04/02/13
Cecità. Avere insieme i libri e la notte
Sono belle a vedersi le parole che sulla pagina bianca compongono architetture di discorsi; e i discorsi che formano conoscenze, e le conoscenze pensieri, e i pensieri sentimenti, che, così scritti, parlano tutte le lingue del mondo. A negare questa esperienza della lettura può essere solo il buio o il pianto, due condizioni in cui le parole ci sono, ma risultano negate all’evidenza. Come se, inibito lo sguardo, anche la parola decadesse. Qualcosa di analogo a quanto Diderot confidava alla sua amata nella Lettera sui ciechi per quelli che ci vedono: “Scrivo senza vedere. E’ la prima volta che scrivo nelle tenebre … senza sapere se formo dei caratteri. Dove nulla ci sarà, leggi che ti amo”.
Purtroppo, chi – fuori ogni metafora – si trovi nella condizione di cecità, ha accessi molto limitati alla parola scritta. Qualcosa gli è possibile utilizzando sistemi tattili o, più recentemente, grazie all’informatica. Quando osserviamo una persona che legge attraverso il Braille si ha davvero la sensazione di quanto quelle parole trovino quasi una nuova e fabbrile creazione, uno svelamento: lo scrittore ha faticato (sovente sofferto) a sceglierle, costruirle, saggiarne il suono; ed ora chi le decodifica a fior di pelle, sembra esercitare un impegno pari a quello dell’autore. Il cieco conquista in tal modo la parola scritta; altre volte semplicemente ascoltandola. Ma qualunque sia il mezzo dell’appropriazione, egli subito la interiorizza senza disperderla in confusioni di sguardi, come invece può accadere ai vedenti. Forse proprio per queste ragioni mito e letteratura hanno trovato nella cecità il corrispettivo alla visione interiore, alla divinazione, alla veggenza. Basti pensare a quel san Tommaso i cui occhi di lince non avevano, però, svelato alcunché a cuore ed anima.
Non manca, certo, letteratura sull’argomento. Dal D’Annunzio di Notturno al Saramago di Cecità, passando per Wells (Il paese dei ciechi), Dürrenmat (Il cieco), Pinter (La stanza), Hull (Il dono oscuro). Così come, a suo modo, è in tema il Joyce dell’Ulisse e di Gente di Dublino. Ma forse lo scrittore che maggiormente ha illuminato con le parole il buio della cecità è Borges. Il testo più toccante del poeta argentino coincide con la sua nomina (era il 1955) a direttore della Biblioteca Nazionale di Buenos Aires, 900.000 volumi che lui, pressoché cieco, non avrebbe mai potuto vedere. Scrisse allora: “Nessuno riduca a lacrima o rimprovero / questa dichiarazione della maestria di / Dio, che con magnifica ironia / mi diede insieme i libri e la notte”. Indubbiamente uno strano destino quello che aveva consegnato una città di libri a “occhi privi di luce, che soltanto / possono leggere nelle biblioteche dei sogni / gli insensati paragrafi che cedono / le albe al loro affanno”. E pensare – dice ancora Borges – che “mi figuravo il Paradiso / sotto la specie d’una biblioteca”. Ebbene, piacerebbe pensare che un simile aldilà potesse davvero esistere, in modo che tutti, proprio tutti, avessero da leggere l’intera biblioteca del visibile e dell’invisibile.
28/01/13
Sulla punta della lingua. Mi si è glocalizzato l’italiano
Allarme rientrato. Secondo i dati Istat più recenti non è vero che in Italia i dialetti siano in estinzione. Magari subiscono processi di italianizzazione, ma, a loro modo, perdurano – eccome – nella quotidianità delle famiglie e della vita sociale. E così vanno pure affrancandosi da quello status che li relegava a lingua ‘altra’ e di basso ceto. Poiché alternare dialetto a italiano è ormai un vezzo interclassista, ironico, cine-televisivo, persino scic; non di meno un esibito richiamo ad origini e affetti. Ecco, allora, il consolidarsi di una lingua italiana grosso modo ‘regionalizzata’, che di anno in anno, come testimoniano gli aggiornamenti dei dizionari, fornisce parole alla lingua ‘ufficiale’. Del resto – fanno notare gli studiosi – l’italiano altro non che un dialetto (il fiorentino) che si è potuto permettere di andare all’università grazie alle risorse del babbo (in tal caso i padri sono stati tre, e si chiamavano Dante, Petrarca, Boccaccio). In ragione di ciò, i toscani hanno potuto alimentare, nel tempo, una sorta di boria linguistica, ma non la gelosa ‘alterità’ racchiusa dentro un dialetto. Al punto da dover ripiegare – per guadagnarsi una lingua propria – in un vernacolo fatto di parole tronche, elisioni, insistiti pronomi, ghiotti bocconi di consonanti. Per cui, anche quando il popolo abbia inteso esprimersi con una ‘sua’ letteratura (stiamo parlando di poesia e canzone popolare) altro non ha potuto fare che ‘il verso’ a forme e linguaggi colti. Una contaminazione, però che ha visto anche l’inverso indirizzo, allorché alla cultura alta è piaciuto assai attingere ad espressioni e modi popolari. Basti pensare agli esuberi di lingua garfagnina nei Poemetti di Giovanni Pascoli o alla compiaciute raccolte di canti popolari toscani redatte da Niccolò Tommaseo, Giuseppe Tigri, Giovanni Giannini, che trascrivevano – magari con qualche abbellimento di troppo – quanto andavano ascoltando per bocca di popolo. A voler dimostrare come tra la gente tosca anche gli ignoranti non potessero essere ignoranti.
Ma per tornare a considerazioni generali sulla letteratura dialettale, resta indiscutibile il fatto che poche grandi culture, al pari di quella italiana, hanno una lingua visceralmente legata ai dialetti. Tanto che risulta impossibile, in una storia della letteratura italiana, prescindere da autori quali Ruzante, Porta, Belli, Pascarella, Di Giacomo, Marin, Loi; i versi in friulano di Pasolini e quelli in trevigiano di Zanzotto. Fino alla lingua ‘inventata’ da Andrea Camilleri, frutto di una miscidazione, giocosa ma coltissima, tra italiano e siculo, che è, poi, il processo di contaminazione di cui parlavamo all’inizio e che caratterizza la sopravvivenza dei dialetti attraverso una glocalizzazione della lingua patria.
Ecco, perché i dialetti, sono parte vitale della cultura letteraria italiana, inteso che – come scriveva Carlo Porta – le parole di una lingua sono “ hin ona tavolozza de color, / che ponn fà el quader brutt, e el ponn fà bell / segond la maestria del pittor”.
21/01/13
Bravi, anzi bravissimi. Lasciate che i talenti vengano a noi
L’anno scorso ManpowerGroup promosse una campagna a sostegno del Talento. Come dire: cercasi disperatamente persone con una marcia in più. Perché, a fronte della persistente crisi economica, ci troviamo dentro una realtà bloccata, priva di ricambio, che avrebbe bisogno di riforme, ma, non meno, di soggetti talentuosi. Ovvero energie intellettuali e creative tali da imprimere accelerazione allo sviluppo della società. Nel manifesto di sostegno alla campagna si leggeva, tra l’altro, che, se non viene consentito al talento (al potere della sua diversità e al valore della sua condivisione) di esprimersi, non può generarsi l’efficienza del sistema-Paese e la sua crescita. Tutto questo trova sintesi nel termine ‘meritocrazia’; che di per sé è cosa buona e giusta, almeno fino a quando – se perseguita con fanatismo – non rimuova princìpi di eguaglianza e di democrazia. Dunque, ben venga il merito: per un’alternanza della classe dirigente, per una mobilità tra classi sociali, per ridefinire valori etici, politici, culturali. Dinanzi a questa esigenza, vediamo, però, che lo scoramento, l’impotenza, la rassegnazione delle nuove generazioni, ha reso loro come invisibili, afasiche, prive di manifeste ambizioni. Al di là dei casi singoli che sappiamo esistere (giovani fortemente motivati, con brillanti curricula, notevoli capacità), ciò che li mostra e rappresenta nelle proprie aspirazioni (purtroppo esiste solo quanto ha visibilità) sembrano essere solo i talent show. Intendiamoci, ambizioni più che legittime quelle legate a espressioni artistiche. Basti pensare che l’Università Cattolica ha addirittura istituito “La Fabbrica del Talento”, un progetto nato allo scopo di coniugare la formazione con l’arte, attraverso l’uso e l’integrazioni dei linguaggi espressivi. Del resto l’arte aiuta e stimola la creatività in tutti i settori della vita sociale. Il problema nasce, piuttosto, nel momento in cui il desiderio di realizzare se stessi, mettere a frutto i propri talenti, va a degenerare nella “sindrome del successo”, scorciatoia – quasi sempre cosparsa di crudeli frustrazioni – per raggiungere soldi e notorietà.
Insomma, le ambizioni sono necessarie per noi stessi e per gli altri, sono ragione di senso delle nostre esistenze. Tuttavia ci sono anche quelle che per Alberto Moravia erano “sbagliate”. A voler riflettere sui meccanismi psicologici del successo a ogni costo, esiste una terna di romanzi davvero illuminanti. Oltre al libro moraviano appena citato, ricordiamo Il rosso e il nero di Stendhal e il meno noto La preda di Irene Nemirovsky. Proprio in quest’ultimo, il protagonista, gran predatore all’inseguimento del successo, si accorge a un certo punto di essere divenuto lui la preda. Giungerà così alla conclusione che “Il successo, quando è lontano, ha la bellezza del sogno, ma non appena si trasferisce su un piano di realtà appare sordido e meschino”. A questo proposito potrebbe soccorrerci anche l’etimologia del verbo ambire: andare attorno. Ma a fare che?
17/12/12
Racconto di Natale. Lo zio Eugenio che regalava libri
Da quando era morto lo zio Eugenio il Natale in casa nostra aveva perso un notevole tocco di eccentricità. A parte le circostanze straordinarie di matrimoni e funerali, la ricorrenza natalizia costituiva l’unica occasione in cui egli si concedeva ai parenti. Alle 20,20 giungeva puntualissimo per la cena della vigilia a casa della nonna. Ancora sul pianerottolo, con artefatta bonomia ripeteva: bon Noel… joyeux Noel (i francesismi erano una sua fissa); percorreva il corridoio perfettamente sincrono con gli scricchiolii del parquet, sbottonava il casentino arancio come un vescovo sgancia il piviale e andava dritto all’albero a deporre i suoi pacchetti verso i quali noi ragazzi mostravamo fin da subito un rassegnato disinteresse. Perché zio Eugenio regalava a tutti soltanto libri. Con i libri – diceva – tu non doni un oggetto, ma un mondo intero. Aveva inoltre teorizzato che soprattutto certi classici della letteratura andassero letti a rotazione ogni dieci anni, poiché il tempo e la vita delle persone avrebbero aggiunto a quelle pagine nuovi significati, nuove rivelazioni. Ecco, dunque, i suoi libri-regalo dentro incarti, al pari di lui, squadrati e simmetrici. Perfette geometrie a sorreggere i deformi fagotti di maglioni, guanti, attrezzi da bricolage, cesti di roba mangereccia. Ma la cosa non finiva lì. Appena seduti a tavola, zio Eugenio, nel preciso momento in cui posava sul piatto il primo crostino, avvertiva: “questo Natale abbiamo tra noi ospiti illustri”. L’allusione era ai personaggi dei libri ancora da scartare. Un gioco a indovinello per esibire la sua cultura letteraria, della quale poco interessava ai convitati comprensibilmente concentrati sul traffico e relativo parcheggio dei vassoi. L’anno che a me aveva regalato Guerra e pace chiese alla nonna se potevano essere aggiunte due sedie per Pierre Bezukhov e Natasa Rostova, ma nessuno dei presenti prese in considerazione la coppia venuta dal freddo. Andò diversamente la volta che l’ospite era Ferdinand Bardamu, ovvero quando mio fratello, poco più che adolescente, fu il destinatario di Viaggio al termine della notte di Céline. Nostra madre, che aveva il suo rispettabile background di letture, non gradì affatto che un libro così “cinico e nichilista” finisse nelle mani di un ragazzo nemmeno maggiorenne. E il signor Bardamu, ma soprattutto chi l’aveva invitato, rischiò quasi di essere messo alla porta.
Nessuno aveva capito che attraverso quel gioco zio Eugenio intendeva condividere qualcosa di sé. Lui era tutti i personaggi che gli piaceva evocare. Ci fu chiaro al primo ritrovo natalizio che lo vide definitivamente assente. Allorché la nonna, che aveva regalato ai più piccoli il dickensiano Canto di Natale, mise in tavola il primo vassoio di antipasti annunciando con malcelata commozione: “stasera è nostro ospite Ebenezer Scrooge, colui che ha dimostrato come in fondo al cuore degli uomini sia riposta sempre e comunque la buona volontà”. Apparve evidente che il vero ospite di quel Natale fosse lo zio Eugenio. Tutti ci stringemmo per fargli posto.
10/12/12
A proposito di denaro. Chi crede ancora alla Volpe e al Gatto
“Pecunia non olet”, si diceva nell’antica Roma. Se il denaro non aveva odore a quei tempi, figuriamoci oggi che i soldi sono sempre più intangibili, sganciati dalla realtà. Tanto che basta un clic per spostare capitali da una parte all’altra del mondo. Soldi, dunque, sempre più virtuali e sempre meno virtuosi, non finalizzati all’economia ma alla speculazione. Moneta che non tintinna, ma che nella sua silenziosa impalpabilità si fa padrona del mondo, compra vite, è la mediatrice (il simbolo) che stabilisce chi e che cosa valga.
Coloro che avessero letto il romanzo Resistere non serve a niente di Walter Siti (Rizzoli, 2012) avranno trovato la rappresentazione lucida e feroce di questa distorsione su scala globale, alimentata da un pullulare di maestranze: broker-pirati, mafiosi con la cravatta, banchieri con il maglione, politici corrotti, giovani finanzieri tutti nervi e scienza. Incredibile (ma anche no) il personaggio Tommaso, ex ciccione ed ex matematico prodigio, ora prestigiatore in Borsa, completamente schizofrenico tra certi residuati di bontà e il cinismo necessario per frequentare un universo in cui il denaro (e il possederlo) comanda e deforma l’esistenza.
E’ la contemporaneità, asserirà qualcuno. Però a ben pensarci il problema nasce almeno un paio di secoli fa, se addirittura un poeta come Leopardi si accorse che il mondo stava guadagnando in progresso a discapito della civiltà, “quasi che gli uomini, discordando in tutte le altre opinioni, non convergano che nella stima della moneta: o quasi che i denari in sostanza sieno l’uomo: e non altro che i danari […]. Analisi lucidissima, quella del sor Giacomo, fino a concludere che se l’uomo viene identificato con il denaro si arriverà a ciò che altri avrebbero poi chiamato la prevalenza dell’avere sull’essere (ormai uno slogan, inflazionato anch’esso), ovvero la mercificazione dell’uomo disposto a vendersi in corpo ed anima.
E, sempre sul tema, quale incredibile attualità ha il Faust di Goethe – opera che notoriamente racchiude un giudizio morale sulla ‘modernità’ – allorché Mefistofele consiglia Faust, a sua volta consigliere dell’imperatore, su come fronteggiare la crisi economica del regno. Ecco la mefistofelica ricetta: sostituire la moneta d’oro con quella di carta, così che quando sulle terre del regno si fosse trovato l’oro (oro che al momento era solo immaginario) quella carta avrebbe luccicato di chissà quale valore e nell’illusione di tale prospettiva il popolo se ne sarebbe stato calmo nel pantano di una devastante inflazione.
Per tornare ai giorni nostri. Viene da chiedersi quale demonio si sia impossessato del globo, ammorbando con lo zolfo degli affari facili quell’economia reale che per lo meno puzzava di sudore umano. E’ forse arrivata l’ora di rovesciare il tavolo, a cui, peraltro, siedono giocatori che non rischiano soldi loro. O vogliamo credere alla volpe e al gatto: “E pensare che, invece di quattro monete, potrebbero diventare domani mille e duemila! Perché non dài retta al mio consiglio? Perché non vai a seminarle nel Campo dei miracoli?”.
02/12/12
Parole e fatti. Sinistra vuol dire che...
Qualcuno ne fa una questione grammaticale: sinistra è un sostantivo o un aggettivo? A giudicare dal fervore che riscontriamo in questi giorni di elezioni primarie, potrebbe essere anche un verbo. Nel senso dell’agire, del movimentare, del mantenere vivi pensieri e coscienze. Indubbiamente una bella testimonianza, quella che si ricava dagli oltre 3 milioni di cittadini che hanno partecipato alle primarie del centrosinistra. Persone non arrese dinanzi al disimpegno, allo spettacolo indecente delle (s)partitocrazie, alla rabbia che monta quando i destini comuni appaiano tanto ingiusti quanto irrevocabili. Donne e uomini attrezzati idealmente e culturalmente per fronteggiare un frangente storico contraddittorio, inedito, di cui, talvolta, mancano anche i giusti strumenti di analisi. Evaporate le ideologie, anestetizzate le spinte riformiste, frastornati dai processi di individualizzazione e della globalizzazione, dovrà pur esserci una visione di sinistra della società, un discrimine che – come diceva Norberto Bobbio – nel segno dell’uguaglianza tracci la linea di distinzione dalla destra. Ovvero uguaglianza di opportunità tra individui, gruppi, sessi, popoli, generazioni. A meno che non si intenda cedere alle logiche aggressive di economia, finanza, impresa, mercato, come se questi fossero una sorta di ‘legge naturale’ in nome della quale smantellare welfare, istruzione, diritti sociali, poiché ritenuti non valori ma costi. Le aggregazioni politiche che si richiamino ad una idea di sinistra non possono dunque prescindere dall’affermazione di tali principi, dal pronunciare certe parole, dal denunciare le subdole prepotenze dei poteri (che a volte alla stessa sinistra fanno l’occhiolino). Dovrà pur esserci una presenza critica e riconoscibile all’interno di una società indotta alla frammentazione, all’illegalità, a confondere democrazia con populismo; una cultura e un agire che controbilancino – pur con le inevitabili mediazioni – l’arroganza dell’economia sui diritti, la dittatura del mercato sugli Stati, lo svilimento del pubblico a beneficio del privato. Perché fa davvero paura la teorizzazione di un egoismo secondo cui sarebbe normale avere pochi ricchi e molti poveri. Illuminante, a questo proposito, è quanto sostiene Gianni Vattimo, laddove evidenzia che una distinzione tra destra e sinistra si connota «nell’opposizione tra chi prende le differenze (di ricchezza, di salute, di forza, di capacità) come differenze ‘naturali’, e parte di lì per costruire un progetto di sviluppo, proprio utilizzandole ed esasperandole; e chi invece vuole garantire una competizione non truccata, correggendo le differenze di ‘natura’».
Per quanto complesse siano le sfide del tempo presente, la sinistra ha ancora una sua ragione d’essere nell’affermare una cultura contro l’atomizzazione di individui e di interessi contrapposti, per una società formata giustappunto da ‘soci’: che non è un bisticcio di parole, ma una concezione solidale del vivere, una visione del mondo. Di sinistra?
19/11/12
Raccontare i luoghi. Se la veduta diventa “visione”
Quando Charles Dickens, verso la metà dell’Ottocento, attraversò le Crete senesi, rimase negativamente colpito da quei luoghi “desolati e selvaggi” che tanto assomigliavano allo “squallore e alla solitudine delle brughiere scozzesi”. Una trentina d’anni prima, in un freddo inverno del 1817, vi era transitato Stendhal e pure lui registrò sul suo taccuino di viaggio la veduta di un “seguito di collinette vulcaniche, coperte di vigne e di bassi olivi” per concludere che mai aveva trovato “niente di più brutto”. Sarebbe, dunque, dovuto passare del tempo e nascere una diversa idea di paesaggio prima che la penna poetica di Mario Luzi (e di altri scrittori) parlasse di quelle stesse lande come di un paesaggio dell’anima. Una terra che, diceva giustappunto Luzi, “eccita ed alimenta la condizione enigmatica dell’uomo; la rappresenta e l’asseconda”. Perché – sempre secondo il poeta – ciascuno di noi “ha dentro sé perplessità dense di mistero che qui trovano un luogo”.
Ciò per significare che la veduta di un paesaggio, e soprattutto la sua intima percezione, può cambiare nel tempo. Al pari dell’azione dell’uomo – il quale della terra modifica orografie, colori, vita – anche la cultura, i parametri estetici che essa produce, intervengono a ‘modificare’ un territorio; che, pertanto, non è definibile una volta su tutte, poiché sottoposto a descrizioni mutanti, a stratificazioni di racconti, a un suo continuo divenire.
Forse tutto cominciò con il Romanticismo, con il Grand Tour, il cosiddetto viaggio di formazione, allorché al manuale di viaggio semplicemente descrittivo si aggiungerà la proiezione psicologica di stati d’animo e di riflessioni che scaturivano dalla seduzione dei luoghi. Nascerà così il "viaggiatore sentimentale", titolo del libro del britannico Laurence Sterne pubblicato nel 1768 e reso celebre in Italia dalla versione di Ugo Foscolo edita nel 1813. E con un siffatto viaggiatore, ecco generarsi lo scambio fra sentimento e scena paesaggistica. Dalla “vista” di un paesaggio si passa alla sua “visione”. Esso non trova soltanto la descrizione estetica, ma anche estatica. Viene fondata la categoria del “pittoresco”, la degustazione estetizzante, consolatoria e nostalgica di un luogo, il suo racconto emotivo. Non basta più la geografia a dire come “è” un determinato posto, si vuole conoscere quello che “sembra”.
A ben pensarci, ancora oggi – pur con il modo frettoloso e consumistico delle nostre escursioni – questa predisposizione sentimentale verso i luoghi perdura. La letteratura ha dato il suo notevole contributo nel creare mito e retorica di certe località e di interi territori. La citazione letteraria (che deborda sovente nelle guide turistiche, nei documentari, nei materiali promozionali, nei resoconti di viaggio) ne perpetua le suggestioni. Gli stessi residenti hanno la consapevolezza estetica ed emozionale del “dove” vivono, alimentano a loro modo la narrazione mitologica del luogo. Insomma: quel paesaggio ha un “senso” e dà senso a chi lo attraversa, a chi lo abita.
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