05/10/09

Imago urbis. La visione della città tra estetica ed etica


Da sempre la città non ha significato soltanto la delimitazione di uno spazio abitato, ma anche un concetto, l’esplicitazione di un’intima visione delle cose e dell’esistere. E’ dunque in ragione di ciò che, nel tempo, ogni città viene “raffigurata” intrecciandone immagine reale e immagine ideale. Questa imago urbis è innanzitutto legata all’esperienza figurativa della pittura e della fotografia che a vario titolo e secondo le diverse esigenze (topografiche, descrittive, ad effetto estetico) mostrano la città ora come realtà d’uso, ora come oggetto di contemplazione. Tuttavia qualunque sia il “punto di vista” del pittore o del fotografo di turno, e anche laddove egli intenda perseguire meri intenti realistici, porterà in quella raffigurazione una sua “idea” di città connessa ai propri riferimenti culturali. E proprio il tramandarsi di questi punti di vista va poi a formare la “leggenda” di determinate città (Siena è ormai fra queste).
Non di meno la letteratura offre visioni e interpretazioni delle città. Si pensi al ribollente scenario di Napoli proposto dalle pagine di Anna Maria Ortese, alla appartata Ferrara di Giorgio Bassani, alla Roma vacua di Alberto Moravia, alla Trieste quando mesta quando ridente di Svevo e Saba, al rifugio di odori e memorie che Dacia Maraini ritrova a Bagheria. O alla Siena di Federigo Tozzi, città che egli amò nei suoi scorci e recessi ma non nei suoi abitanti che ne facevano, secondo lui, una realtà angusta e asfissiante. Insomma un amore/odio tacitamente contraccambiato dai senesi verso il geniale ma troppo scontroso concittadino. Poiché essi, al profilo psicologico della città che emerge dagli scritti tozziani hanno sempre preferito l’immagine “anacronistica”, immaginifica, attraverso cui si è prevalentemente raccontata Siena. Ovvero una dannunziana “città del silenzio” posta dentro al frastornante riverbero della sua memoria. Una raffigurazione di stampo romantico che, probabilmente, continuano a cercare anche i forestieri un po’ cialtroni dei giorni nostri. Gli instancabili pulsanti delle macchinette fotografiche – e quindi gli sguardi che vi stanno dietro – sembrerebbero non voler catturare altro (di Siena e di analoghe città leggendarie) che il brivido del passato, la prodigiosa cartolina. O forse l’insistenza nel voler perpetuare questa visione straniante, è speculare alla confusione delle identità, allo stravolgimento dei paesaggi esteriori e interiori. Per cercare ancora una volta l’immagine di una città (e di se stessi) non solo estetica ma anche etica.

28/09/09

Tozzi da Poggio al Vento. Lassù dove si apprende un’intima cosmografia


Chi si trovasse a percorrere la strada senese dei Cappuccini – su quella defilata altura di Poggio al Vento che, almeno in parte, è riuscita a respingere gli assalti dell’urbanizzazione – non faticherà più di tanto a percepire il genius loci che vi risiede. Stiamo parlando di Federigo Tozzi, la cui memoria trapela non soltanto attraverso i muri della casa rossa che costeggia la strada e dove lo scrittore (nel podere di Castagneto) trascorse alcuni anni della sua vita, ma pure nella campagna che da lassù declina, si interra e si rialza finché non abbia consegnato all’azzurro il profilo della città.
E’ da questi luoghi, infatti, che muovono i primi apprendimenti dell’intima cosmografia tozziana. “Che punto sarebbe quello dove s’è fermato l’azzurro? Lo sanno le allodole che prima vi si spaziano e poi vengono a buttarsi come pazze vicino a me?”; così scriveva Tozzi in apertura a Bestie, un capolavoro di prose liriche (“liriche senza canto e senza retorica”, le definì Paolo Orano), dense e inquietanti per i loro reconditi significati, per certi sguardi sulla natura indagatori e stranianti. E’ su questa terra, in cui, per virtù delle pagine tozziane, la volta celeste rattrappisce fino al minuscolo luccichio di uno scarabeo, che lo scrittore senese opera i suoi carotaggi per sondare il “profondo”, sperimenta la sua ossessiva qualità visionaria. Nella convinzione – così disse in una novella – che “la realtà delle cose dipende dai nostri sentimenti”. Eh già: la realtà, al di là della sua apparenza, è difficile a comprendersi. Cose e persone sono sempre altro-da-sé. E non a caso anche i protagonisti dei romanzi tozziani non riescono mai ad accettarsi per come sono. Pur nello sforzo di volersi dare una identità – lo annota efficacemente Romano Luperini – rivelano poi insofferenza ed estraneità rispetto a se stessi. Cosicché il loro essere risulta qualcosa di “altro” rispetto al mondo e alla propria coscienza.
Nella narrativa di Tozzi accade ben poco dal punto di vista della trama. Ma prevale, appunto, questo scavo continuo dentro la psicologia dei personaggi che divengono, quindi, caratteri universali. Si svolge così anche l’aggrovigliato filo di una autobiografia ai limiti del subconscio, tutta giocata su un “io” che perde i propri contorni, non ha consistenza; e si proietta allora in un “doppio”, in un individuo che si vuole diverso e allo stesso tempo identico a sé.
Tale era l’universo interiore che si rivelava a Tozzi dal podere di Castagneto, laddove – scrive in chiusura di Bestie – “ci si sta così bene a piangere con la faccia su l’erba fresca, che arriva fino all’anima!”.

21/09/09

L’ora di italiano. Come (non) spiegare la letteratura del 900



“All’uscita di scuola i ragazzi vendevano i libri”, cantavamo agli inizi degli anni 70. Anche perché quei libri, ieri come oggi, se non venivano venduti erano eventualmente destinati ad alimentare le muffe di cantine e soffitte, ma quasi mai a guadagnarsi il dignitoso scaffale di una libreria. Inesorabile destino dei libri scolastici, a torto o a ragione ritenuti dei non-libri. Eppure costano un’esagerazione, e come nel caso dei manuali di letteratura italiana (questo è l’argomento che più ci preme) rappresentano un significativo punto di osservazione riguardo a ciò che gli specialisti chiamano il “canone letterario”, ovvero rispetto alla compilazione di una lista di autori considerati irrinunciabili per comprendere il formarsi di una cultura nazionale. Questione che riguarda principalmente il Novecento, secolo che piace ormai definire “breve” e che in letteratura sembrerebbe esserlo quanto mai, superando a malapena la soglia dei sessant’anni.
Accade così che nelle scuole superiori, la conoscenza della letteratura del secondo Novecento sia pressoché affidata alla sensibilità, agli interessi, alle “stravaganze” di qualche insegnante, poiché in mancanza di un canone anche scolastico si procede zompando tra Svevo, Pavese, Moravia, Calvino e quant’altri. Eppure l’istituzione scolastica, interagendo con la critica maggiormente qualificata, dovrebbe essere il principale soggetto in grado di trasmettere un patrimonio letterario definito e condiviso.
Certo è che la costituzione di un canone non può essere condotta con sbrigativi e contingenti criteri… calcistici, del tipo “esce Pratolini entra Landolfi”. Si tratterà, infatti, di formare una ideale biblioteca del Novecento che testimoni anche la “percezione” che in questo secolo si è avuta del valore di un testo letterario, in rapporto, quindi, a certi mutamenti culturali, antropologici, di immaginario collettivo. La letteratura diviene allora chiave di interpretazione della contemporaneità, costituisce giudizio, testimonianza e trasmissione di una memoria. E nel dinamismo, nella dialettica che tali processi critici suscitano non si addiverrà soltanto a una lettura della contemporaneità, ma addirittura ad una reinterpretazione del “trascorso”, cosicché non possa escludersi pure una riformulazione di ciò che è il canone letterario preso in tutto il suo arco storico, dalle origini ad oggi. Poiché anche in tal caso vale la constatazione che George Orwell fece esprimere a Winston, il protagonista di 1984, il quale ripensando a un decennio appena trascorso prendeva atto di come “il passato non solo cambiava, ma cambiava in continuazione”.

14/09/09

Disegnare la scrittura, scrivere i disegni


Con espressione acculturata viene detta “letteratura per immagini”, però, per farla breve, del “fumetto” si tratta. Definito, appunto, in tal modo perché dentro a certi sbuffi di fumo sono riportati i dialoghi tra i personaggi che animano le diverse storie, più disegnate che scritte.
Si è stabilito che la nascita del fumetto – ma il dibattito sulla sua primogenitura è tutt’ora aperto – sia da attribuirsi all’intuizione narrativa di un maestro di scuola, il ginevrino Rodolphe Töpffer, che tra il 1827 e il 1833 realizza e pubblica “Sette racconti per immagini”. Töpffer ebbe subito un gran successo e quindi anche diversi imitatori, tant’è che il fumetto si diffuse rapidamente in tutta Europa. Insomma nacque un genere (e perfino un business) che nel corso del tempo ha progressivamente scavalcato i recinti in cui lo si credeva confinato (quelli dell’infanzia e dei ceti popolari) per raggiungere anche la cultura dotta.
Non siamo esperti della materia e perciò sarà bene evitare azzardi critici. Ci limiteremo a una semplice testimonianza. Fu su Il Corriere dei Piccoli che esercitammo i primi passi nella lettura, cantilenando le gustose didascalie a piè di ogni vignetta, composte in ottonari a rima baciata (taluni ricorderanno: “Qui comincia l’avventura / del Signor Bonaventura”) e attraverso successive e casuali incursioni tra Il Monello, L’Intrepido e Tex, approdammo, da adulti, al Corto Maltese di Hugo Pratt. E fu una rivelazione per come in quelle pagine si fosse giunti a una delle più sorprendenti sintesi tra fumetto, pittura e letteratura. Folgorati, dunque, da una “narrativa grafica” di notevole livello letterario che lasciava intendere quale mole di letture vi stesse dietro (Kipling, Rimbaud, Salgari, Hesse, Conrad, Borges, tanto per fare qualche nome). Non a caso Pratt diceva che “prima di scrivere ogni storia leggo cinquanta libri” definendosi un autore di “letteratura disegnata”, perché – amava ripetere – “disegno la mia scrittura e scrivo i miei disegni”.
La nostra infatuazione prattiana nacque quando con Una ballata del mare salato realizzammo che il fumetto (quale bellezza le profonde campiture di quei paesaggi!) potesse farsi davvero romanzo di raffinata trama e ritmo narrativo in un movimento sincronico di avventura, amori, eroismi, malinconie. Ci iscrivemmo, così, alla scuola di pensiero di Umberto Eco che non ebbe remore nel dichiarare: “Quando ho voglia di rilassarmi leggo un saggio di Engels, se invece desidero impegnarmi leggo Corto Maltese”. E non neghiamo che da allora il termine “fumetto” ci sembrò molto riduttivo.

07/09/09

A proposito di Montaperti - Se la storia si fa mito, anzi letteratura


Aristotele sosteneva che "il racconto è mito poiché sa comporre gli avvenimenti in unità, in cui appare la loro verosimiglianza". Come dire che talvolta il mito appare più reale della realtà stessa, perché va oltre la mera narrazione dell’accaduto, arricchendo i fatti di molteplici suggestioni emotive e psicologiche.
Tutto questo è avvenuto anche nel caso della battaglia di Montaperti (1260), epico e sanguinoso scontro tra senesi e fiorentini, la cui drammaticità fu colta da Dante nella Commedia con quei celebri versi che miravano giusto a sottolineare “… lo strazio e ‘l grande scempio / che fece l’Arbia colorata in rosso”. Il Poeta ritornerà sull’argomento pure quando, nel Cerchio dei Traditori, inciampa sulla testa di Bocca degli Abati, cosicché il nobile fiorentino – che secondo Dante sarebbe stato il traditore della battaglia di Montaperti – lamenta: “… Perché mi peste / se tu non vieni a crescer la vendetta / di Montaperti, perché mi moleste?”.
Passeranno gli anni, ma non il ricordo di quelle vicende. Tant’è che in epoca quattrocentesca, il barbiere-letterato Domenico di Giovanni detto il Burchiello (bizzarro personaggio che da Firenze fu esiliato a Siena per esplicite antipatie verso i Medici) versificò alla sua maniera strampalata: “Quando i Romiti furono sconficti / in val di Biena dalle pastinache / e fo’ sì grande la piena al Bozzone / che l’Arbia se n’empì di ceci in brodo / donde si crucciò l’Ombrone in Serchio”. Sorprenderà, poi, vedere citato Montaperti persino nel foscoliano Jacopo Ortis. Foscolo, infatti, (in cuor suo piagnucolava la doppia delusione per il mancato matrimonio con Isabella Roncioni e per la patria ceduta all'Austria) farà dire a Jacopo: “Sono salito a Monteaperto dove è infame ancor la memoria della sconfitta de' Guelfi. Albeggiava appena un crepuscolo di giorno, e in quel mesto silenzio, e in quella oscurità fredda… mi parea che salissero e scendessero dalle vie più dirupate della montagna le ombre di tutti que' Toscani che si erano uccisi; con le spade e le vesti insanguinate; guatarsi biechi, e fremere tempestosamente, e azzuffarsi e lacerarsi le antiche ferite”. La letteratura sul tema registrerà ancora alcuni versi del giovanissimo Carducci: “Innanzi a te, splendente / pur anche nel fulgor del regno santo / balenò di vermiglia / luce il campo feral di Montaperto, / e pe 'l tristo deserto / de le crete maligne / un fioco suon correa / come sospir di battaglier morenti”.
Ecco dunque servito il mito, quello che, grazie alla sua potenza visionaria, fa sì che la storia possa diventare letteratura.

31/08/09

Cultura di sinistra, sinistra di cultura

Dagli sbrecciati muri entro cui, un tempo, si generavano idee politiche, giunge tutt’oggi qualche eco che va a smorzarsi poi nel risaputo quesito se la cultura sia necessariamente di sinistra. Alla domanda così mal posta non saprei dare risposte certe, ma non ho dubbi circa il fatto che esista una sinistra che ha prodotto e continua ad esprimere una grande cultura sulla quale si è formata una visione della storia e del mondo, una coscienza altruista, un’allertata intelligenza tesa a cogliere quanto nel presente costituisca premessa di futuro. Analoga ricchezza culturale si ritrova solo nel cristianesimo, e non a caso, lungo il tempo, questi due universi si sono spesso incrociati.
Di tutto ciò esiste, peraltro, una vasta raccolta di libri che ne testimoniano pensieri e sentimenti. Ultimo in ordine di tempo è, a suo modo, il romanzo Noi di Walter Veltroni che fin dal titolo allude alla pluralità, ai destini comuni, a come le vicende dei singoli trovino un senso all’interno della storia di tutti. Nella piccola saga famigliare descritta da Veltroni c’è, infatti, il respiro (le parole, gli oggetti, i gesti) di un microcosmo domestico che dilata, però, alle attese e alle speranze condivise dai molti. I ricordi personali vanno ad alimentare e trasmettere una memoria collettiva da cui ogni ipotesi di futuro non può prescindere; pena il rischio di sprofondare nelle sabbie mobili del contingente, come se, ogni volta, si dovessero reinventare di sana pianta i sentimenti dell’amore, della giustizia, del bene comune, del progresso, della godibilità del bello e dell’inconosciuto.
Altra cosa, insomma, da certo conservatorismo (di destra?) angusto, egoista, che conosce solo una lingua (un dialetto?) in cui non esistono termini per definire quel che si trovi al di là del raggio di un rigurgito postprandiale. Una desolante ignoranza che in questo caso non ha niente a che vedere con la quantità dei libri più o meno letti, ma piuttosto con la mancanza di consapevolezza del proprio e dell’altrui esistere. Una mendicità d’animo – spesso inversamente proporzionale all’agiatezza economica – che vive delle elemosine elargite dai luoghi comuni, da certo perbenismo, dal quel letale pieno di vuoto giornalmente somministrato dalla televisione.
Scriveva Elio Vittorini nel suo Diario in pubblico che “la cultura è la forza umana che scopre nel mondo le esigenze di un mutamento e ne dà coscienza al mondo”. Ecco, se tale è (come è) la cultura di sinistra, solo alla sua scuola si può apprendere l’indispensabile speranza per un tempo futuro.

03/08/09

Caro diario. Racconto in rete di se stessi


In principio fu il cosiddetto diario intimo. Un modo, cioè, per parlare a “qualcuno” di se stessi, della realtà vissuta e delle fantasie personali. Un escamotage per sopravvivere magari a qualche malessere esistenziale, per alimentare il Narciso che vive dentro ciascuno di noi o per arginare quel solipsismo al di qua di una ragionevole soglia oltre la quale esso diverrebbe patologia. Insomma una buona trovata per chiamare “tu” il proprio “io” e per nobilitare in forma letteraria quel finto dialogo. Al punto che alcuni di questi diari, in virtù dei loro estensori, sono poi diventati davvero letteratura. E’ il caso di titoli quali Il mestiere di vivere di Cesare Pavese (pagine – diceva il loro autore – poste a “difesa contro le offese della vita”), La tregua di Primo Levi, il noto e drammatico Diario di Anna Frank, o ancora Latinoamericana di Ernesto Che Guevara, Microservi di Douglas Copland, Buonanotte signor Lenin di Tiziano Terzani.
Scritti intimi, dunque, che una volta trapelati dalla segretezza dei cassetti (i titolari di quel riserbo, però, fin da subito ne auspicavano una fuoriuscita) sono diventati non più vicenda personale ma storia di molti.
Non ci è dato sapere quanto oggi continui ad essere in uso il diario (inteso come supporto cartaceo) cui affidare il racconto di sé. E’ tuttavia evidente l’incontenibile esercizio del parlare di se stessi attraverso pagine virtuali come quelle veicolate da blog e twitter. Definizioni che tradotte nella nostra lingua (“traccia su rete”, “cinguettii”) già indicano un bisogno di “esserci” e di comunicare. Ecco allora questi nuovi diari i cui autori non ricorrono nemmeno più al giochino del nascondimento (ti occulto sperando che qualcuno ti trovi), ma che intendono subito rivelarsi agli altri, perché invocando, attraverso la rete, una sorta di riconoscimento universale, sia forse più facile giungere all’accettazione di se stessi. Questa, però, è materia di psicologi. A noi interessa, piuttosto, il risvolto “letterario” del fenomeno, poiché tale modo di raccontarsi sta trasformando addirittura lessico e sintassi, finanche la grafia (quella a mano, quando ancora la si adoperi). Inoltre si sta quasi costituendo una forma di “pragmatismo” narrativo, attagliato, appunto, sul bla-bla delle cronache individuali e quindi tutto declinato al presente, quasi a voler negare la probabilità di un tempo storico, di un “prima” e “dopo” noi. Si intende così descrivere una contingenza egocentrica, frammentata e disperatamente effimera. E un dubbio sorge: che anche questo neo-minimalismo possa produrre comunque letteratura.