell’arguto e scontroso Gillo Dorfles: “glielo saprò dire domani”.

06/06/11

Paradosso necessario. Il dolore come conoscenza


L’assurdità più drammatica dell’esperienza umana è il dolore. Quel dolore paradossalmente ‘necessario’ per conoscere appieno le cose della vita. Giacomo Leopardi che molto ebbe da riflettere su questo tema, scrisse: “Da principio il mio forte era la fantasia. Non avevo ancora meditato intorno alle cose e della filosofia non avevo che un barlume. La mutazione totale mi inseguì dentro un anno – cioè il 1819 – dove, privato dell’uso della vista e della continua distrazione della lettura, cominciai a sentire la nuova infelicità in un modo assai più tenebroso. Cominciai ad abbandonare la speranza, a riflettere profondamente sulle cose, a divenire filosofo di professione, da poeta ch’io era, a sentir l’infelicità certa del mondo, in luogo di conoscerla”. Ecco svelarsi la sofferenza come chiave di accesso all’apprendimento dell’esistere, alla profondità dell’anima (usiamo pure questo termine generico con cui si è soliti definire quanto dentro di noi avvertiamo – ànemos, ovvero soffio – che giustappunto come il vento è reale ma imprendibile). Eh già…, le cose della vita. Diceva Virgilio: “sunt lacrimae rerum et mentem mortalia tangunt”, sono lacrime delle cose che toccano la mente dei mortali. Che poi non è cosa diversa da quanto affermerà Montale nel celebre “Spesso il male di vivere ho incontrato: / era il rivo strozzato che gorgoglia, / era l’incartocciarsi della foglia / riarsa, era il cavallo stramazzato”.
Se tale è l’esoso prezzo per accedere alla conoscenza, non significa certo che il male, quando possibile, non debba essere combattuto, evitato. curato. Bando, dunque, alle macerazioni romantiche e (altro paradosso che talvolta va ad insinuarsi nelle nostre esistenze) al ‘compiacimento’ del dolore. Dinanzi al male è bene essere razionali o come direbbe qualcuno intellettualmente onesti. Pertanto si sappia che gli analgesici (anche quelli intellettuali) non risolvono il problema ma possono attenuarlo; che ha poco senso creare cordoni sanitari e ghetti illudendosi che il male non entri mai in contatto con i legittimi piaceri; anzi, non conviene emarginare la sofferenza, è meglio che conviva e ‘socializzi’ con la vita normale. In definitiva giunse a queste conclusioni anche lo stesso Leopardi (leggasi La quiete dopo la tempesta) quando ci avverte su come “il duolo / spontaneo sorge: e di piacer, quel tanto / che per mostro e miracolo talvolta / nasce d'affanno, è gran guadagno”. Insomma, il dolore è connaturale all’esistenza, tuttavia quel nostro piacere che per prodigio e per miracolo dal dolore talvolta nasce, è pur sempre un apprezzabile profitto.

30/05/11

Freud o no. La lettura sul divanetto


Un caro amico dalla vita complicata e con qualche turba d’animo di troppo, mi spiegò una volta che, fatti due conti, gli costava meno andare da un tipografo e farsi stampare i propri romanzi autobiografici (in verità bruttini e pretenziosi) che dare inizio all’austero percorso della psicoanalisi. Diciamo che, a suo modo, aveva interpretato quanto già sostenuto da Italo Svevo allorché tenne a precisare che “Freud è un grand’uomo più per i romanzieri che per gli ammalati”. In materia il grande triestino la sapeva lunga. Tant’è che se andiamo a leggere La coscienza di Zeno appare chiaro che resistenze e sottili vendette tra il protagonista e il dottor S. (Sigmund?) esprimono, al di là della finzione letteraria, le riluttanze che l’autore aveva proprio verso la psicoanalisi. Poiché, secondo lui, guai se la malattia andasse a guarire: ci scapiterebbe la sublimazione artistica e quindi la letteratura.
Semplificando un po’ si potrebbe anche giungere alla conclusione che la psicoanalisi non ha scoperto niente di nuovo; piuttosto ha ‘riorganizzato’ quanto già presente nella storia umana sotto forma di letteratura. E ad onor del vero il dottor Sigmund aveva sempre riconosciuto a poeti, scrittori e artisti il proprio debito di riconoscenza.
Certo è che esiste una letteratura freudiana ancor prima di Freud. Solo per fare qualche esempio pensiamo alle angosce e alle nevrosi di Giovanni Pascoli, celate magari in un Gelsomino notturno (drammatizzazione dell’erotismo attraverso la metafora della natura) o in una Digitale purpurea (inquietante fiore dal profumo velenoso), tra simbolismi e autocensure, tra regressioni e rimozioni, con quel ‘fanciullino’ come bloccato nella sua evoluzione psichica. Dopo di che, con o senza l’aiuto diretto delle teorie freudiane, potrebbe essere la volta di Umberto Saba che con la sua poesia scava continuamente dentro di sé a tormentare narcisismo, solitudine, depressione. Altre volte – e non a caso associandolo a Svevo – si è parlato della ‘scrittura del profondo’ di Federigo Tozzi. Finché, con il procedere del Novecento, ci imbattiamo nei traumi infantili di Carlo Emilio Gadda (La cognizione del dolore), nonché nelle nevrosi sociali che lo stesso scrittore rappresenta in Quer pasticciaccio brutto de via Merulana. Infine alla sommaria lista non sfuggirebbe Alberto Moravia: vedasi la crisi di identità e iniziazione erotica descritta in Agostino. Tutto questo per dire: signori, la psicoanalisi è servita in molti libri. Mettetevi dunque comodi per la lettura, su un divanetto ovviamente.

23/05/11

Grandi miti. Antichi dunque attuali


Tra i pochi vantaggi dell’invecchiamento è da ascrivere l’acquisizione dell’essenzialità, perché, festeggiati (?) certi compleanni, ‘tutto’ è stato già visto e poche sono le cose che si ritengono necessarie. Accade questo anche con i libri. Il trascorrere del tempo e delle letture opera energici sfoltimenti nelle biblioteche personali: se non proprio come sgombero materiale (d’altra parte smantellare quelle protettive pareti di carta sarebbe come alleggerire il letto troppo in anticipo) per lo meno in termini di rimozione mentale. Ci capita, dunque, di selezionare, ridurre, portare a sintesi. Ciò che serve è stato scritto in qualche centinaio di titoli. Il resto sono solo varianti. Ed allora vai a riprendere in mano i classici e resti strabiliato nel constatare come lì dentro siano comprese le domande e le possibili risposte del tempo presente. In alcuni casi poste addirittura con maggiore spregiudicatezza e senza gli orpelli ideologici che ancora resistono. Ecco, pertanto, i grandi miti riproporsi con sorprendente attualità: Ulisse, Fedra, Antigone, Oreste, Amore e Psiche, Procne e Filomela, Prometeo, Medea, Edipo. Le loro vicende vanno persino a decifrare i fatti di cronaca dei giorni nostri. Non c’è un tempo in quei racconti, poiché appartengono ad ogni tempo e mondo. Narrazioni simboliche, interpretazioni della realtà e dell’inconosciuto rimodulate lungo la storia (anche letteraria) dell’umanità dove, di volta in volta, i miti delle diverse civiltà si sono scontrati o con/fusi in forza dei rispettivi paradigmi estetici e filosofici, fino ad essere ‘indossati’ (l’antico è figo assai) come ornamenti di modernità. Miti non certo da equivocare in favolette, se consideriamo come su di loro siano andati formandosi i fondamenti etici, morali e religiosi che hanno costituito la struttura sociale di interi popoli.
E’ quella la ‘spiegazione’ narrata del nostro essere, poiché – teoria psicoanalitica difficilmente confutabile – la costruzione del proprio io, non può prescindere dalla narrazione per collocarsi in un determinato universo culturale. E’ la via maestra per accedere alla conoscenza (alla coscienza) e alla ‘lettura’ del mondo. Perciò i miti letterari sono necessari, e a maggior ragione nell’età matura. Quale consolazione, ad esempio, leggere degli dèi greci, sempre belli e giovani in eterno, a meno che il Fato (superiore e imperscrutabile) non decreti per essi una diversa crudele sorte. Incombente destino che li pone sullo stesso piano di noi irrimediabilmente mortali.

16/05/11

In 15 parole. I semi del futuro


Un gruppo di studenti delle scuole secondarie di Torino ha lavorato per circa tre mesi all’individuazione di 15 parole da loro ritenute rappresentative per definire il presente e il futuro dell’Italia. Di tale piccolo manuale di sopravvivenza (ma anche di speranza) gli stessi ragazzi ne stanno discutendo in questi giorni al Salone del Libro con scrittori, artisti, intellettuali. Le parole in questione sono: futuro, impedimento, fiducia, pantano, me, poverini, svolta, rivoluzione, divertimento, resistenza, relativo, denaro, inquietudine, femminile, bellezza. Si noterà che alcune di esse paiono risuonare con la smorfia dello sconforto, altre attingono al sentimento dell’attendibilità, qualcuna più decisa guizza in direzione del ‘possibile’. E’ un sillabario dell’esistere che non può lasciare indifferenti, poiché compilato da coloro che giustamente esigono il respiro lungo e vitale dei domani. Parole i cui significati possono talvolta risultare opposti, magari contraddittori o intercambiabili l’uno con l’altro, consequenziali, alternativi, reciprocamente legittimanti, fino a divenire sinonimi non tanto sul piano lessicale ma fattuale. Ecco allora come per quei giovani il me (la mia vita, la mia realizzazione) debba accostarsi a tutti gli altri termini, cominciando proprio con la rimozione di quanto costituisca impedimento alla legittima affermazione di sé. Una faccenda innanzitutto di fiducia (in se stessi, ma anche negli altri). Impresa non facile, considerato il pantano in cui idee e ideali delle precedenti generazioni hanno (per opportunismo? per inerzia? per negligenza? per esaurimento delle scorte?) altezzosamente naufragato. Tanto che i poverini di oggi sono ridotti al cinismo per non piangersi addosso e perché – felice chi visse al tempo delle certezze! – tutto è diventato relativo. Senza denaro ma con il mito di esso. Quasi costretti al divertimento per arginare l’inquietudine. Frenati persino verso la bellezza, poiché non sempre è un lusso da potersi permettere (e in tal caso non è solo problema di soldi, ma pure di serenità). Così che noi (cioè loro) siamo qui a proseguire incompiute declinazioni di genere (femminile/maschile), ad indossare ‘parole-vintage’ come resistenza, svolta, rivoluzione. Perché, porca miseria, il futuro è un diritto, una ragionevole pretesa.
Con la mappa semantica azzardata dai ragazzi torinesi si dovrà pur navigare nel pelago dell’attuale contingenza e speriamo (soprattutto per loro) verso rassicuranti approdi. Parole, dunque, ma come semi di futuro.

09/05/11

A memoria d’uomo. Non c’è Storia senza racconto


Nel centocinquantesimo dell’Unità d’Italia, il prossimo Salone internazionale del Libro (Torino, 12-16 maggio) prosegue la sua riflessione sulla memoria ‘seme del futuro’. In tale prospettiva verrà svolta anche una rilettura del Risorgimento (delle sue narrazioni), si ragionerà sui caratteri originari di una identità italiana più o meno effettiva, sulla lingua (le ‘lingue) della nostra nazione, sulle parole chiave del futuro prossimo.
E’ infatti innegabile che una memoria condivisa vive ed è tramandata attraverso un racconto che risulta comunque ‘letterario’ e nel quale, appunto, quella memoria si riconosce, definisce la propria immagine. Lo storico Georges Duby, rifacendosi al grande filosofo Paul Ricoeur, sosteneva che “ogni discorso storico è fondato su una struttura narrativa, su un racconto, su un intreccio”. In ragione di ciò appare evidente quanto importante sia la ‘memoria raccontata’ (la sua istanza creativa) nel costruire una identità comune.
Oggi, peraltro, nell’epoca della comunicazione in tempo reale, il racconto delle cose sembra consumarsi tutto all’istante in mera cronaca, perde di profondità temporale, di ‘durata’. Si hanno così schegge di realtà che paiono come prive di memoria e senza futuro. Pertanto la realtà è irreale, i luoghi dei non-luoghi, le parole negate alla durabilità. Basti pensare all’appena trascorso Novecento per rendersi conto che quel secolo è riposto nei nostri cassetti come un film non montato, fotogrammi che ancora non hanno trovato la cadenza di un filo narrativo o, nella migliore delle ipotesi, cortometraggi anche belli ma un po’ troppo minimalisti. Per cui è già difficile capacitarsi di ciò che è stato soltanto ‘ieri’.
La memoria – e pure l’esercizio critico verso di essa – è insomma necessaria per dare spessore al presente e per capire il ‘dove’ ci troviamo, nel senso dei luoghi mentali e, non di meno, dei luoghi fisici (quale è una Nazione). L’irrinunciabile dimensione universale delle nostre esistenze non può essere equivocata con lo ‘spaesamento’.
Gabriel Garcia Marquez ha scritto che “la vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda per raccontarla”. Allora per mantenere viva una coscienza storica non è sufficiente la storiografia (quella scientifica degli studiosi), ma occorre il racconto, anche a prezzo dell’inesattezza, della mitizzazione, dell’invenzione. E la letteratura, a suo modo, si pone a servizio di questa coscienza, costituisce un portentoso antidoto all’oblio, alla smemoratezza, alla ‘fine’ del mondo.

02/05/11

Poesia goliardica. Quei chierici colti e giocherelloni


Lo stil novo sarà stato pure dolce, ma nel Duecento, da un certo punto in poi, i più si deliziavano con una poesia estremamente realistica e giocosa, dove l’amore era tutto ciccia e sensi, la vita una differenza tra avere o non avere denaro (peraltro fondamentale per giocare e bere del buon vino), la religione una contraddizione vivente per colpa di una Chiesa avara e corrotta (“la sposa di Gesù divien venale / donna pubblica or è, lei che era dama”).
Versi spregiudicati, insomma (la raccolta più celebre è quella dei Carmina burana), che parodiando i modelli delle sequenze liturgiche, celebravano, però, la nota triade gioco-vino-amore o lanciavano strali di sarcasmo verso la casta ecclesiastica. Nacque così la poesia goliardica i cui modelli furono coniati da personaggi quali Abelardo (all’indirizzo di Eloisa aveva composto dei carmina amatoria), Ugo di Orléans detto il Primate (sue le composizioni De non miscenda aqua vino; Pontificum spuma, In cratere meo) o l’anonimo Archipoeta di Colonia, che dopo aver fatto ammissione delle proprie debolezze (“vado alla deriva come una nave priva di nocchiero”) dichiara che “condurre una vita austera è per me quasi impossibile; io amo infatti il gioco che mi piace più del miele. Qualunque impresa mi chieda Venere, che non risiede mai negli animi meschini, è una piacevole fatica”.
Fu dunque l’epoca dei clerici vagantes che andavano in giro a far da controcanto ai trovatori: quest’ultimi a idealizzare donne dalle sembianze ultraterrene, gli altri a compiacersi di fanciulle sì fatte: “Sotto il petto delicato si incurvano i fianchi eleganti ed armoniosi, la sua pelle immacolata non rifiuta il tocco tenue delle mie dita che, sotto la vita snella, sfiorano l’ombelico nel ventre lievemente inarcato”.
Grande fascino dovevano avere questi intellettuali vagabondi e “alternativi”, colti ma giocherelloni, dalle virtù nemmeno troppo nascoste, al punto che una tale Fillide confida all’amica Flora: “Come vogliono la scienza e il nostro onore, / come impongono l'usanza e il dovere, / riconosciam che il chierico in amore, / vale assai, assai più del cavaliere”.
Ai crocevia di un’epoca assai combattuta tra progresso e reazione, spiritualismi e godurie, risuonò, quindi, il canto dei goliardi. Se non altro per avvertire – e stavolta senza alcuna ironia – che “tu sorte crudele e volubile incombi su di noi che esponiamo il dorso nudo al capriccio dei tuoi colpi”. Forte di questo avvertimento, la goliardia di qualche secolo dopo sarebbe corsa ai ripari insistendo su un consiglio: “gaudeamus igitur”.

26/04/11

Esercizi d’ironia. Ridere è cosa seria


Io c’ero, potrebbe dire qualcuno, con malcelata tenerezza, dinanzi a una foto d’epoca che mostra un muro di Parigi con su scritto: “una risata vi seppellirà”. Slogan di grande effetto (anche letterario) che il movimento del maggio francese aveva mutuato dall’anarchico ottocentesco Michail Bakunin. Le cose poi si complicarono quando quella risata divenne un ghigno troppo malevolo, fino a perdere completamente il senso dell’ironia. Diciamo che ebbe ragione Freud, il quale già aveva avvertito che il motto di spirito altro non è che un desiderio frustrato, simile al sogno, tant’è che l’umorista “sogna ad occhi aperti”. E noi smettemmo di stare svegli in un sogno per addormentarci dentro la realtà.
Eppure di ironia e di tutti i suoi complementi (comicità, umorismo, sarcasmo) ci sarebbe un gran bisogno. Dovrebbe essere un farmaco fornito gratuitamente dal servizio sanitario nazionale, al pari di quelli contro l’ipertensione.
Proviamo, allora, a fare un discorso serio sul ridere. Tiriamo giù dalle nostre librerie l’acume di Henri Bergson racchiuso nelle pagine del suo libro Il riso. Saggio sul significato del comico per argomentare, ad esempio, quella comicità (il filosofo francese la definisce “castigo sociale”) di cui la comunità degli umani non può fare a meno per individuare, respingere o per lo meno correggere i comportamenti che vanno a minare lo “slancio vitale” con il quale si identifica la vita stessa. Perché il riso costituisce un antidoto a ciò che mette in pericolo le nostre esistenze. Da esso può dipendere, dunque, la sopravvivenza della specie.
Ma c’è di più. L’umorismo è anche lo strumento che fa distinguere il falso dal vero, le incongruenze tra quello che siamo e quello che dovremmo essere. In questo è illuminante Luigi Pirandello (grande teorico dell’umorismo) allorché esemplifica così: “Vedo una vecchia signora coi capelli ritinti, tutti unti non si sa di quale orribile manteca e tutta goffamente imbellettata e parata d’abiti giovanili. Mi metto a ridere. Avverto che quella vecchia signora è il contrario di ciò che una vecchia rispettabile signora dovrebbe essere”. Ecco quanto benefico sia un certo ridere ai fini della consapevolezza del proprio essere, di una presa di coscienza che avviene grazie al (sorridente) “sentimento del contrario”. Importante, però, è non ridere da soli. La comicità va socializzata e soprattutto giocata con le parole che bene si prestano alla parodia, al paradosso, al doppio senso e al non-senso. In tal caso è consentito, anzi auspicabile, confondere le parole con i fatti.

18/04/11

Ritorni. La letteratura dell’impegno


E’ tornato di attualità George Orwell. Perché a lui verrebbe da ricondurre la diffusa “distopia” (termine opposto a quello di utopia per connotare una società indesiderabile) che, purtroppo, tutti ha contagiato. Ma anche perché potremmo definire orwelliana una letteratura che dello scrittore britannico sembra aver assunto le motivazioni, allorché egli affermava: “Il mio punto di partenza è sempre un senso di partigianeria, un senso d’ingiustizia. Quando mi accingo a scrivere un libro… lo scrivo perché c’è qualche bugia che voglio smascherare, qualche fatto su cui voglio attirare l’attenzione”.
Sta di fatto che certa letteratura è divenuta nuovamente politica nell’intento di raccontare “in che mondo siamo”. D’altra parte se consideriamo le nostre paure, pigrizie, sconforti, fughe…, per conoscere determinate realtà non ci resta che la narrazione. Diversamente, chi di noi si spingerebbe in territori di guerra, dentro i vicoli dove la camorra traffica ed ammazza, nei meandri urbani dell’emarginazione e della povertà, lungo le strade senza sfondo battute dai precari del lavoro? A farci praticare questi luoghi e, quindi, smuovere in noi il sentimento dello sdegno, il sussulto della presa di coscienza, sono allora le pagine in cui il documento, il dato oggettivo, incrocia, magari, il racconto fittizio. Ma il risultato è di forte coinvolgimento e così restiamo presi da ciò che potrebbe definirsi una “poetica della testimonianza”.
Il caso più eclatante è stato Gomorra di Roberto Saviano, che ha fatto riaprire dibattiti sul romanzo-réportage, sul ruolo politico degli scrittori, sul potere di denuncia dell’atto narrativo. Quanto ad esiti letterari ci sono, comunque, autori pure migliori di Saviano. Viene in mente, ad esempio, Davide Enia, che nelle pagine quasi perfette del suo racconto Mio padre non ha mai avuto un cane fa rivivere la terribile stagione degli stragi di mafia e un’atmosfera che “allora era intrisa di rabbia, oggi di rassegnazione”. Oppure pensiamo al libro di Aldo Nove sul sogno perduto di una intera generazione destinata a non diventare adulta, come colei (Mi chiamo Roberta, ho 40 anni, guadagno 250 euro al mese) che dà il titolo a quella serie di docudrammi aspri e struggenti. E ancora le stralunate storie di Ascanio Celestini (Io cammino in fila indiana) che tra gli scrittori citati è forse il più raffinato per come sappia esprimere indignazione squadernando fiabe terribilmente vere. Ben tornata, dunque, scrittura di denuncia. Diceva Fortini: “La poesia non muta nulla. Nulla è sicuro, ma scrivi”.

04/04/11

Si fa per dire. Sillabario del Paese unito


Poiché quest’anno dobbiamo parlare di Unità d’Italia, c’è fra tutti un bel concorso a ritrovare le parole che meglio possano evocarla. Le parole, appunto, che “hanno fatto l’Italia” o che, tantomeno, ne abbiano suggerito l’aspirazione. A tale sillabario, come abbiamo avuto modo di scrivere in diverse riprese, dette un deciso contributo la letteratura ottocentesca, e l’onda emotiva di certe pagine giunse a lambire pure i primi decenni del Novecento. Anni e libri da tempo consegnati alla polvere che giusto i soffi del centocinquantesimo hanno rivivificato, così che un nugolo di parole ha preso a disperdersi nel nostro oggi dove è tornata a sventolare “la santa vittrice bandiera” manzoniana, o con Foscolo siamo andati “memorando la libertà e la gloria degli avi”, quegli stessi avi di cui Leopardi vedeva “i simulacri e l’erme torri… ma non la gloria”.
Sprezzanti dell’anacronismo e amanti delle belle lettere, ci è piaciuto innescare il gioco delle citazioni. Però – sarà bene dirlo – le parole che da un certo punto in poi hanno fatto l’Italia sono state ben altre. Provate ad esempio a immaginare quali emozioni avrà smosso il 7 gennaio 1897 il verbo del Carducci che in occasione del centenario della bandiera tricolore rimbombò nell’atrio del Municipio di Reggio Emilia: “L’Italia è risorta nel mondo per sé e per il mondo…”. Chissà che brividi suscitarono gli stentorei accenti del poeta, ma indubbiamente impari a quelli che sarebbero stati provocati l’11 luglio 1982 da un grido che percorse le strade deserte di tutta Italia: “Campioni del mondo, campioni del mondo, campioni del mondo”. Il vate di turno era Nando Martellini e le sue parole contribuirono, eccome, a fare l’Italia. A sdoganare persino lo sbandieramento del Tricolore, fino a quel momento appannaggio (ed a panneggio) di una parte politica che praticava brutte nostalgie. Dobbiamo insomma prendere atto che il Paese si è formato assai di più attorno ai lemmi di una sociologia spicciola che a quelli letterari. Vedasi, dunque, alle voci cambiale, signora Longari, Seicento, tinello, Sisal, terrone, mutuo, cervicale, Drive-in. Ilare quanto tragico discrimine, quest’ultimo, tra una società che guardava la televisione e una società che da allora in avanti sarebbe diventata televisione, tra una pur contraddittoria idea di bene comune e la prevalenza degli egoismi. Del resto – e questa volta le parole sono nuovamente letterarie e ottocentesche – Federico De Roberto nei suoi Viceré aveva già tutto previsto: “L'Italia è fatta, ora facciamo gli affari nostri”.

28/03/11

Letteratura "disarmante". Raccontare i conflitti per demistificarli


Si può essere talmente sprovveduti (ideologicamente) rispetto al mondo da ritenere assurda qualsiasi guerra. A questo enclave di ingenui (cui apparteniamo) fu a suo tempo di consolazione la lettura del romanzo-capolavoro di Joseph Roth, La marcia di Radetzky, dove è detto che persino l’eroico generale austriaco amava sì le sfolgoranti e simmetriche parate militari, ma assai meno le guerre, perché sapeva che anche quando pare di vincerle, in realtà “si perdono”; ovvero, troppo alto è il prezzo da pagare, troppo incerte le conseguenze. In uno splendido passaggio del romanzo è scritto: “Allora, prima della Grande Guerra, […] non era ancora indifferente se un uomo viveva o moriva. Se uno era cancellato dalla schiera dei terrestri non veniva subito un altro al suo posto per far dimenticare il morto ma, dove quello mancava, restava un vuoto, e i vicini come i lontani testimoni del declino di un mondo ammutolivano ogni qual volta vedevano questo vuoto”.
Tale è dunque il nostro sconforto dinanzi ai guerreggiamenti (qualsiasi essi siano) che quasi ci disturba prendere atto di quali belle pagine letterarie la guerra abbia ispirato, contribuendo, anche senza volerlo, a creare una mistificazione, un’epica del conflitto armato. Ma tant’è. Si comincia con l’Iliade per proseguire, attraverso le molteplici odissee della storia, fin dentro lo sconquasso del Vietnam. Del resto gli scrittori fanno il loro mestiere: raccontare. E non è da escludere che sia questo l’unico modo per “sfatare” veramente la guerra e denunciarne gli orrori.
Tornano a mente, in proposito, i terribili versi di Clemente Rebora nella poesia Viatico, allorché vedere il compagno di trincea agonizzante, ridotto tronco senza gambe, fa supplicare l’affrettarsi della morte per “la pietà di noi rimasti”, e dunque “lasciaci in silenzio / grazie, fratello”. In una analoga situazione, Ungaretti constaterà che “non sono mai stato / tanto / attaccato alla vita”. Così palpabile è, infatti, il senso di precarietà vissuto al fronte che il poeta scriverà ancora: “Si sta come / d’autunno / sugli alberi / le foglie”. E chi di noi non si commuove nel leggere la ‘ingenua’ poesia di Corrado Alvaro in cui immagina di dover chiedere A un compagno di avvertire la famiglia della sua morte in battaglia: “Di’ loro che la mia fronte / è stata bruciata là dove / mi baciavano, e che fu lieve / il colpo, che mi parve fosse / il bacio di tutte le sere”.
In conclusione. Se le guerre sono davvero ineludibili, resti per lo meno il segno dell’inchiostro ad annotarne il paradosso, il disincanto, un sentimento che da esse ci dissoci.

21/03/11

Ventuno marzo. Il solstizio della poesia


Se fosse vero che le stagioni non sono più quelle di una volta, artisti e poeti verrebbero ad essere privati di una bella risorsa. Speriamo, quindi, che oggi, vigilia (incerta) di inizio primavera, il ricorrente luogo comune venga smentito dai fatti (meteorologici) e che così possano cantare uccellini e verseggiatori. Diversamente dovremo fare appello ai poeti di una volta, anche se non consola quanto, oltre mezzo secolo fa, già lamentava un ecologico Bertolt Brecht: “molto tempo prima / che ci gettassimo su petrolio, ferro e ammoniaca / c’era ogni anno / il tempo degli alberi che verdeggiavano / irresistibili e violenti”. Insomma, concludeva lo stesso Brecht, altri tempi…, con le giornate più lunghe, il cielo più chiaro, la primavera che poteva annunciarsi in un particolare mutamento dell’aria, mentre “ora leggiamo nei libri / di questa celebrata stagione”.
Se poi pensiamo alle primavere ottocentesche di Recanati che brillavano nell’aria ed esultavano nei campi, appare evidente che doveva trattarsi di una roba talmente bella da mandare in bestia, per contrasto, colui (Leopardi) il quale, invece, non trovava in sé grandi motivi di contentezza, al pari d’un passero solitario restio a far combriccola con i suoi simili “per lo libero ciel”.
Il dramma esistenziale di Giacomo non è certo paragonabile a quello ben più universale che altra primavera annunciò nel 1938 e che nei versi di Montale (Primavera hitleriana) assunse questa drammatica descrizione, allorquando Hitler e Mussolini visitarono Firenze: “Folta la nuvola bianca delle falene impazzite / turbina intorno agli scialbi fanali e sulle spallette […] Da poco sul corso è passato un messo infernale […]”. Ecco, allora, che la primavera resta intirizzita in un ritorno di gelo, tanto che l’iniziale nube di farfalle precipita come in una nevicata invernale. In tale frangente della storia c’è davvero il sovvertimento delle stagioni, di un’alba che domani si riaffaccerà “bianca ma senz’ali”. E, peggio ancora, è lo sconvolgimento dei valori, del mondo intero.
Che mai più tornino, dunque, quelle non-primavere e gli indignati versi dei poeti a raccontarle. Meglio il pacificato sole ungarettiano che “si semina in diamanti / di gocciole d’acqua / sull’erba flessuosa” o il paesaggio così minimalista di Emily Dickinson, secondo cui per fare un prato sono sufficienti un trifoglio, un’ape e un sogno, ma soprattutto il sogno. Valga pure per noi la lezione della Dickinson, a meno che perfino i sogni non siano più quelli di una volta.

14/03/11

Storie di matti. Maso che sentiva i treni


Tutti lo chiamavano Maso. Uno tra i molti coatti nell’ospedale psichiatrico San Niccolò, vera e ‘altra’ cittadella sorta su un appartato margine della città vecchia. Maso era matto, ma non troppo; così che lui poteva varcare tutti i giorni i saldi cancelli della contenzione e percorrere il tratto di ‘normalità’ che lo portava fino al vicino convento dei Servi dove, vestito di una spolverina giallognola, arrancava in modeste incombenze tra le stanze conventuali e la basilica. Prediligeva fermarsi davanti alla cappella in cui campeggia una inquietante Strage degli innocenti e da lì, con la sua risata sdentata e sublime, far partecipi gli altri di tutte le cose che lui ‘vedeva’. Come quando, in occasione del restauro della chiesa, cavarono da sotto il pavimento diversi mucchietti d’ossa (reperti di pie sepolture) e lui vide ovunque donne morte tutte nude e dettagli anatomici che lo esaltavano in un exultet tanto blasfemo quanto innocente. Maso rideva rideva. E nella sacrale penombra sembrava riproporsi una sorta di risus paschalis, quella antica usanza alemanna, in cui, durante la liturgia pasquale, il celebrante provocava crasse risate dei fedeli dicendo e facendo dall’altare incredibili sconcezze. Rito che, al di là del comprensibile imbarazzo, aveva forse in sé il richiamo ad un divino e originario stato della carne e del piacere.
Maso era il fool, il folle, lo stolto, il diverso con licenza di essere demone e angelo. Colui al quale è concessa libertà di parola e impunità. Stava in piedi con un interrotto dondolio, quasi ad accondiscendere il beccheggio di quella ‘stultifera navis’, bene scrutata da Michel Foucault (si legga il suo fondamentale saggio Storia della follia nell’età classica) sulla quale – deriva di esistenze – venivano imbarcati i reietti, gli esclusi che la società intendeva allontanare.
Certe volte il matto del convento dei Servi badava ripetere: ‘oggi si sente il treno’. Lo diceva con un accento così ispirato da far venire in mente lo stesso treno che nel delirante Sogno di prigione di Dino Campana “[…] si sgonfia arriva in silenzio, è fermo: la porpora del treno morde la notte […] poi tutto, mi pare, si muta in rombo: Da un finestrino in fuga io? Io ch’alzo le braccia nella luce!!”.
Un giorno di un’estate esageratamente calda (l’avamposto delle cicale a ridosso della città murata risuonava come un convegno di ossesse) accadde che nessuno vide Maso traccheggiare nel suo consueto viottolo di normalità, dal manicomio al convento. Aveva sentito il treno, e quella volta c’era salito.